Il racconto dei crianças

I giovani di Rio tra conflitto, organizzazione e costruzione dell'alternativa.

30 / 8 / 2013

I gap generazionali esistono, si sa.

Nei rapporti affettivi e amicali spesso producono incomprensione e scarsa fiducia. In ambito politico però possono a volte trasformarsi in un vuoto pesante, che si traduce qui in Brasile in anni di mancanza di punti di riferimento per quanto riguarda la lotta politica attiva, nelle piazze e nelle strade, di conflitto sociale.

È una difficoltà che riguarda la nostra generazione “under 30”, così come gli attivisti più anziani che hanno animato le lotte politiche e sociali degli anni passati costruendo nel tempo un percorso che li ha portati verso forme più istituzionalizzate e organizzate in cui difficilmente i giovani militanti si riconoscono.

Anzi, spesso queste forme vengono considerate come parte del problema, come elementi che hanno nel tempo contribuito a creare la situazione attuale o almeno la condizione di immobilismo politico delle generazioni successive.

Le nuove mobilitazioni, recentissime e composte per lo più da attivisti giovanissimi, nascono in questo panorama e porta i militanti stessi a definirsi crianças, “bambini”, nella loro attività politica. Anche perché si tratta di giovani che, fino a qualche mese fa, erano parte della moltitudine rivoltosa da cui poi sono nate queste esperienze frutto di una sedimentazione dell'attitudine e del ragionamento politico.

Loro stessi ci raccontano, seduti in un bar a pochi metri dall'occupazione della gradinata di ingresso della Camara Municipal, come le nuove generazioni abbiano voluto – o non abbiano più potuto fare a meno – riprendere voce e presenza attiva all'interno della vita politica, sociale ed economica del Paese. E lo fanno dando ascolto e facendosi guidare dalla loro volontà di cambiamento, dalla loro rabbia e sicuramente anche dal loro istinto, mettendo i loro corpi e i loro volti in prima linea nel porre le basi per una nuova costruzione politica.

Composizione

Ciò che ci colpisce, facendo inevitabilmente il paragone con le nostre esperienze di lotta, è il bios che compone questa nuova realtà di intervento politico.

Quello che è sempre passato a livello di informazione mainstream è che la composizione dei giovani in piazza sia per lo più di appartenenti a una “classe media”.

In realtà i giovani scesi in piazza non si riconoscono e non appartengono ad un apparato valoriale culturalmente legato al mito della “classe media”, sia per una questione di distribuzione della ricchezza, sia per le forme stesse delle opportunità.

Mentre in Italia le proteste degli ultimi anni si sono rivolte a una riappropriazione ed a un ripensamento di un “welfare state” da parte di giovani studenti e precari, in Brasile il malessere sociale deriva da un'inaccessibilità ai sistemi e servizi basilari (istruzione, sanità, ammortizzatori sociali, trasporti, lavoro) dovuta all'esistenza di profonde diseguaglianze sociali, per cui la “crescita economica” brasiliana non costituisce che un modello di facciata utilizzato per dare adito a grandi eventi, interessi economici multinazionali, speculazioni.

Anzi, è proprio sulla contraddizione tra ricchezza nazionale prodotta e la sua ridistribuzione collettiva che si è innescato un processo di soggettivazione.

Tutte le persone che abbiamo incontrato in questi giorni ci parlano di assoluta inadeguatezza dell'istruzione pubblica e di costi insostenibili per gli apparati privati, che causano di conseguenza un accesso differenziale all'università pubblica; di una sanità pubblica con enormi carenze strutturali e gestionali; di un servizio di trasporti esoso e allo stesso tempo carente di collegamenti per le periferie; della corruzione politica e dell'uso privatistico dei fondi pubblici.

Impossibile non notare, in un confronto con la situazione italiana, un humus comune rispetto agli ambiti di intervento, che si concentrano attorno al concetto di bene comune frutto della cooperazione e della sfiducia nel ceto politico.

Questo movimento metropolitano, che si inserisce in un contesto fortemente urbanizzato come quello di Rio de Janeiro, presenta quindi diverse sfaccettature rispetto alla provenienza della sua composizione, per lo più marginale, ma non per questo minoritaria.

