Elezioni in Umbria: la centralità della tassazione nell'affermazione politica della destra

Intervista a Roberta Pompili, antropologa che vive a Perugia e animatrice del Collettivo Euronomade.

4 / 11 / 2019

Dopo la recente vittoria del centro-destra in Umbria, per la prima volta nella storia della Regione, abbiamo intervistato Roberta Pompili, antropologa che vive a Perugia e animatrice del Collettivo Euronomade.

La vittoria schiacciante della coalizione del centro destra alle elezioni regionali in Umbria era nell’aria, ma un dato così eclatante lascia stupore e preoccupazione. Tra  l’altro il voto è molto sbilanciato a destra con il successo della Lega e quello di Fratelli d’Italia, mentre Berlusconi comunque ha avuto un voto, diciamo, non così alto. Quali sono le principali cause di questo risultato secondo te?

Sì, questo era un risultato atteso. Perché in Umbria, ma probabilmente non solo, la vittoria del centro destra era una cosa che era non solo nell’aria, ma abbastanza scontata. È vero anche che non si immaginava una vittoria così forte. Il pieno di voti è stato fatto non solo dalla Lega, ma pensiamo anche al 10% di Fratelli d’Italia; insomma il quadro complessivo ci da’ un’idea di una presenza molto pesante della destra, che sicuramente non riguarda soltanto la regione Umbria.

Le cause innanzitutto devono essere analizzate nei mutati rapporti di forza legati a un sistema produttivo che si è completamente modificato e che quindi ha a che fare con una gestione politica che si modifica. Perché dico questo? I rapporti di forza si modificano in relazione a una produzione che si è trasformata e il sistema dell’Umbria era legato a una storia, a una tradizione, a una presenza del PCI – PD che era frutto  di una tipologia di contesto produttivo e di una serie di rapporti di forza, che nel tempo si sono radicati e poi si sono anche trascinati.

Insomma, un tipo di gestione del territorio che però appartiene a quel tipo di storia e a quel tipo di modello economico-sociale e politico. Già negli anni ’90 era evidente che il PCI - che poi diventa, con tutte le sue metamorfosi, l’odierno PD - aveva un tipo di strutturazione dentro la regione completamente diverso dai decenni precedenti: non aveva più la stessa egemonia culturale e politica, però nel tempo aveva inventato un modello, così come in altre regioni, di buona gestione del territorio. Modello che si reggeva su una presenza curata di servizi per la persona e su un’oculata gestione economica del patrimonio, che veniva appunto gestito in termini di servizi. Questo ha fatto sì che, nonostante il cambio di paradigma, una classe politica sia riuscita a mantenere ancora per diverso tempo il controllo del territorio. Un controllo garantito anche grazie a quella che abbiamo spesso definito una “forma di consociativismo”, ovvero una stretta relazione tra ceto politico, settore pubblico impiegatizio, il sistema delle cooperative - che riusciva a coprire importanti settori di servizio alla persona ed era diventato una bacino elettorale potente - e i sindacati, in particolare la CGIL. Tutto questo, unito con una certa cautela e capacità amministrativa, per un po’ ha retto.

Chiaramente le condizioni economiche si sono modificate sul piano nazionale, e non solo. E questo ha portato a minori risorse da amministrare, alimentando sempre di più malcontento. Proprio quel settore impiegatizio e quel sistema delle cooperative, che era ancora invece ben strutturato, veniva percepito come completamente separato dal resto della popolazione, che andava invece in forte sofferenza.

Ad esempio, la forte affermazione di Lega e Fratelli d’Italia soprattutto nell’Umbria “rurale”, va ricondotta al fatto che la regione storicamente ha una vocazione fondamentalmente agricola. La base sociale è costituita da operai che sono diventati piccoli imprenditori, dai vecchi terzisti che adesso si arrangiano affittando i terreni, da quelle famose partite IVA di cui parla Salvini quando dice: «dobbiamo fare la flat tax e dobbiamo abbassare l’aliquota al 15% per le partite IVA».

