Riprende l’esodo centro americano, in fuga dalle conseguenze della pandemia e dei cambiamenti climatici

17 / 1 / 2021

Si sono ritrovati come sempre al terminal degli autobus di San Pedro Sula. Un primo gruppo di circa 300 persone già mercoledì sera e il giorno seguente a migliaia. Secondo l’Instituto Guatemalteco de Migración sarebbero già oltre ottomila le persone che hanno ripreso il viaggio della speranza, l’esodo verso la “terra promessa” degli Stati Uniti, in fuga dalle drammatiche conseguenze prodotte dalla pandemia e dal passaggio devastante degli uragani Eta e Iota.

Tante sono infatti le persone che hanno rotto gli indugi e hanno deciso di affrontare il lungo e difficile viaggio verso gli Stati Uniti cercando di costruirsi una vita lontano dalla violenza e dalla miseria. Migliaia di persone, di famiglie con bambini, sono di nuovo in cammino, chi per la prima volta, chi tentando nuovamente il viaggio, tutti con la stessa necessità di fuggire da una terra che nulla può più dare ai suoi cittadini. Due sono i gruppi principali che si sono messi in cammino e che stanno lentamente ma inesorabilmente attraversando il centro America. Il primo gruppo, composto da circa quattro mila persone è arrivato alla frontiera di El Florido con il Guatemala giovedì notte dove ha trovato ad attenderlo un vasto dispiegamento di forze dell’ordine, che tuttavia nulla ha potuto contro la spinta collettiva che in pochi minuti è riuscita a sfondare il cordone e a entrare nel paese.

Qualche ora dopo un secondo gruppo, anch’esso composto da circa quattro mila persone, è arrivato alla frontiera di El Florido e il copione si è ripetuto: di fronte alla spinta dei migranti, le forze dell’ordine hanno opposto una resistenza insufficiente e i migranti sono riusciti a passare.

Il primo vero e proprio momento di tensione è avvenuto qualche ora più tardi nella strada che conduce alla città di Chiquimula dove era stato predisposto uno dei 20 posti di blocco dell’esercito guatemalteco. I migranti di fronte all’ennesimo posto di blocco hanno provato ad avanzare nuovamente a spinta ma questa volta l’esercito ha reagito utilizzando la forza e spezzando in due la carovana. A seguito di questo scontro, il direttore dell’Instituto Guatemalteco de Migración ha invitato i migranti a ritornare al loro paese dichiarando che verranno installati ulteriori posti di blocco per fermarli.

La prima carovana migrante del 2021 era “nell’aria”: alle già disastrose condizioni economiche e di violenze patite dalle popolazioni centro americane, in particolare quelle honduregne, si sono aggiunte in quest’ultimo anno le conseguenze drammatiche prodotte dalla pandemia e soprattutto dei cambiamenti climatici. Nell’anno appena concluso infatti, si è verificato il record di eventi climatici eccezionali: sono state addirittura 30 le tormente tropicali e 4 gli uragani che hanno seminato devastazione in tutta l’area e che sono divenuti quindi causa di questa nuova “ola” di migrazioni. Che i cambiamenti climatici saranno la causa di migrazioni di massa, l’ha ammesso perfino la Banca Mondiale, stimando che nel 2050 saranno oltre 143 milioni gli esseri umani costretti a fuggire dai luoghi dove sono nati. Quello che ai più sembra sfuggire è che il futuro è già arrivato, i cambiamenti climatici sono qui e ora e le migrazioni di massa ne sono la conseguenza attuale.

La nuova ondata migratoria è partita inoltre in un momento particolare, con l’insediamento di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti. Questo momentaneo “vuoto” di potere potrebbe agevolare il cammino dei migranti, non tanto per un eventuale arrivo negli USA ma rispetto al transito in Guatemala e soprattutto in Messico: le politiche migratorie di questi paesi negli ultimi anni, infatti, sono state dettate dall’amministrazione Trump che ha imposto la linea dura sotto il ricatto di sanzioni o del ritiro di aiuti economici. Ora, con l’insediamento del nuovo presidente è prevedibile che gli stessi paesi restino in attesa di “direttive” politiche, anche se è molto difficile un ritorno alla situazione precedente al governo Trump. 

Al momento le reazioni sembrano comunque propendere per la linea-Trump: il presidente guatemalteco Giammattei, appena avuto notizia della partenza delle carovane dal nord del Honduras ha provveduto a militarizzare la frontiera e a istituire lo “stato di prevenzione” per 15 giorni in sette dipartimenti transfrontalieri, nei quali è stato vietato ogni tipo di celebrazione e di riunione pubblica non autorizzata e delegando alle forze armate il ripristino della “legalità” anche con l’uso della forza. Allo stesso tempo però, le forze armate guatemalteche alla frontiera al momento nulla hanno potuto di fronte alla spinta inarrestabile dei migranti: solo qualche piccolo gruppo di qualche centinaio di persone è stato fermato e rispedito indietro mentre la maggioranza delle persone per ben due volte è riuscita a sfondare i cordoni e ad entrare nel paese. Il governo di Giammattei sembra incapace di controllare questo nuovo esodo tanto che ha lanciato un disperato appello alle autorità honduregne perché facciano la propria parte per fermare la migrazione dei propri cittadini.

Chi sembra avere le idee più chiare è il presidente messicano López Obrador che, alla notizia della partenza della carovana, ha subito messo in moto la macchina repressiva di cui dispone, inviando alla frontiera sud la Guardia Nacional in aggiunta al numerosissimo personale della “migra” già di stanza. Al momento sono almeno un migliaio gli uomini messi di guardia al nuovo “muro” degli Stati Uniti, il confine naturale del rio Suchiate che separa il Guatemala dal Messico. 

Viste le più che buone relazioni intercorse tra AMLO e Trump, non è difficile prevedere che l’accoglienza della carovana non sarà delle migliori, resta da capire tuttavia da una parte quale sarà la reazione della stessa carovana e dall’altra le reazioni politiche alla decisione di utilizzare le forze armate per fermare l’esodo. Per López Obrador il momento non è dei migliori, sommerso da numerose critiche dopo la decisione della FGR (Fiscalía General de la Républica) di non procedere al giudizio nei confronti dell’ex generale Cienfuegos, arrestato dalla DEA e in seguito estradato in Messico ma poi lasciato in libertà nonostante le numerose accuse di narcotraffico e di coinvolgimento in atti di violenza tra i quali Tlatlaya e Ayotzinapa.

Cosa attenderà i migranti al di là del rio Suchiate? Il Messico che accoglie gli esuli come Evo Morales e che offre ospitalità ad Assange o quello che nell’ultimo anno è stato inflessibile verso i los de abajo che migrano fuggendo da miseria e violenza?

** Pic Credit: in copertina Contracoriente 

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