Crisi climatica, grandi opere, estrattivismo. Il report del focus-lab

Il primo focus-lab del Venice Climate Camp, con Emanuele Leonardi, Elena Gerebizza e Alexander Dunlap

4 / 9 / 2019

Il primo focus-lab del Venice Climate Camp ha avuto come oggetto il nesso fra crisi climatica, grandi opere ed estrattivismo. Laddove come estrattivismo si intenda la sistematica appropriazione per le risorse materiale e immateriali di un territorio, con il conseguente trasferimento della sovranità ai responsabili del saccheggio, è possibile scorgere con chiarezza il suo legame con le grandi opere, infrastrutture spesso non necessarie e sintomo di un modello di produzione volto alla costante accumulazione. 

In questa cornice, il concetto a cui ultimamente anche parte dei mainstream ci ha abituati, vale a dire quello di Antropocene, si configura come controverso. Una delle prime questioni poste ad Emanuele Leonardi, ricercatore dell’ Università di Coimbra e membro di POE, ha riguardato proprio la contestualizzazione di questo termine e le possibili categorie alternative, tra cui quella di Capitalocene.  Nel dibattito sulla crisi climatica  il discorso si sposta lungo due assi: il primo è quello che si focalizza sulle conseguenze della crisi e pone la questione, ritenuta già superata, dell’esistenza stessa del cambiamento climatico. Ci si divide tra chi constata gli effetti della crisi climatica e chi si ostina a negarli. Il secondo asse, quello più problematico, riguarda invece le cause e le responsabilità ed è qui che si gioca il dibattito fra le categorie di Antropocene e Capitalocene. Quest’ultima categoria si può giustificare analizzando in particolare gli ultimi venti anni di storia, in cui il neoliberismo invece di tentare di superare i limiti imposti dalla crisi ecologica ha cercato di sfruttarli per perpetuare l’accumulazione. Proprio in questo terreno l’ecologia politica prova a trovare delle risposte, teoriche e politiche, che ci possono far immaginare nuovi modelli di produzione.

La seconda questione sollevata ha toccato il concetto di estrattivismo, articolato lungo le discriminazioni di classe e di provenienza geografica. Emblematico in questo senso è il caso dell’ENI su cui Elena Gerebizza, ricercatrice di ReCommon, ha portato avanti i suoi studi. Il punto di partenza per comprendere le ingiustizie sociali è capire da dove esse provengano. In questo caso non si può che parlare di concentramento di potere, causa principale di colonizzazione e appropriazioni di risorse. Le multinazionali del petrolio sono al centro di tale potere e determinano l’organizzazione finanziaria e politica globale. Non è un caso se Eni continua a vincere appalti nel Delta del Niger pagando le più grandi tangenti della storia. La stessa cosa avviene per Shell, come ha sottolineato un attivista di CodeRood intervenuto nel dibattito, rilanciando un’azione diretta in Olanda per maggio 2020. Ancor prima che la questione climatica divenisse "emergenza", le multinazionali si sono presentate come portatrici di soluzioni per il futuro attraverso pratiche di green washing. Hanno sfruttato la depoliticizzazione dilagante per mostrare un cambiamento che, in realtà, ha l’unico obiettivo di mantenere invariato il modello di produzione di stampo capitalista. Per invertire la narrazione dominante risulta quindi necessario fare rete fra chi subisce tali soprusi sui propri territori, come la Nigeria nel caso ENI, e chi invece oggi porta avanti le battaglie per la giustizia climatica. 

La terza questione affrontata ha spostato l’attenzione dal continente africano all’America Centrale e al Sud America. A partire dal concetto di green economy, una delle tendenze sposate dal capitalismo per riciclare il proprio volto e produrre nuove forme di accumulazione all’interno della crisi climatica, Alexander Dunlap, ricercatore all’università di Oslo, ha affrontato un tema poco dibattuto e potenzialmente controverso. Le sue ricerche si sono concentrate in Messico e Perù, dove numerose popolazioni indigene stanno conducendo le proprie battaglie non più contro l’industria estrattivista "classica" del petrolio, bensì contro il mercato delle energie rinnovabili. Sono moltissimi i territori che multinazionali come Exxon negli ultimi anni hanno depredato, espropriando gli autoctoni, al fine di costruire vastissimi parchi solari o eolici. Lo sfruttamento intensivo di questi territori e le particolarità dei materiali utilizzati per la costruzione di queste infrastrutture, rende giustificabile, secondo Dunlap, la definizione delle rinnovabili su scala industriale come “carbon fossili 2.0”. Occorre precisare che questa critica viene mossa esclusivamente alla produzione industriale di energie rinnovabili e che intende fornire un quadro quanto più completo della pervasività del sistema estrattivista e capitalista. Per la costruzione di ogni singola pala eolica o di un pannello solare come quelli progettati da Exxon, sono necessari grandi quantità di cemento e soprattutto di particolari minerali, le terre rare, le cui miniere sono concentrate per il 98% in una singola regione della Mongolia. La rincorsa alla produzione di massa di questo tipo di dispositivi ha provocato nel Sud-Est asiatico una devastazione ambientale quasi senza paragoni. L’intera catena di produzione, poi, dal reperimento delle materie prime al trasporto e all’impianto delle pale o dei pannelli, fa ricorso a enormi quantità di energia prodotta dal carbon fossile. A riprova del fatto che processi come questi sono ancora una volta legati a doppio filo alla cosiddetta green economy sussiste la scelta dei territori in cui queste produzione su scala industriale sono impiantate: territori scelti nel Sud Globale, dove le condizioni socio-economiche rendono più difficile l’opposizione. 

La ricca discussione che il dibattito ha innescato si è incentrata in particolare sul nesso tra grandi opere e crisi climatica nel quadro strategico delle mobilitazioni contemporanee. In particolare il caso italiano offre numerosi spunti di lotte territoriali che, nella loro unione, possono favorire la crescita di movimenti di massa in grado di sviluppare realmente alternative sistemiche all’attuale modello di sviluppo.

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