Una Cop al gusto di Coca Cola

6 / 11 / 2022

Domenica 6 novembre, nella soleggiata e vacanziera Sharm El Sheikh, andrà in scena la Cop più inutile di sempre. Ribaltando la questione, potremmo anche affermare che sarà la Cop più utile di sempre perché rivelerà agli occhi del mondo il fallimento di queste grande conferenze salvifiche che, se avevano un senso all’inizio – quando il capitalismo giocava in difesa e si limitava a negare i cambiamenti climatici – oggi che il capitalismo gioca all’attacco rischiano di rivelarsi addirittura controproducenti perché tentano di  mascherano il focus del problema, che è sempre e solo quello di uscire dai fossili e quindi cambiare il nostro modo di vivere e il nostro sistema economico. Quello che bisognerebbe fare per rimanere dentro i famosi limiti suggerirti dall’accordo di Parigi è chiaro a tutti. Il problema è che i Governi non lo vogliono, o non lo possono, fare. 

Ricordiamo che l’accordo di Parigi, nella Cop 21, poneva l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature sotto i 2° C rispetto all’era preindustriale, impegnandosi per rimanere prudentemente dentro il grado e mezzo. Oggi, all’apertura della Cop 27 in Egitto, l’obiettivo prudenziale del grado e mezzo è già andato a farsi benedire da un pezzo. E anche l’aumento di soli due gradi è lontano. Il Rapporto sul Divario, (Gap) che l’Agenzia per l’Ambiente dell’Onu compila ogni anno per monitorare l’efficacia degli impegni delle nazioni del mondo sulla questione del cambiamento climatico, indicano un probabilissimo aumento della temperatura di almeno 2,8° C entro la fine del secolo. “Il fatto è che la crisi climatica richiederebbe una rapida trasformazione delle società – scrive il meteorologo Luca Lombroso -. Sono necessari infatti enormi tagli delle emissioni di gas serra entro il 2030: il 45% rispetto per arrivare a 1,5°C e il 30% per stare entro 2°C. Esistono soluzioni per trasformare le società, ma è giunto il momento di un’azione collettiva e multilaterale”. Vien da chiedersi se questa azione collettiva e unilaterale invocata dall’ambientalista possa venire da una Cop targata… Coca Cola! Proprio così. Il colosso multinazionale della celebre bibita frizzate sarà lo sponsor degli incontri di Sharm El Sheikh! 

“Sono stata una delegata alla Cop 26 di Glasgow – ha raccontato la scienziata ed ambientalista londinese Georgia Elliott-Smith — Quasi tutti i giorni mi sentivo disperata, alcuni giorni piangevo. L’infiltrazione delle multinazionali nella conferenza era nauseante: i CEO delle aziende più grandi inquinanti del mondo riuniti, a fare pressioni sfacciate sui politici per proteggere i loro interessi e gonfiare i loro profitti. Quest’anno è anche peggio: la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha annunciato che Coca-Cola sarà lo sponsor aziendale della conferenza globale sul clima, Cop 27”. L’ambientalista inglese ha lanciato una petizione contro questa operazione di sfacciato greenwashing che ha ottenuto quasi 300 mila firma ma senza per questo riuscire ad annullare la suddetta sponsorizzazione. 

Non c’è niente da fare: inquinatori e petrolieri continueranno a farla da padroni anche a Cop 27 e i Governi dovranno mediare le loro richieste con quelle degli scienziati e degli ambientalisti.

D’altra parte, anche le aspettative degli ecologisti sono assai basse su una Cop come questa che non fa neppure notizia. In discussione ci sono solo alcune procedure burocratiche e non si parlerà di ulteriori limiti alle emissioni o, men che meno, di impegni vincolanti per i Governi. Il nostro Governo poi, andrà a  Sharm El Sheikh solo per “fare il tifo per il clima che cambia”, come titola l’Huffington Post. Dopo dieci anni di assenza, un premier italiano – la nuova presidente (declinato al femminile, toh!) del Consiglio, Giorgia Meloni – parteciperà ad una Cop ma soltanto per sostenere la necessità di rallentare l’uscita dalle energie fossili. Come dire che era meglio se restava a casa. 

Il fatto è che, come abbiamo scritto in apertura, il capitalismo ha imparato a giocare d’attacco. Nessuno oggi nega la necessità di contrastare i cambianti climatici ma la risposta che viene data è che bisogna tener conto della guerra, della crisi economica, delle bollette, della pandemia, dei rave party (questo solo in Italia) e della sacra difesa dei confini nazionali… Tutte questioni che, in analisi, dovrebbero spingerci ad agire ancora più drasticamente verso un rapido cambio di rotta perché sono tutti problemi legati al clima e all’energia, ma il gioco del capitalismo è ancora quello, dividi et impera, di negare ogni correlazione tra di loro e usarle come scusante per rimandare ogni azione. 

