"Women without men" dell'iraniania Shirin Neshat e "Pepperminta", della svizzera Pipilotti Rist

L'altra visione del mondo: sguardi di donne senza paura

Tra arte, cinema e attivismo

Utente: beat
10 / 9 / 2009

L'Onda Verde sul Red Carpet. Ha trovato ampio spazio alla Mostra del Cinema di Venezia l'arte iraniana, coraggiosa e militante come le immagini mostrate da Shirin Neshat, artista visuale qui in veste di regista per l'opera "Women without men", Leone d'Argento per la migliore regia, e da Hana Makhmalbaf, la più giovane della nota stirpe di autori, che al Lido ha presentato il significativo "Green Days", includendo nel film le immagini girate con il telefonino per le strade della Teheran invasa dai manifestanti.

Presenti in queste serate anche musicisti banditi dal regime di Ahmadinejad, e in occasione dell'ultima passerella si è palesato anche il coordinamento veneziano di appoggio alla lotta del popolo iraniano, che ha portato con sé cartelloni e materiale comunicativo (v. foto).

E poi loro, le donne protagoniste di questi che in fondo sono solo film, ma che consentono di lanciare messaggi che arrivano dritti e incisivi fino a Teheran: eccole arrivare in passerella di verde vestite, registe e attrici, e mostrarsi con le dita levate al cielo in segno di vittoria, di resistenza, come arma solo la loro forza comunicativa.

E' però un lungo salto nel vuoto, secondo Shirin Neshat, la militanza politica in un pese come l'Iran? Sono così molli ed effimere le intenzioni degli intellettuali libertini, che assecondano, come sempre davanti a una tavola imbandita, i militari e il potere, conformandosi ora con l'uno e poi con l'altro dittatore al comando?
Viene da chiederselo assistendo alla proiezione di "Women without men", pellicola tratta dal romanzo della scrittrice iraniana Harmush Parsipur che ci mostra le storie incrociate di quattro donne nella Teheran del 1953, alla vigilia del colpo di stato dello Scià, orchestrato con la complicità della Cia.

Il film è dedicato, nel finale, al popolo iraniano in lotta per la libertà. E' la storia di quattro donne che si confrontano e scontrano con la violenza di un mondo al maschile, declinato in tutte le sue atrocità: dalla repressione nelle strade all'oltranzismo religioso, dallo stupro alla durezza dell'impostazione militare, machista e ottusa.

La giovane e ribelle Munis incarna l'ardore politico che, come detto, si risolve in un simbolico e significativamente allegorico salto nel vuoto, quasi a significare che la resistenza in questo paese non è che un evanescente fantasma: non a caso Munis muore, viene sepolta e poi "resuscita" per uscire finalmente nelle strade dove si staglia, con il suo velo nero, tra la folla candida dei manifestanti; non è l'unico tocco onirico del film, che è pervaso da un marcato segno simbolico e quasi magico nella sua tragicità.

Faezeh è invece una ragazza innamorata del fratello della sua amica Munis, tradizionalista religioso che arriverà a chiedere la mano della ragazza, ma si vedrà respinto perché Faezeh avrà nel frattempo compiuto il suo percorso di riscatto dall'ottusità della religione.

Zarin è una giovane prostituta, il suo corpo ossuto e il rifiuto della parola sono la conseguenza di una vita di sofferenza, ma una sorta di visione avuta nel bordello in cui lavora le consente di scappare per cercare una rinascita nel contatto con la natura: soccomberà nuovamente, inquinata dal presente che si impone violento.

Fakhri è invece una elegante signora cinquantenne, che lascia il marito, un ufficiale dell'esercito, dopo aver rivisto una sua vecchia fiamma, appena rientrato dall'America.
Proprio Fakhri accoglierà tutte queste anime perse, ospitandole in una tenuta nei dintorni di Teheran, nel classico “giardino segreto”, sereno ma così lontano dalla realtà.
Il contatto con la madre terra, la natura rigogliosa, le arti culinarie, l'armonia della musica e del canto, classici cliché della femminilità, non saranno sufficienti a preservare le protagoniste dall'impatto con il contesto storico e culturale iraniano degli anni Cinquanta.

Shirin Neshat è prima di tutto un'artista - di lei si ricordino i corpi e i volti femminili ricoperti dai caratteri dell'alfabeto persiano -  e ci regala in "Women without men" intensi tableaux vivant, rimandi classici della storia dell'arte con pennellate di densa luce persiana: arriva a ritrarre la militante Munis come una moderna Maria nella Pietà, mentre sorregge l'esanime giovane militare appena ucciso dal suo compagno di partito.

L'artista dissidente, che vive a New York, aveva precedentemente curato una videoinstallazione di altre storie tratte dal romanzo "Donne senza uomini": ora giunge anche il riconoscimento dalla Giuria della Mostra del Cinema per la sua cura registica.

Agli antipodi, la videoartista svizzera Pipilotti Rist presenta il suo primo lungometraggio e riflette sull'imposizione della "paura", raccontando a modo suo il mondo di “Pepperminta”, una sorta di maga dei colori: Pepperminta sfida le regole del buoncostume proponendo la disobbedienza agli assurdi limiti “morali” che le impediscono di esprimersi liberamente ed estremizza il suo irriverente desiderio di libertà sfidando perfino l'ultimo prepotente tabù: quello  della diffusione dei germi, di virus e influenze varie...

Pepperminta non suona i campanelli, li lecca. Si presenta alle creature più tristi, confuse, frustrate e impaurite della società e le trasforma, dopo una rigenerante rinascita nel liquido amniotico della sua vasca da bagno, in complici messaggeri di vita colorata.
E quando le sue gesta assurde non stanno bene a preti, inquisitori, sbirri e tutori dell'ordine di ogni genere, lei li inonda di colori, frutta, verdura, risate, li caccia con la forza anarchica della sua allegria, scombussola i benpensanti, offre ai suoi complici il patto di sangue da consumare assorbendo sorsi di secrezioni mestruali con cui da generazioni si rigenerano queste donne rosse, materne e trasgressive.

Un insulto, quello di Pipilotti Rist, alle odierne prescrizioni antivirali. Un invito diretto a non avere paura del diverso, una promessa di speranza, quella di sconfiggere il grigiore dell'ordine imposto e un regalo: una scena memorabile, in cui i poliziotti vengono messi in fuga da una folle carica di  ortaggi spiaccicati e colorati.

Mostra del cinema virata al femminile insomma, in cui il rosso e il verde sono colori forieri di oltraggiosa militanza, il cui fine è, come sempre, quello di cambiare il mondo.

Beatrice Barzaghi

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