World Kobane Day. La città che ha fermato l'avanzata dell'Isis e che ancora insegna qualcosa

1 / 11 / 2018

World Kobanê Day, 1 novembre 2014. Esattamente quattro anni fa le bande barbariche dello Stato islamico attaccano Kobanê, con tutte le loro forze. Qui Ypg e Ypj resistono in nome dell’umanità e intraprendono - facendosi conoscere agli occhi della comunità internazionale - una stoica resistenza contro i brutali attacchi dell’Isis.

1 novembre 2015, Diyarbakir nell'inframezzo tra un coprifuoco e l'altro. Diyarbakir durante le ultime "democratiche" elezioni in Turchia. Diyarbakir la capitale del Kurdistan turco, il Bakur, dove soffia il vento.

Qui, nei vari distretti a partire da Sur, le intimidazioni e le violenze poliziesche perpetrate nei confronti di chi ci abita hanno lasciato segni evidenti. Dopo il susseguirsi delle incursioni i quartieri cominciano pian piano a svuotarsi. 

1 novembre 2016, dopo il fallito “tentativo di golpe” in Turchia, Erdogan e il suo governo danno il via ad un'operazione capillare tesa ad eliminare qualsiasi esperienza democratica, con il repulisti di accademici, insegnanti, giornalisti, magistrati, medici, impiegati statali, contrari al regime: più 90 mila licenziamenti e rimozioni, 30 mila arresti; chiusura di giornali, stazioni radio-televisive, centri di cultura e sedi di partito.

Il “sultano” commissaria, inoltre, diversi comuni curdi e dichiara il coprifuoco su 28 villaggi e città (tra cui Diyarbakir, Cizre, Nusaybin, Sirnak, Yuksekova, Silvan, Silopi, Hakkari, Lice). Nato, Unione Europea e governo italiano hanno una gravissima responsabilità su queste morti (tra cui numerosi bambini), oltre che in Kurdistan, in Siria e nella destabilizzazione dell’area martoriata dalla guerra. L'Europa in particolare stanzia una somma di 3 miliardi di euro - che poi aumenteranno sino a 6 miliardi - alla Turchia per la gestione dei flussi migratori, senza preoccuparsi del fatto che Erdogan stia compiendo un genocidio, che sovvenzioni Daesh e che sia complice nel vendere armi e bombe all’Arabia Saudita, uno stato fondamentalista che esplicitamente appoggia le sacche islamiste.

1 novembre 2017, da pochi mesi Raqqa è stata liberata. In Iraq invece - proprio in quei giorni - la crisi con il governo centrale a Baghdad e gli scontri armati tra Pershmerga curdi e l’esercito governativo per il controllo di Kirkuk, hanno spinto le autorità del Kurdistan iracheno a sospendere i preparativi per le elezioni presidenziali e parlamentari, in programma per il primo novembre. Frontiere chiuse, una “no fly zone” su tutta l’area, tensione e incertezza. È pesante il clima che si respira a Erbil. 

1 novembre 2018, oggi, il clima è pesante in gran parte del Medio Oriente. Cosa abbiamo letto in un anno? Dal susseguirsi della Marcia del Ritorno a Gaza, dai bombardamenti in Siria, dal raggelarsi - ulteriormente - dei rapporti tra Israele e Iran, la carestia in Yemen, Ahed Tamimi e Jorit Agoch.

Poi c’è Afrin, la meccanica e dolorosa distruzione dell’ultimo cantone curdo. Afrin ora occupato e soggetto ad atrocità brutali, violenza, paura e disperazione; una città dove le donne, i civili e le minoranze religiose vengono vessate, deportate, uccise e torturate ogni giorno. Quella che si combatte ad Afrin è una guerra sporca, che ha riaperto conflitti in un Paese già stremato da sei anni di guerra civile in cui hanno perso la vita oltre 400 mila persone e che ha rinvigorito le sacche dell’Isis che ancora in qualche modo resistevano.

Così facendo quella di Afrin è diventata la prima guerra del “dopo Isis”. Quella che nessuno voleva e quella che tutti temono. È diventata il pretesto per i gruppi jihadisti di costruire un nuovo Stato islamico grazie all’occupazione della Turchia. Come se ce ne fosse ancora bisogno, dopo 15 anni in cui si susseguono vari movimenti islamisti che tentano di egemonizzare l'area.

Succede, così, che alla vigilia del 1 novembre 2018 la Turchia attacca alcuni villaggi intorno a Kobane - Seftek, Zormixar, Charqeli, Ashme e Xirab Eto, a ovest di Kobanê, e vicino al confine tra il Kurdistan Settentrionale e il Rojava, sono stati colpiti da mortai sparati dall’esercito turco invasore e, nell’attacco, sono state danneggiate aree residenziali civili-, succede che la sete di potere di Erdogan e la follia islamista non si è ancora placata. Succede che c’è ancora intenzione di proseguire una guerra.

Davanti ad una comunità internazionale silente, che si esprime soltanto in circostanze di rito o all’occorrenza, bisogna a maggior ragione celebrare questo 1 novembre - giornata in ricordo della resistenza di Kobane - per rispetto di tutte quelle donne e quegli uomini che hanno scelto di non arrendersi e hanno perso la vita per proteggere un modello di società aperto e democratico. 

C'è un vento che soffia ancora forte. Quel vento che accompagna chi resiste e chi ancora non si è arreso allo strapotere di Erdogan e degli attori internazionali in campo, di chi non ha piegato la testa davanti al fanatismo religioso. E per sostenere questa esperienza rivoluzionaria in Medio Oriente basterebbero piccoli gesti, dal boicottaggio del turismo in Turchia, o grandi mobilitazioni, per esempio, per chiedere la cessazione della vendita di armi dall'Italia alla Turchia.

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