Eppure, dovremmo chiederci tutte e tutti, è possibile intraprendere un serio percorso che ci porti ad uscire dal capitalismo fossile senza rispettare i diritti, la democrazia e la libertà? Correttamente, gli ambientalisti parlano di “giustizia climatica” perché, senza giustizia sociale, l’ambientalismo è solo giardinaggio. 

Non è quindi nemmeno un caso se questa disgraziatissima Cop 27 si svolgerà in una Paese che i diritti umani non li ha mai presi seriamente in considerazione. L’Egitto è uno Stato di polizia. Anche senza voler ricordare la tragica vicenda di Giulio Regeni, nelle sue carceri sono rinchiusi e seviziati almeno 60 mila prigionieri politici. L’associazione Human Right Watch ha denunciato alla Bbc che nelle prigioni egiziane le torture vengono praticate in maniera sistematica e organizzata seguendo una vera propria “catena di montaggio”. 

Eppure i potenti della terra che andranno a Sharm El Sheikh, stavolta non per una vacanza o per fare immersioni, ma per un vertice internazionale, fingeranno di ignorare tutto questo e applaudiranno qualche pannello fotovoltaico che gli organizzatori del summit mostrerà loro. Agli ambientalisti, anche a quelli internazionali, è vietato fare domande scomodo ed anche organizzare manifestazioni perché il regime ha paura che si trasformi in una protesta contro il premier Abdel Fattah al-Sisi. “L’Egitto di Al-Sisi ha messo su un grande spettacolo di panelli fotovoltaici e cannucce biodegradabili, ma in realtà il regime imprigiona gli attivisti e vieta la ricerca. Gli ambientalisti non dovrebbero stare al gioco” scrive sul Guardian Naomi KleinGreta Thunberg l’ha presa in parola e, per la prima volta, ha scelto di rimanere a casa. 

Addirittura, per proteggere le attiviste e gli attivisti che scenderanno a Sharm nei giorni del vertice, la rete Climate Legal Defense ha approntato una speciale assicurazione, dei numeri di emergenza ed una guida per difenderli da eventuali imputazioni legali. Assicurazione che sarà utile soprattutto a chi viene dai Paesi africani come la Nigeria. Paesi che sono i primi a pagare gli effetti dei Cambiamenti Climatici ma ai quali l’Egitto non darà nessuna voce. “L’Africa contribuisce solo al 4% alle emissioni globali di gas serra contro il il 19% degli Usa e il 13% dell’Unione Europea – spiega al Fatto Quoitidiano l’attivista Goodness Dickson dei Fridays for Future della Nigeria, uno dei tanti che non potrà esserci al vertice perché l’Egitto non gli ha fornito il pass di partecipazione – eppure siamo noi a pagarne gli effetti. Un milione di persone sono rimaste senza casa a causa delle inondazioni che continuano a ripetersi. Non distruggono solo gli edifici, ma anche i campi e i raccolti, ci portano alla fame, alla carestia ed a migrare in altri Paesi. Mi chiedo, perché non possiamo far sentire la nostra voce alla Cop?” 

Con Dickson sono rimasti fuori della porta come sgraditi ospiti tantissimi ambientalisti africani. Vuoi per motivi economici (gli hotel a Sharm costano un occhio fuori della testa), vuoi per motivi politici. Il risultato è che non ci sarà nessuna rappresentanza di attiviste e attivisti provenienti da Congo, Sudafrica, Tanzania, Mali, Marocco Somalia e altri Paesi africani. Non è solo colpa dell’Egitto. Molti, pur avendo ottenuto i documenti e racimolato il denaro grazie a Ong europee, sono stati costretti  a rinunciare al viaggio per paura di ritorsioni nei confronti delle loro famiglie o di essere imprigionati una volta tornati a casa. 

“Vale più l’ambiente o la libertà? – Si chiede il giornalista Nicolas Lozito nella sua preziosa newsletter ‘Il Colore Verde’ -. La battaglia per sistemare il clima del pianeta, per salvare vite umane, animali e vegetali… può fare a meno dei diritti e della democrazia? Secondo me no. Tra l’ambiente e la libertà, io risponderò sempre ‘la libertà’, ben consapevole di indispettire molti e far arrabbiare chi cerca realismo e concretezza dei risultati. Il cambiamento climatico non è un fatto tecnico-scientifico: è anche politica, economia, società, idee, paure e sogni. Non esiste giustizia climatica senza democrazia”. 

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