Che cosa significa la sconfitta elettorale del Corbynismo per i movimenti?

16 / 12 / 2019

Quando alle dieci di sera del 12 dicembre la BBC ha annunciato i risultati degli Exit Poll, con 368 seggi per i conservatori e solo 191 per i laburisti, un brivido freddo ha percorso tutti coloro che avevano visto nel Labour di Jeremy Corbyn una possibilità reale di contrasto all’aumento delle disuguaglianze inaugurato dal Thatcherismo e aggravatosi ulteriormente dopo la crisi finanziaria del 2008.

La speranza era condivisa, con tutti i distinguo e le riserve del caso, anche da buona parte di quella sinistra radicale ben conscia dei limiti della politica elettorale incentrata sullo stato capitalista. In questi ambienti, il Corbynismo è stato visto come uno strumento in grado di lanciare una sfida di massa al realismo capitalista, riportando nel dibattito politico mainstream la possibilità di un superamento del sistema vigente nel lungo termine e l’ottenimento di riforme volte ad aumentare il potere di classe nel breve termine. Molti compagni e compagne si sono spesi generosamente per la campagna elettorale laburista. Dopotutto, la buona performance elettorale di Corbyn nel giugno 2017, migliore di quella dei suoi predecessori Ed Milliband e Gordon Brown, aveva dimostrato che un ampio consenso per una piattaforma relativamente radicale era una possibilità concreta e non una fantasia idealista. Eppure, con una maggioranza assoluta conservatrice di 365 seggi su 650, i risultati di questa elezione sono stati inequivocabilmente disastrosi. Perché?

I detrattori centristi di Corbyn, prevedibilmente, hanno subito denunciato le sue politiche “estremiste”: nazionalizzazioni, aumenti significativi di spesa sociale e salari, più tasse ai ricchi, maggiori regolamentazioni sulle imprese, che l’avrebbero reso ineleggibile per difetto di realismo. Questa posizione è ben rappresentata in Italia da Matteo Renzi, che ha twittato: “La sinistra radicale, quella estremista, quella dura e pura è la migliore alleata della destra. Continuate pure ad insultare Blair e tenetevi Corbyn: alla fine così vince la destra più radicale. E alla fine la #brexit sarà colpa anche di questo Labour”. Questa interpretazione ignora convenientemente le mediocri performance elettorali del centro-sinistra che si sono ripetute nei recenti cicli elettorali e di cui Renzi senz’altro sa qualcosa. E’ però vero che, se Corbyn si è assicurato un rispettabile 32.2% del voto popolare, a causa del sistema a collegi uninominali tale percentuale si è tradotta nel più basso numero di seggi per il Labour dal 1935, ovvero 203.

E’ però improbabile che una linea centrista sarebbe stata meno fallimentare, anche alla luce della pessima performance dei centristi LibDem e dei blairiani che avevano abbandonato il Labour. Soprattutto, come fanno notare i Corbynisti, oltre a una campagna di aggressione mediatica spietata il Labour ha dovuto affrontare una situazione inedita, quella di competere in una corsa elettorale dominata dal nodo della Brexit. Si tratta di un terreno estremamente difficile per un partito il cui elettorato e gli stessi quadri sono profondamente divisi sulla questione. Com’è noto, le ex zone industriali e minerarie del centro e del nord - il tradizionale “muro rosso” del Labour - hanno votato Leave, mentre le città del sud (come Londra, Bristol e Brighton) si sono schierate per il Remain. Corbyn ha tentato di mantenere unito l’elettorato con una posizione intermedia: rinegoziare un accordo con la Ue e sottoporlo a un secondo referendum. Questo tentennante compromesso si è rivelato essere debole rispetto al messaggio chiaro e risoluto di Johnson: “Get Brexit done”. Il muro rosso è così crollato, consegnando ai conservatori collegi elettorali che erano stati ininterrottamente laburisti fin dalle origini del partito, con un impatto psicologico profondamente demoralizzante a causa della memoria delle lotte operaie a cui queste zone erano associate. Non è quindi chiaro che un programma più moderato avrebbe potuto risolvere il dilemma della Brexit in alcun modo, soprattutto visto che il voto working class per l’uscita dalla Ue esprime esasperazione nei confronti dello stato di cose presenti e un forte desiderio di discontinuità.

L’analisi però non può fermarsi qui. Bisogna infatti capire perché una parte così ampia della working class britannica abbia visto nella Brexit quella possibilità di cambiamento che non ha visto in Corbyn. Dire che la working class ha scelto la Brexit è falso perché codifica la classe come bianca, nazionale e industriale, adagiandosi sulla rappresentazione mediatica che, riducendo la classe a un segmento della stessa, contribuisce di fatto a dividerla. E il voto di classe è rimasto infatti diviso, con i lavoratori giovani e delle grandi città (anche nel nord) rimasti con il Labour e quelli delle zone rurali e semi-urbane del nord e delle Midlands passati in buona parte sotto i conservatori. Ma ad ogni modo, dopo il primo posto del Brexit Party di Farage alle ultime elezioni europee, i risultati del 12 dicembre hanno sancito la vittoria della Brexit, a scapito di qualsiasi sondaggio sui possibili risultati di un secondo referendum (ricordiamo, d’altronde, che i sondaggi non avevano previsto il risultato del primo referendum).

