#Lesvoscalling - L’isola dei senza voce

Diario della campagna #Lesvocalling dall’isola greca di Lesvos.

6 / 1 / 2020

Mentre scriviamo questo testo il vento soffia violento sulle colline di Moria.

Mancano le parole adatte, quelle che stiamo elaborando silenziosamente, rapiti dalla vergogna che abbiamo conosciuto. L’inferno d’Europa.

“Ma queste quattro tende ieri non c’erano”. È questo uno dei primi particolari che ci colpisce durante la nostra seconda visita al campo di Moria. La strada percorsa è la medesima del giorno precedente, eppure il paesaggio appare già mutato, sempre più affollato, sempre più soffocante. Noi attivisti della campagna #Lesvoscalling, ventitré persone provenienti da diverse realtà sociali del nord-est, arriviamo sull’isola di Lesvos il 3 gennaio, portando con noi centinaia di kit igienici destinati alle donne del campo. Nonostante la consapevolezza di dover rispettare un programma, e la formazione sulla quale ci siamo focalizzati in questi mesi, l’impatto emotivo frena leggermente i ritmi previsti: quello che ci si presenta davanti è un panorama in cui il minimo che rende degna la vita è spazzato via, un’umanità stravolta. I fiumi sono distese azzurre: non di acqua, ma di sacchi di spazzatura. I bambini ci salutano, ci abbracciano, per poi tornare a giocare intorno ai fuochi situati di fianco ad enormi cataste di plastica. In tantissimi parlano con noi, vogliono raccontare, e raccontarsi. Alcuni vogliono risposte, la maggior parte vuole solo un maglione, o delle medicine, o più semplicemente capire che ci facciamo lì.

Il freddo non dà tregua, ed è anche l’argomento più gettonato, insieme alla domanda: “Che cosa potete fare per aiutarmi?”. Il kit igienico è un mezzo efficace per guadagnarci la loro fiducia, ci accolgono nelle loro tende, che definiscono “home”, offrendo tè, biscotti, a volte focacce fresche del forno che si trova all’interno del campo (interamente gestito da loro). Una volta raccolti un numero di dati abbastanza cospicuo, possiamo inquadrare Moria classificandolo come il campo delle contraddizioni: un posto sovraffollato, ma in cui ognuno non si è mai sentito più solo.

La costa turca dista solo dodici chilometri da quella di Lesvos, e una volta percorso il tragitto i migranti ringraziano più volte l’equipaggio chinando il capo, con la mano sul petto e un sorriso colmo di gratitudine. Si aspettano di approdare in un posto più sicuro, invece si ritrovano inglobati in un panorama distopico che ostacola la conquista dei beni primari: una tenda, il cibo, la salute dei propri figli.

Al di fuori di Moria, tre di noi hanno impiegato un’intera giornata ripulendo le spiagge e gli scogli della costa nord dell’isola dai rifiuti accumulatisi a causa dei naufragi, insieme ai ragazzi dell’associazione Lighthouse Relief. Il quantitativo di materiale raccolto (una minima parte, in confronto all’ammontare totale) è risultato comunque ingente, un’accozzaglia di bottiglie di plastica, salvagenti, i relitti dei gommoni, giocattoli, indumenti. Il paesaggio brullo della costa greca si presenta ai nostri occhi segnato dalla costellazione dei giubbotti di salvataggio, e dalle briciole di quotidianità dei migranti trasportate dalle onde, ripulite da identità e dignità.

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Sulla cima del monte che sovrasta la costa nord c’è un ex caseificio adibito a centro di prima accoglienza (al cui interno ci sono svariati posti per riposarsi e un ambulatorio) e un magazzino di vestiti. Cinque di noi - anch’essi tramite l’associazione Lighthouse Relief - si dirigono là, e vi trovano numerosi volontari di diverse nazionalità che operano con l’obiettivo di rimettere in funzione la warehouse , dato che di recente i magazzini sono stati oggetto di un atti vandalici da parte degli abitanti del posto; questo perché l’area geografica interessata non è vicina all’hotspot di Moria, di conseguenza le ONG dell’isola non incrementano il turismo della zona e vengono malviste dai paesani, così come i migranti, che vengono ritenuti colpevoli della crisi economica di Lesvos.

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Domani torniamo sulla costa, torniamo a Moria tra gli stretti passaggi tra tenda e tenda della jungle, dalle genti unite da una comune miseria, dall’oblio a cui sono costretti dalle leggi infami di quest’Europa, dalle morti inutili a cui sono condannate. Ma c’è la sfida, la sfida ai potenti che tirano i fili, la sfida alle paranoie sclerotiche a cui si sono arresi troppi occidentali, la sfida che chi migra, non molla, si rialza dal fango di Moria lancia quotidianamente a tutti noi. A una vita, a un futuro diversi. Come possiamo non rispondere alle grida di Moria? Domani saremo lì, a fianco dei senza nome e senza volto, per imparare ancora ad abbattere confini.

*** Ph. Credit - Massimo Sormonta, progetto SenzaConfini (Campo di Moria, Lesvos - dicembre 2019)

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