Questo crollo del sistema ha comunque un carattere ambivalente, perché il PD ha mantenuto un 22,6% che è ancora il frutto del suo radicamento, nonostante il ruolo di Renzi in queste elezioni che ha remato contro la coalizione di Vincenzo Bianconi. Quindi, tutto sommato, il PD col suo piccolo mondo, in questo momento di scombussolamento, ha retto.

Quello che va bene evidenziato è che il problema non è soltanto la questione amministrativa, ma il complesso di elementi che emergono in un momento di trasformazione epocale. Per cui ,è vero che le persone vanno a votare Salvini per il discorso della sicurezza, del “prima gli italiani”. Abbiamo visto che il voto della popolazione anziana, ma anche delle donne e delle fasce più povere, è molto legato alla Lega e sicuramente l’aspetto securitario in questo è importante.

Ma non è soltanto quello, anzi forse diventa in un certo senso forviante pensare che quello sia il collante o la cosa preponderante. Di fatto di preponderante c’è il malessere sociale ed economico – con il PIL regionale che continua ad abbassarsi e l’aumento della povertà è molto più evidente – e il discorso sulle tasse agitato dalla destra è centrale. Un discorso che diventa una retorica in questo vincente, rispetto a quello della sinistra tradizionale ancora incentrato sul lavoro.

Salvini ha parlato più volte nella sua propaganda elettorale delle tasse al consumo proposte dal nuovo governo, come quella sulle plastiche, piuttosto che sulle bibite gassate, eccetera. Ed è questo il segno di una destra che riesce bene a cogliere i problemi materiali della gente, che non sono soltanto più quelli di una popolazione che ha un reddito fisso, che viene colpita in maniera relativa da questo tema. La tassazione al consumo unisce invece tutte le forme di precarizzazione della vita e del lavoro, come si sta dimostrando nelle lotte sociali in tutto il mondo. Perché se pensiamo agli aumenti degli autobus e alle lotte che ci sono state in Brasile, o adesso alle lotte sull’aumento del biglietto metro in Cile, dobbiamo capire che in questo momento la composizione eterogenea del lavoro vivo sta producendo forme di radicale contrapposizione che si riconoscono - come in epoche passate di rivolte passate, vedi le “rivolte del pane” – proprio nella tassazione al consumo. Ad esempio, per quanto riguarda gli autoimprenditori umbri, l’uomo impresa - che ormai innerva una sfaccettatura di tipologie di contratti, fino ad arrivare alla partita IVA - è un sistema di produzione della miseria stessa, per cui la questione della tassa diventa centrale: non il lavoro, ma la cassa.

Accennavi prima ad una certa geografia della politica, dei risultati elettorali e della divisione tra la campagna e la città. E’ possibile costruire una geografia politica a partire da questo?

Sì, certo. Era un po’ quello che stavo dicendo nella misura in cui questi aspetti che ho detto che riguardano sì l’Umbria, ma perché l’Umbria, uno si domanda? Perché poi tutto sommato l’Umbria, ripeto, col 22% il PD dovrebbe farsene anche un punto di forza, perché comunque rispetto al quadro che c’è intorno poteva andare anche molto peggio.

Non ci dimentichiamo lo scandalo della sanità che sicuramente, insieme alla questione economica e a quella securitaria, sul voto ha inciso, anche se per ultimo. Non in maniera così rilevante: leggevo dei dati valutativi su alcuni articoli di giornale di commento a caldo e non è stato il primo motivo per cui sono andati a votare un’altra cosa o comunque si sono apertamente schierati con la Lega. Però bisogna tenere a mente anche questo scandalo, che va inserito nel sistema di relazioni di potere e di corruzione che gravida intorno ai partiti ed è alla base stessa del sistema partitico. Quando poi scoppia un caso poco prima di una elezione, è evidente che in un sistema che è strutturato in quei termini la strumentalizzazione è quasi banale.

Rispetto all’aspetto geografico di cui mi chiedevi, la destra ha vinto ovunque con netta prevalenza, tranne in qualche piccola frazione e qualche piccolo centro al confine con la Toscana. La nettissima affermazione nella campagna è legata al fatto che questa è fortemente in sofferenza rispetto ai centri urbani. In questi, e penso a Perugia, ha ancora un rilievo il settore impiegatizio e il sistema delle cooperative, anche se è sempre più rarefatto e assorbe sempre meno manodopera. Nel centro di Perugia, una delle poche aree dove il Pd ha preso più voti delle destre, esiste un precariato cognitivo, principalmente legato all’Università, che culturalmente non riesce a collocarsi a destra.

