Seminario CIDECI

Messico - Il Congresso Nazionale Indigeno, spazio di incontro dei popoli indigeni che lottano per l'autonomia

Ricordando Don Juan, continua la lotta delle comunità indigene ribelli del Messico

4 / 1 / 2013

Al Seminario Internazionale al CIDECI hanno partecipato rappresentanti del Congresso Nazonale Indigeno (CNI) spazio di incontro che raccoglie numerose comunità indigene del paese, tutte accomunate dalla lotta politica per l'autonomia e la costruzione reale di un'alternativa di vita fondata sulle loro forme tradizionali di organizzazione e di gestione delle risorse del terriotorio.

Del CNI fa parte pure l'EZLN e le sue comunità autonome, come ci hanno ricordato nel loro ultimo comunicato. Infatti questo spazio di incontro tra le comunità indigeni ribelli del Messico nacque proprio nel 1996 durante il viaggio della Comandante Ramona alla capitale del paese. Da allora periodicamente queste comunità si incontrano per discutere dei loro problemi e di come sta crescendo il loro percorso verso l'autonomia.

Durante il tavolo di discussione del CNI al Seminario, tutti gli interventi hanno ricordato Don Juan Chavez, conosciuto da tutti come “Don Juan”, dirigente indigeno Purepecha, della comunità di Nurio nello stato del Michoacan, venuto a mancare nel giungo 2012 a causa di un incidente mentre lavorava per ristrutturare la sua casa. Don Juan in questi anni era stato il principale portavoce del CNI, un'autorità morale come dicono qua in Messico; sempre presente in tutte le loro iniziative e in quelle promosse dall'EZLN, e nel 2008 era venuto a visitare l'Europa durante le assemblee di preparazione della Carova Europea di solidarietà alle comunità zapatiste, alla quale poi parteciparono più di 200 europei, tra cui circa 80 italiani.

La figlia di Don Juan, Margarita, lo ha ricordato come padre e soprattutto come dirigente della sua comunità di Nurio. Infatti, già dagli anni '70 fu uno dei giovani che parteciparono al percorso di lotta che li portò successivamente a recuperare le loro terre. La comunità di Nurio, come altre della loro regione, è famosa per la produzione artigianale di chitarre, tra le migliori prodotte in Messico. Don Juan, insieme ad altri giovani, furono incaricati dalla assemblea di partirire con le chitarre, per visitare le comunità della loro regione partecipando alle feste e le celebrazioni dei santi; il loro compito era quello di cominciare a tessere una rete di contatti ed alleati per la futura occupazione delle terre. Nello stesso periodo, e per lo stesso scopo, altri giovani di Nurio furono mandati a giro per il paese a vendere chitarre per finanziare l'acquisto delle armi, in vista del recupero delle terre. Da allora Don Juan diventò un riferimento per le comunità Purepecha, e negli anni successivi per tutte le comunità indigene ribelli del paese, e non solo. La figlia Margarita ha raccontato come, nel popolo Purecpecha, la morte non è vista come una fine, ma si pensa che “quando l'anima si ricongiunge alla terra, è per far sbocciare la vita”. Infatti, nonostante la sua dolorosa scomparsa, la lotta del loro popolo non si ferma; e ce lo hanno dimostrato con la presenza di giovani dirigenti Purepecha, della comunità di Nurio e di Cheran; quest'ultima dallo scorso anno ha cacciato con le armi i gruppi criminali che gestivano il taglio indiscriminato della legna dei loro boschi, e da allora hanno messo in atto un processo di recupero delle forme di organizzazione comunitarie attraverso l'assemblea, cacciando i partiti e istituendo le loro istituzioni comunitarie autonome.

Sono state numerose le testimonianze di comunità del CNI, alcune presenti ed altre che hanno mandato un saluto attraverso una lettera perchè impossibilitate a partecipare a causa della difficile situazione, in molti casi di repressione, che stanno vivendo nei loro territori. Come le comunità Ikoots dell'Istmo di Tehuantepec, che da alcuni anni si battono contro un mega progetto di energia eolica, la cosiddetta energia “pulita”, ma che in questo caso prevede l'istallazione di 9000 aerogeneratori da parte di imprese private, la cui energia elettrica non sarà per gli abitanti della regione ma per le istallazioni produttive di queste aziende (tra le imprese coinvolte, c'è pure l'Enel). Oppure gli Yaqui dello stato settentrionale di Chihuaua, che nel territorio desertico in cui vivono, si battono perla difesa dell'unico fiume della zona, che il governo statale vuole deviare per rifornire il distretto industruale della capitale. Oppure i Nahua di Xochimilco, cittadina a sud dell'area metropolitana di Città del Messico, che si battono contro la costruzione di una grande infrastruttura di comunicazione che attraverserà i loro boschi. E tanti altri, che non citiamo per motivi di spazio.

