Lima #10D: Yo Marcho per la madre tierra

In più di 15.000 per chiedere giustizia climatica e un futuro sostenibile

Utente: esther
10 / 12 / 2014

"Cambiare il sistema, non il clima" è la parola d'ordine della "Cumbre de los Pueblos frente al Cambio Climático" che si è riunita a Lima in Perù dall'8 all'11 dicembre contemporaneamente ai lavori del Cop 20, ventesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’ONU.

 Rappresentanti di comunità indigene e rurali, organizzazioni ambientaliste, attivisti di movimento, organizzazioni studentesche, cittadini e sindacati di 30 paesi hanno manifestato in migliaia il 10 dicembre, nella giornata internazionale per i diritti umani, per chiedere giustizia climatica e un futuro sostenibile.

¨Siamo venuti al Summit dei popoli in Perú per far sentire le nostre voci e protestare contro le grandi corporation e le multinazionali che stanno distruggendo il pianeta. Sono loro le cause della crisi climatica e devono assumersene le responsabilità, così come i governi che gli lasciano carta bianca producendo leggi che li lasciano liberi di fare", dice Toribia Lero Quispe, leader indigena boliviana.

Antolín Huascar, portavoce del Summit dei popoli, ha esortato la cittadinanza a unirsi alla marcia climatica. "Gli esperti dicono che siamo al limite, ma noi popoli indigeni e campesini non possiamo affrontare da soli questo problema, il pianeta ha bisogno di tutti", afferma Huascar.

¨Esigiamo che i rappresentanti delle 195 nazioni riunite nel Cop 20 contribuiscano a una soluzione reale e che non si parli solo di inesistenti fondi. Dal Summit dei Popoli, che è uno spazio organizzato, proponiamo che la base di questo radicale cambiamento sia il "Buen Vivir" che implica un equilibrio con la natura, solo così potremo fermare questa catastrofe che ci troviamo di fronte", ha sottolineato Antolin Huascar.

Durante il primo giorno dell'incontro, i rappresentanti delle comunità indigene, campesine e la società civile di 30 nazioni hanno discusso dei crimini sociali e ambientali commessi con il pretesto dello sviluppo economico, che non è altro che un modello di crescita che sta distruggendo il pianeta, hanno denunciato i partecipanti.

"Noi siamo qui per unire le nostre forze e dire no a quello che sta succedendo nel COP20, dove le multinazionali stanno manipolando i governi per continuare a monopolizzare le risorse naturali del mondo", ha dichiarato Jean Baptiste Chavannes, rappresentante di Via Campesina di Haiti.

Tra le denunce c'è anche il recente assassinio di José Isidro Tendetza Antún, leader indigeno shuar, ex presidente della Federación Amazónica Shuar di Zamora Chinchipe, Ecuador, scomparso il 28 novembre mentre stava andando a partecipare ad un assemblea convocata dall'Asociación Shuar de Bomboiza per discutere dei progetti minerari di Ecuacorriente all'interno la Riserva Yasuni. Tendetza Antún aveva in programma di andare a Lima per parlare del conflitto della sua comunità al Summit dei popoli.

“Crediamo che l'omicidio di Tendetza sia un sintomo di una escalation di violenza contro i leader indigeni che si oppongono alla volontà  delle società minerarie di costruzione di un mega progetto in tutta la Cordillera del Condor", ha detto Luis Corral, difensore dei popoli dell'Ecuador del sud.

Dalla Colombia è arrivato Juan Pablo Soler del Movimiento Ríos Vivos per denunciare che l'espansione delle miniere ha accelerato la costruzione di 100 centrali idroelettriche oltre al centinaio di altri progetti che minacciano la biodiversità nel bacino dei fiumi e i mezzi di sussistenza di migliaia di comunità contadine e popolazioni indigene del suo paese.

Juan Pablo Soler ha anche spiegato che la costruzione della diga di Urrá nel dipartimento di Córdoba ha portato all'uccisione di più di 17 residenti di etnia Embera - Katío, mentre nel dipartimento di Santander sono stati uccisi sei leader e attivisti che si oppongono alla costruzione della diga di Hidrosogamoso.

Durante il Summit organizzazioni contadine e indigene  del Perù hanno denunciato che il governo ha  emesso provvedimenti che violano i loro diritti, come la legge n° 30230, che vogliono riuscire a dichiarare incostituzionale attraverso una raccolta firme.

Hanno definito questa legge pregiudizievole per la vita, la salute, l'ambiente e la proprietà indigena, diritti che sono riconosciuti  nella Costituzione stessa e tuttavia  sono violati nel tentativo di garantire le multinazionali che operano impunemente. 

A Lima sono arrivati anche i Guardiani delle Lagune dalla regione di Cajamarca.  Qui la tensione tra la società mineraria Yanacocha e il popolo di Cajamarca, dopo anni di conflitto nella difesa dell'ambiente e in particolare l'acqua, rimane latente. Ad oggi ci sono cinque morti e circa 200 feriti con una forte persecuzione dei leader politici e difensori dei diritti umani.

Il mega progetto Conga prevede l'estrazione di rame e oro dalla Minera Yanacocha (controllata da società statunitense Newmont e Buenaventura del Perù sostenuta dalla Banca Mondiale) e si trova nelle province di Celendín, Hualgayoc e Cajamarca.

Questo intervento comporta lo sfruttamento di 3.069 ettari, ma la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) non ha tenuto conto dei popoli tradizionali che vivono in quella zona, perché il progetto comporta la distruzione di quattro lagune El Perol, Mala, Azul e Chica,  fonti di acqua per le comunità. Questo porta alla scomparsa delle lacune del Perol e Mala che sarebbero utilizzate per l'estrazione di minerali.

Allo stesso modo le lagune Azul e Chica sarebbero utilizzate come serbatoi di detriti. Il megaprogetto avrebbe un impatto di 32 comunità e 210 villaggi, facendo scomparire anche diversi ecosistemi perché va a colpire di 60.000  famiglie impegnate in agricoltura e l'allevamento, l'attività principale della zona.

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