Negli ultimi giorni, la sinistra pro-Brexit e quella anti-Brexit hanno entrambe interpretato i risultati delle elezioni come conferme delle loro tesi. Tale dibattito è destinato a rimanere inconcludente, ma considerare il voto per la Brexit come una scelta d’opposizione di classe all’austerità dell’Ue è purtroppo una pia illusione. Il referendum sulla Brexit è stato vinto sulla questione dell’immigrazione, tant’è vero che la sua traduzione in voti per il Conservative Party - il partito che per decenni si è fatto artefice dell’austerità più brutale, rendendo il Regno Unito il paese più diseguale dell’Europa occidentale - è stata sospinta dalla promessa di una restrizione della libertà di movimento. Per molti lavoratori martoriati dalla precarietà lavorativa e dal declino dei servizi pubblici (ormai peggiori che in Italia in molti settori), limitare l’accesso agli stranieri è sembrata una strada più percorribile rispetto alla redistribuzione delle risorse. Non si tratta di “ignoranza”. La narrazione dell’ignoranza è anzi il più lampante esempio di “democratica” supponenza nei confronti di chi non può proteggersi dalla flessibilità del mercato del lavoro tramite il monopolio su alcune qualifiche. Si tratta piuttosto di pragmatismo. In assenza di alternative tangibili anche nella vita quotidiana, è più facile colpire chi sta in basso che attaccare chi sta in alto.

Questa asimmetria è reale. Per ripetere un’analisi un po’ scolastica ma pur sempre valida, nella società capitalista lo stato ha bisogno dell’accumulazione di capitale per assicurarsi la propria sostenibilità finanziaria tramite le tasse. Politiche economiche che attacchino sostanzialmente gli interessi dei “datori di lavoro” causano caduta degli investimenti, fughe di capitali, crisi economica, e allora quello che conta sono i rapporti di forza nella società. Gli alti tassi di crescita e di profitto che avevano costituito i margini di manovra per il compromesso socialdemocratico del trentennio post-bellico non si danno più. E’ quindi miope vedere nella sconfitta del Labour semplicemente un caso sfortunato dovuto alla coincidenza tra elezioni e Brexit. La Brexit è stata un fattore chiave nel rendere così acuta la sconfitta ma quest’ultima non è un caso isolato, si inserisce nel contesto della parabola discendente di Syriza in Grecia e del ridimensionamento di Podemos in Spagna. Sappiamo bene che la tendenza per ampi segmenti della classe nel mondo occidentale ad affidarsi all’“interesse nazionale” piuttosto che a quello di classe va ben oltre il Regno Unito e si traduce in un arretramento dell’ipotesi elettorale come via strategica maestra per il progetto anti-capitalista.

Il dilemma sembra dunque essere il seguente: inseguire la destra sulla “priorità nazionale” e sul sciovinismo del welfare oppure concentrarsi su esperienze di resistenza sul posto di lavoro e mutualismo nei quartieri, assumendo un atteggiamento dogmatico di totale indifferenza nei confronti della politica elettorale. Quest’ultima strada, nel contesto attuale, rischia di tradursi in un gigantesco ridimensionamento delle ambizioni, una micro-politica della riduzione del danno e dell’attenuazione della miseria, confinata al livello locale. Per quanto riguarda il Regno Unito, per uscire da questo inaccettabile dilemma sarebbe necessario rafforzare l’organizzazione di movimento, uscendo allo stesso tempo dalla dicotomia tra un impraticabile orizzontalismo ideologico da un lato e un “centralismo democratico” dall’altro che risulta in una miriade di partitini e gruppuscoli leninisti, i quali poco possono fare per ridurre la frammentazione. Non ci sono soluzioni facili e chi ha militato in questo contesto avrà probabilmente fatto l’esperienza di sentirsi parte del problema. L’entrismo nel Labour Party era diventato il superamento di tale polverizzazione non solo politica ma anche sociale, ma a mio parere queste elezioni sono un’ulteriore dimostrazione del fatto che il baricentro strategico di un progetto anti-capitalista non può essere la politica elettorale. Il difficile compito sembra essere quello di costruire una opposizione sociale con un livello di organizzazione in grado di superare l’isolazionismo locale, incidere sulla politica istituzionale mantenendo autonomia e, soprattutto, lavorare nei territori emarginati come quelli in cui la base sociale del Labour si è erosa.

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