The Final Meltdown

17 / 3 / 2011

Non sappiamo con certezza se le barre d'uranio nei reattori della centrale di Fukushima si siano sciolte sotto l’enorme quantità di calore generata dall’avaria del complesso nucleare giapponese. C'è però qualcosa che con assoluta certezza si è sciolto dopo l'apocalittico sisma di qualche giorno fa.

Si è sciolta la balla del nucleare come motore di un nuovo sviluppo, si è mostrata la realtà che dietro a questo fantomatico sviluppo (per chi, poi?) si vuole celare. Una realtà fatta di “rischi trascurabili” e “danni per la salute non comprovati”, locuzioni che nella superficialità con cui trattano questioni basilari ci mostrano come il dogma della crescita riversi tutta la sua violenza sui nostri territori, sui nostri corpi e sulle nostre vite.

La sostenibilità, l’impatto ambientale, i rischi per la salute: tutti problemi secondari di fronte alla domanda d’energia crescente, unico vero perno che devono avere le politiche energetiche globali, almeno per la cricca di nuclearisti che cerca di dettare la linea del prossimo sviluppo italiano. Problemi secondari che in realtà sono dei macigni sul nostro bios.

Dopo la catastrofe ecco allora la retorica della "necessità del nucleare" e dell'unità nazionale (retorica tristemente trans-nazionale) con cui si cerca di sviare l'attenzione dalle conseguenze del disastro. Ecco infatti che poche ore dopo i primi allarmanti comunicati da Fukushima, il premier giapponese si affannava a richiamare all'unità i giapponesi, come se la catastrofe non avesse anche profonde responsabilità politiche.

Come si sta riflettendo tutto questo sul nostro scenario politico? Il treno governativo non sembra volersi fermare: appaiono quantomeno offensive le dichiarazioni dell'Enel che invitano, di fronte a questa situazione, a "non farsi prendere dall'emotività", proprio nel momento in cui paesi con una tradizione nucleare di lungo corso mettono in dubbio le loro scelte per il futuro alla luce dell'incidente di Fukushima. Già sette tra i reattori più vecchi sono stati fermati in Germania (quando solo pochi mesi fa era stato annunciato il prolungamento del loro ciclo di vita), in Svizzera e Polonia ci sono stati seri ripensamenti sul rilancio di un piano nucleare nel prossimo futuro e praticamente ovunque, dalla Francia agli Stati Uniti, stanno nascendo dubbi sull’effettiva sicurezza delle centrali: in questo scenario il ministro (dell’ambiente?) Prestigiacomo continua ad affermare con piena convinzione che il nucleare italiano sarà immune dai pericoli che stanno attraversando la centrale giapponese. Difficile però convincersi di questa favola quando ad essere in difficoltà è probabilmente il paese più tecnologicamente avanzato del mondo (la centrale di Fukushima era stata dotata in tempi recenti di moderni sistemi di sicurezza), con la sua ben nota fama di efficienza in ogni situazione: l’unica verità è che un nucleare sicuro al 100% non può esistere.

In tutto questo cogliamo un filo rosso che va dal Golfo del Messico al distretto di Sendai, passando per le nostre città avvelenate dalle polveri sottili: ovunque piccole e grandi catastrofi, epocali o quotidiane che siano, continuano ad attaccare i nostri ecosistemi e le nostre vite, ovunque la pretesa dell'onnipotenza umana è lo strumento con cui si cerca di fare profitto a spese finanche dell'aria che respiriamo e dell'acqua che beviamo.

Ovunque si genera una risposta comune che si riprende i territori e gli spazi di vita, nel senso più pieno di questa parola. Ovunque la richiesta fortissima è quella di un cambio radicale del sistema... sperando che non ci vogliano altre Fukushima per capire quanto questo cambiamento sia necessario.

Assemblea di Scienze in Agitazione, Pisa

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