Le testimonianze delle comunità del CNI ci mostrano una fotografia, seppur parziale, della devastazione neoliberista in Messico, di quello che motli autori chiamano neo-estrattivismo, cioè un approccio perverso allo sfruttamento delle risorse che mette al centro solamente gli interessi delle grandi imprese straniere, interessate a saccheggiare tante più risorse possibili ed avere a disposizione infrastrutture di produzione di energia e di vie di comunicaizone funzionali ai loro interessi. Però, le testimonianze delle comunità indigene ribelli ci mostrano pure una fotografia della ribellione e della dignità, quella di migliaia di persone che si battono per difendere il territorio e le loro vite. Soprattutto, queste esperienze di lotta indigene ci mostrano una via reale verso l'alternativa; a partire dall'organizzazione nei luoghi di vita di ognuno e nella costruzione dal basso di esperienze autogestite nella produzione, nella comunicaizone, nella presa delle decisioni sul proprio territorio.

Nelle comunità che costruiscono l'autonomia si parla spesso di mettere in pratica le forme tradizionali di organizzazione. Nonostante questa parola “tradizionale” è vista da noi come qualcosa che rimanda al passato, che guarda indietro, in realtà queste esperienze ci parlano di pratiche rivolte verso il futuro. Alcuni autori parlano del concetto di “antimodernità” per riferirsi a molte di queste lotte, inteso non tanto come il rifiutare la modernità, ma l'opporsi agli assetti gerarchici e alle disuguaglianze della modernità. Per capire meglio questo discorso possiamo pensare a quando alcuni anni fa ci chiamavano “no global”, e non eravamo certo contrari al processo in atto di maggiore circolazione di persone, merci e idee nel mondo. Allo stesso modo, i popoli indigeni non vogliono certo tornare al passato, come ci ha mostrato il giovane messicano di Los Angeles, cantante rap, che come migrante nella grande città americana, insieme ad altri cerca di costruire percorsi di alternativa nel quartiere a partire dalle sue origini e dal suo sapere indigeno. Le forme di organizzazione cosiddette “tradizionali” dei popoli indigeni sono quelle che hanno permesso loro difendersi e sopravvivere di fronte agli attacchi dei poteri politici ed economici di turno. Le loro forme di gestione del territorio, anche se chiamate “tradizionali”, sono probabilmente le uniche che possono garantire un futuro dignitoso ai territori, ma soprattutto a chi ci abita. Per questo le lotte indigene in Messico, e nel mondo, sono viste da tanti attivisti come degli alleati privilegiati e dei compagni; anche se ci possono sembrare realtà diverse e lontane, sono delle lotte come le nostre contro le ingiustizie e lo sfruttamento perverso delle risorse che viviamo in tutto il mondo.

Lo scorso anno avemmo l'onore di conoscere Don Juan nella sua casa a Nurio. Era molto interessato a conoscere le forme di organizzaizone della gente in Italia. Gli raccontammo delle esperienze dei centri sociali, e del progetto di comunicazione di GlobalProject, visto che anche loro stavano discutendo di istallare una progetto di comunicazione comunitaria, che pensando allora nella forma di una radio. Ci disse che guardava con interesse quello che si muoveva in Europa, ed i movimenti giovanili dei precari e degli studenti. Quello che ci mancava, a suo parere, era il controllo e la gestione di un territorio, come movimenti sociali urbani.

Don Juan stava allora lavorando nella ristrutturazione della sua casa, attività che poi ha causato l'incidente della sua morte. Ci disse che nei '90, dopo anni di lotta per il recupero delle loro terre, e dopo che era diventato nonno, aveva pensato di dedicarsi alla famiglia e a sistemare la sua casa. Nel gennaio 1994, dopo l'insurrezione zapatista, disse a sua moglie: “Cara, devo partire”, e da allora aveva continuamente girato per l'attività politica dentro il moviemnto indigeno. In quesi ultimi anni il movimento indigeno messicano, ed in generale quello legato all'EZLN, aveva avuto un momento di riposo per quanto riguarda la presenza nell'arena pubblia, e per questo Don Juan aveva ritrovato il tempo di dedicarsi alla sua casa e la famiglia. Adesso pare che sia giunto il momento di rimettersi in cammino, in tanti, tra l'EZLN, popoli indigeni e lotte sociali che lottano in basso e a sinistra. Immaginiamo che Don Juan avrebbe di nuovo detto alla moglie che era tornato il momento di partire. Ma, se lui non ci potrà essere, si metteranno in cammino sicuramente i giovani dirigenti delle sue comunità e di altri popoli indigeni e lotte sociali messicane e del mondo, come le nuove generazioni di precari che negli ultimi tempi hanno fatto sentire la loro voce e la loro rabbia.

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