Iraq - La repressione come risposta di uno stato storicamente debole e diviso

Intervista a Massimo Campanini.

2 / 12 / 2019

“L’Iraq è il prodotto forse più tipico, insieme alla Libia, della spartizione coloniale: uno stato ‘inventato’ a tavolino, cucendo insieme realtà etnico-cultural-religiose troppo eterogenee. È sopravvissuto solo grazie al pugno di ferro di monarchi repubblicani”. Nella sua analisi, Massimo Campanini, già docente di Storia del Medio Oriente e di Pensiero Islamico, mette a nudo la fragilità di uno stato che fin dalla sua costituzione è riuscito a tenere insieme le sue diverse componenti solamente grazie all’oppressione di una dittatura. Una fragilità che si manifesta tuttora nell’incapacità di trovare una soluzione pacifica alle proteste che stanno scuotendo parte del paese dal primo ottobre.

Algeria, Egitto, Sudan, Libano e Iraq. I cittadini di molti paesi arabi hanno deciso di scendere in piazza per esprimere il proprio malcontento verso la classe politica in generale e quella governante in particolare. C’è una connessione tra questi paesi o vanno visti come casi a sé stanti?

Credo che ognuno di questi casi vada giudicato contestualmente. I percorsi della storia recente di questi paesi sono stati molto differenziati per cui le specifiche esigenze sono diverse. Certo un comune anelito di cambiamento e di rinnovamento li percorre ma, se l’Egitto soffre sotto il pugno di ferro di una nuova dittatura militare, se il Libano sconta drammaticamente il fatto di essere una realtà troppo composita, debole e contraddittoria nel suo confessionalismo settario -, l’Algeria e il Sudan, che non hanno conosciuto le “primavere arabe”, devono piuttosto rimettere in movimento sistemi bloccati da decenni. Si tratta di dinamiche che certo hanno subito positivamente il contraccolpo dei moti del 2011-2013, ma questi moti, che sono sostanzialmente falliti a parte forse in Tunisia, non sono in realtà riusciti a rafforzare le società civili che restano gracili e represse. Inoltre, la mia prospettiva gramsciana mi induce a ritenere che nessun processo politico possa aver successo senza un partito-guida, laddove vedo molto spontaneismo, ma poca organizzazione.   

Concentriamoci sull’Iraq, facendo diversi passi indietro, ma partendo dalla constatazione che tra le richieste dei manifestanti, la maggior parte sciiti, c’è anche l’abolizione dei partiti settari. Che tipo di stato era quello messo in piedi da Saddam Hussein e che tipo di tensioni etniche e religiose attraversavano il paese prima dell’invasione anglo-americana? Sono rimaste anche dopo la fine della guerra e la costituzione del 2005? Come è stato spartito il potere tra le diverse comunità – curda, sciita e sunnita – che vivono nel Paese?

L’Iraq è un caso a parte. L’Iraq è il prodotto forse più tipico, insieme alla Libia, della spartizione coloniale: uno stato “inventato” a tavolino (ancor più della Siria) cucendo insieme realtà etnico-cultural-religiose troppo eterogenee. Come in Libia con Gheddafi, l’Iraq è sopravvissuto solo grazie al pugno di ferro di monarchi repubblicani come Nuri al-Said, Kassem e Saddam Hussein, dopo il quale le tensioni etniche e tribali, alimentate dall’infiltrazione di movimenti eversivi come al-Qaeda, sono riesplose portando a una disgregazione di fatto, se non di diritto. I curdi a nord sono ormai semi-indipendenti, gli sciiti a sud gravitano sempre più nell’orbita iraniana, i sunniti minoritari, un tempo indiscussi detentori del potere e della ricchezza petrolifera, si trovano oggi emarginati e scontenti, facilmente inclini al ribellismo.  

Molti dei cittadini sciiti che avevano combattuto contro l’Isis hanno deciso adesso di scendere in piazza contro la classe politica in generale, e quella sciita in particolare. Molti a Baghdad chiedono l’abolizione dei partiti settari. Come deve essere letta questa nuova fase della storia politica irachena?

Come una fase convulsiva di assestamento, anche se non è affatto detto che le cose si assestino, anzi. 

Secondo diverse fonti di informazione, la repressione delle proteste da parte delle forze dell’ordine ha causato oltre 300 vittime e 15.000 feriti, anche se il governo attribuisce la colpa di tale massacro a forze non governative. Come si può leggere il mancato tentativo da parte dello stato di cercare una soluzione pacifica alla crisi politica?

Lo stato in Iraq è debole, il paese, come ho detto, è disgregato di fatto se non di diritto, per cui è difficile che forze istituzionali possano davvero controllarne i sussulti e risolverne i problemi. Bisognerebbe resettare tutto al 1920!

Alcune analisi chiamano in causa l’Iran, che non vuole perdere un alleato prezioso nella regione. Quali sono i nuovi equilibri che si sono creati nella regione e che hanno fatto perdere agli Stati Uniti l’influenza sull’Iraq?

Oggi l’Iran è il novello satana chiamato in causa a proposito e a sproposito. Certo l’Iran persegue i suoi obiettivi egemonici in alternativa all’Arabia saudita e agli Stati Uniti e ha tutto l’interesse a tenere sotto controllo l’Iraq, ma il caos non favorisce alcun piano strategico positivo. Questo vale per l’Iran come per Israele, che soffia sul fuoco della disgregazione regionale illudendosi di essere tanto più sicuro quanto più i suoi avversari sono deboli. Ma è una pericolosa distopia, un Iran a pezzi rinfocolerebbe i conflitti invece che risolverli.

In che modo si ricollega il terremoto Daesh alla seconda guerra del Golfo?

Non lo so, perché non so che cos’è Daesh. Dove si è formato? Chi lo ha finanziato? Chi lo aiuta a risorgere dalle ceneri ogni volta che sembra moribondo? Sono in grado di spiegare in che modo si collega al-Qaeda alla seconda guerra del Golfo, non Daesh. Quando saprò chi ha coperto al-Baghdadi di petrodollari, chi ha fornito a Daesh le armi e gli ha insegnato come far sofisticata propaganda, allora risponderò da storico. 

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