Pratiche di lotta

Giovani della metropoli, abitanti delle favelas, indigeni, mediattivisti hanno continuamente sperimentato nuove modalità dello stare in piazza. Saturi della forma “corteo” in stile sfilata organizzata dalle vecchie strutture sindacali e partitiche, i nuovi soggetti moltitudinari hanno fatto della rottura la nuova pratica di lotta: dai cortei selvaggi non autorizzati alle occupazioni, dai blocchi dei centri nevralgici della città all'uso collettivo della forza contro la policia militar.

Alla continua ricerca di forzature e determinati nel loro obbiettivo, i nuovi movimenti brasiliani hanno parlato un linguaggio comune alle esperienze di tumulti globali degli ultimi anni: durante il corteo #ForaCabral, abbiamo visto cordoni di book bloc che hanno caratterizzato le lotte europee, le maschere antigas presenti durante le rivolte della Turchia, il massiccio utilizzo di social network come nella primavera araba, ma anche la modalità stessa di fronteggiare le forze dell'ordine opponendo la spinta dei propri corpi ai limiti imposti; all'interno di questo panorama questi strumenti sono diventati sia produzione di un immaginario collettivo sia funzionali alla pratica stessa (autotutela).

Molto interessante l'elemento di travisamento del viso, che in Brasile viene adoperato non soltanto in dinamiche di piazza, ma anche durante tutti quei momenti di visibilità pubblica: nelle occupazioni, durante le assemblee, durante i presidi.

Se da una parte nasce come un'esigenza di autotutela e di non riconoscimento, dall'altra diventa uno dei tanti simboli che stanno caratterizzando questa nuova narrazione del conflitto.

Il travisamento del volto si è diffuso in una parte del movimento che successivamente si è autonominata black bloc.

Sebbene il nome risuoni con un preciso significato alle orecchie di noi europei, in realtà qui in Brasile assume un valore diverso.

I black bloc non sono frutto di un concetto mediatico da parte della stampa mainstream, ma l'identificazione di uno stile dello stare in piazza da parte di una componente molto giovane e giovanissima che ha come scopo pratico la difesa del corteo dagli attacchi della polizia pur restando all'interno di una dimensione collettiva, di consenso e di condivisione delle pratiche.

I momenti sicuramente più costituenti, dove la democrazia diretta ha la sua maggiore espressione, sono le assemblee all'interno della dimensione di Ocupa, che sono il cuore pulsante e punto di riferimento dell'organizzazione della lotta.

La continuità di queste esperienze sono un chiaro segnale di contrapposizione sia all'autoritarismo del Governo che all'inefficacia dei sindacati.

Polizia e repressione

Un dato certo è che la polizia faccia uso di proiettili di gomma e non solo durante le manifestazioni di piazza e gli sgomberi che ci sono stati negli ultimi mesi.

Ma la cosa più agghiacciante sono le strategie di persecuzione e intimidazione che i militanti più esposti subiscono ogni giorno.

Tutti coloro con cui ci siamo confrontati ci hanno parlato o per esperienza personale o per conoscenza diretta di minacce, aggressioni e misteriose sparizioni di attivisti (3 a Fortaleza nell'ultimo mese) da parte della Policia Militar e della Milizia; per inciso con Milizia si intende un apparato paramilitare, formalmente non legale ma attivo con la connivenza del Governo, che regolamenta e controlla le favelas imponendo un ordine sociale.

L'identificazione dei militanti avviene attribuendo la figura del leader a chi si espone di più.

Questo serve anche ai partiti per criminalizzare la radicalità del movimento facendola passare per vandalismo senza alcun portato politico. Si delinea quindi un panorama di repressione, controllo ed esercizio della forza difficile per noi da comprendere a fondo data la sua complessità e le sue differenze rispetto alla gestione del conflitto a cui noi siamo abituati e che rende di lettura non chiara le ripercussioni che questo può avere sia sulla vita stessa degli attivisti, sia sugli sviluppi futuri del movimento.

Di fronte a tutto questo rimane forte la sensazione di una volontà di cambiamento percepito come necessario e anche l'entusiasmo di una generazione che dopo venticinque anni di assoluto silenzio si è rimessa in gioco, partendo dal basso e dalla propria realtà di vita. La speranza è che sia proprio la limpidezza e l' “inesperienza” di tante e tanti “crianças”, come vuole l'infanzia,a forzare in maniera sempre più libera i limiti della realtà.

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