Maracanã terra dei popoli originari

30 / 8 / 2013

A pochi metri di distanza dal Maracanã di Rio, meno di duecento, si trova un palazzo come l'Universidade Indigena. Spazio autogestito, punto di riferimento della cultura dei popoli originari. Il 22 marzo 2013  dopo avere militarizzato l'intera zona che potrete immaginare essere in quel momento un cantiere a cielo aperto, sono stati sgomberati brutalmente. Non contenti dell'azione violenta i militari hanno ben pensato di distruggere questo spazio: dall'orto per le piante medicamentali alla biblioteca interna.

Ma in agosto, sull'onda delle mobilitazioni di cui abbiamo ampiamente parlato, la comunità indigena ha deciso di rientrare. Fiancheggiata anche dai movimenti che hanno dato vita alle proteste. Oggi è un luogo aperto e molto frequentato da coloro che hanno a cuore libertà e diritti. Come dicevamo, la distanza che c'è tra questo stabile e lo stadio è irrisoria. Il presidente della FIFA Blatter vorrebbe che si facesse uno shopping center per i gadget del Mondiale e un parcheggio. Il Maracanã di Rio è lo stadio più famoso del mondo. Costruito in occasione del Mondiale del '50 è la casa di Flamengo e Fluminense.  Ha subito in questi ultimi anni una vera propria trasformazione in vista degli enormi eventi che si svolgeranno l'estate prossima con il Mondiale di calcio e nel 2016 con le Olimpiadi. Quelli che vengono presentati come miglioramenti sono visti proprio da coloro che hanno sempre frequentato i gradoni che lo hanno reso mitico come chiaro intento di cambiare il modo di vivere questo stadio. Con l'intenzione di eliminare l'importanza aggregativa, sociale e culturale di questo spazio sradicando le colorite tradizioni delle torcide e provando a omologarle al modello inglese. Oggi la capienza è stata ridotta a meno della metà, da centossentamila a settantamila. I posti sono tutti a sedere (!!!) e i settori ben separati. Non è rimasto più nulla dell'atmosfera che lo ha sempre caratterizzato. 

Ovviamente anche i prezzi per accedervi sono cresciuti a dismisura privando al povo l'accesso al Maracanã.  E' il calcio moderno, dicono. Chiunque si incontri, che sia un tassista o altro e gli si chiede cosa pensa del nuovo Maracanã, la risposta è sempre molto critica. E l'aspetto che colpisce di più, oltre al prezzo del biglietto rincarato, inimmaginabile fino a qualche anno fa, è il fatto che la sua forza era nella mescolanza, nella socialità, nel calore che dalle tribune veniva trasmesso sul campo. Oggi questo non c'è e non ci sarà più. Si è pensato addirittura di renderlo privato, ma questo rischio è ad ora scongiurato. Il Maracanã è vissuto come un bene comune. Come un luogo di tutti. I mutamenti di cui abbiamo parlato vanno in tutt'altra direzione.

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