Good Morning, Turchia

Attentato ad Ankara, morti e feriti anche tra civili, Erdogan rimbalza la responsabilità tra Pkk, Isis e YPG

18 / 2 / 2016

“La Turchia non sarà timida nell'uso del suo diritto di autodifesa in ogni momento e ovunque”, così il Presidente Erdogan rompe il silenzio e interviene in merito all’esplosione avvenuta nella serata di ieri nel quartiere di Kizilay ad Ankara, a poche centinaia di metri dal Ministero della Difesa e di una delle sedi principali delle Forze Armate turche. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di 28 morti e oltre 60 feriti. Le dinamiche sembrano invece molto più chiare: al passaggio di un convoglio militare, composto di due autobus, è esplosa un'autobomba.

Ankara, esplosione vista dall'alto

Quello che è successo in seguito rientra, purtroppo, nel tipico schema che ha accompagnato gli avvenimenti di questo tipo in Turchia nell'ultimo periodo e, soprattutto, nella sua gestione: già pochi minuti dopo l'esplosione, il vice Primo Ministro Bekir Bozdag definiva quanto appena accaduto come un “atto di terrorismo” mentre sia Erdogan che il Primo Ministro Davutoglu cancellavano in tutta fretta i loro viaggi all'estero, rispettivamente in Azerbaijan e Bruxelles, dove erano attesi per dei colloqui riguardanti le forniture energetiche e la crisi dei rifugiati sui confini turchi ed europei.

Il tempismo di questo attacco sembra, quindi, pianificato con cura.

Ciò che balza all'occhio nella gestione dell'emergenza e dei fatti è che le autorità turche hanno fin da subito imposto il “media blackout” ovvero il divieto di diffusione e divulgazione di notizie e immagini dell'esplosione, imponendo ai media nazionali l'uscita di informazioni solo provenienti da organi ufficiali del Governo. Questo tipo di pratica, ampiamente usata nel recente passato per questo tipo di situazioni, tende a coprire cosa sia successo sul campo, ma soprattutto non lascia spazio all'informazione sia dei quotidiani locali che delle emittenti tv o radiofoniche, impedendo così lo sviluppo di un pensiero critico autonomo e di un’interpretazione personale dei fatti. La versione del Governo è quindi l'unica e a tale bisogna attenersi. Addirittura c’è già un colpevole: Salih Necar, che è morto nell'esplosione. L'uomo, ha precisato il premier, è un membro dell'organizzazione curda Ypg, che ha agito in collaborazione con il Pkk. Le autorità sarebbero riuscite a identificarlo attraverso le impronte digitali, registrate al momento del suo ingresso in Turchia.

Le dichiarazioni ufficiali provenienti dalle autorità turche hanno puntato immediatamente il dito contro Isis e Pkk. E, come se non bastasse, uno sghignazzante Dovutoglu ha reso noto senza perdere nemmeno un minuto che, poche ore dopo l’attentato di Ankara, l’aviazione turca ha lanciato una serie di raid contro gli accampamenti del Pkk nel nord dell’Iraq. I bombardamenti hanno colpito la regione di Haftanin, non lontano dalla frontiera siriana, e hanno ucciso 70 combattenti del Pkk.

Certo, Ankara torna ad essere teatro di sangue e morte, ma d’altra parte quante altre città si contendono il triste primato proprio nel sud-est del Paese? Inoltre, rispetto alle pretestuose e immediate dichiarazioni del governo va fatta una valutazione.

mappa turchia

In questo particolare momento storico sembra che la forza dell'autoproclamato Stato Islamico sia in caduta libera e, soprattutto, non sarebbe logico colpire proprio l'Esercito turco che è un loro informale alleato sul confine e sul campo nel Nord della Siria.

Anche dal lato del Pkk sorgono dei legittimi dubbi: in primis, il capo del consiglio militare del Pkk Murat Karayilan nega qualsiasi responsabilità diretta nell'attacco e, in secondo luogo, il Pkk stesso non sembra essere nella fase di poter attaccare la capitale e quindi colpire nel cuore la Turchia, soprattutto perchè non potrebbe rischiare l'inasprimento delle operazioni di polizia e esercito nel Sud-Est dell'Anatolia, con le conseguenze che queste potrebbero avere sulla popolazione già provata da mesi di vero e proprio assedio delle città. Karayilan respinge al mittente le accuse e rincara la dose: “Abbiamo le prove documentate dell'aiuto dello Stato turco e dei suoi apparati agli jihadisti in Siria. Il vero terrorismo è quello turco che da una parte finanzia e aiuta il Califfato e dall'altra uccide i civili nel Sud della Turchia”.

Karayilan si riferisce ai fatti degli ultimi giorni quando l'artiglieria turca ha compiuto diversi barrage per impedire alle Forze Democratiche Siriane, di cui lo Ypg è parte, di prendere il controllo della città di Azaz e del varco di frontiera di Azaz/Kilis, uno degli ultimi canali di rifornimento aperti tra Turchia e Siria. A dargli manforte interviene uno dei leader dell’Ypg che smentisce il coinvolgimento della sua organizzazione nell’attentato di Ankara. "Siamo completamente estranei " dice Salih Muslim, co-presidente del Pyd. E aggiunge "Vi posso assicurare che nemmeno un proiettile è stato sparato dallo Ypg in Turchia". Infatti le fonti sul campo ci confermano queste dichiarazioni.

Ancora una volta la Turchia è scossa e ferita da un pesante attentato, le cui responsabilità sono oscure e tuttora da chiarire. Nel denunciare la chiusura dei mezzi d’informazione e le intimidazioni di chi sceglie di raccontare una “verità ufficiale”, vogliamo ancora una volta essere la voce di chi combatte e denuncia questo tipo di politiche. Il Vicino Oriente, in particolare Siria e Rojava, non potranno essere pacificate senza un cambiamento radicale nella politica turca, perché la Turchia rimane un fondamentale attore nell'area e la stabilizzazione, e quindi la pace, passa soprattutto dalle scelte che il Governo turco compie. Non ci sarà pace in Medio Oriente finchè non ci sarà pace in Turchia.

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