Invece la campagna è fortemente in sofferenza. E per quanto riguarda il lavoro, in campagna accade quello che dicevo prima: si lavora facendo i terzisti, affittando la terra e aprendo la partita IVA. Emerge quindi anche una contrapposizione politica tra forme di precarietà diverse, che è un altro elemento da tenere in considerazione.

Quali ripercussioni secondo te possono avere queste elezioni sul panorama nazionale, e sappiamo anche che le prossime saranno le elezioni regionali dell’Emilia Romagna.

Sul panorama nazionale già ci sono i primi effetti. Probabilmente ripeto cose che per voi credo siano già abbastanza note. C’è già un elemento di contrapposizione tra Di Maio e il PD, con quest’ultimo che sì ha preso la batosta, ma regge botta. La discesa vorticosa del M5S lo espone quindi a una maggiore vulnerabilità che mette in crisi il sistema stesso delle alleanze.

In questa situazione e quello che si è mosso cioè in maniera più tatticamente lucida, è stato proprio Renzi che si è sottratto dalla “foto di Narni”, quella che suggellava l’alleanza elettorale, smarcandosi. Chi invece rischia di pagare pegno è proprio Giuseppe Conte, che prima dice pubblicamente che queste elezioni avevano scarso peso, anche per la scarsa consistenza dell’Umbria in termini di popolazione, poi corre a Narni per la famosa foto di gruppo.

In questo quadro complicato rimane  il fatto che la destra in questo momento segna un vantaggio notevole in tutto il quadro nazionale. Non credo che nell’immediato, per tutta una serie di motivi anche tecnici, ci siano ripercussioni sul governo. Non penso ci siano significativi cambi di passo, né tantomeno che si inauguri una crisi  di governo. Sicuramente cambiano degli equilibri e il Pd rivendicherà un maggiore protagonismo.

Complessivamente ci sono molte partire ancora aperte, e sebbene l’affermazione della destra abbia a che fare con un fantasma di sovranità, la governance europea tiene ancora ben saldi tutta una serie di elementi, e sul piano nazionale si decide sempre meno. Ma il fantasma della destra è tornato in maniera pesante, arrogante e lascia ancora delle incognite abbastanza inquietanti anche su possibili evoluzioni che possono sopraggiungere in futuro.

E infatti proprio su queste incognite: quali possono essere le indicazioni per le realtà di movimento?

Se penso a come si delinea la crisi politica dentro un cambio di paradigma produttivo, contesti di movimento hanno la necessità di attrezzarsi, non soltanto perché c’è la Lega. Bisogna attrezzarsi nella misura in cui, per esempio, è in crisi non solo quella che una volta si chiamava “società civile”, un termine orribile, ma tutta una serie di strutture che alimentano il fare politica insieme, associazioni, gruppi, laboratori. Per questo bisognerebbe innanzitutto ripensare la produzione del “fare politica” in termini realmente biopolitici.

A parte questo sicuramente non dobbiamo soltanto guardarci l’ombelico, che è sicuramente sintomatico di una serie di questioni che non bisogna lasciare inevase, ma dobbiamo guardare a un orizzonte più vasto. E in questo momento, a parte la riflessione sulle trasformazioni produttive e le forme di organizzazione, bisogna comprendere che il quadro è altamente mobile e instabile, e procede molto velocemente. Per esempio le straordinarie manifestazioni che ci sono state sulla questione ecologica, i movimenti transnazionali femministi, ma anche una nuova ondata di movimenti che da più parti, per esempio pensate alla straordinaria mobilitazione cilena, stanno nascendo contro il liberalismo autoritario e contro il fascismo. In tutto questo, la “questione democratica” è centrale e  scatena processi moltitudinari di trasformazioni incredibili.

Quindi sì, stiamo attenti, analizziamo gli aspetti specifici e contingenti, ma contemporaneamente non stringiamoci soltanto su questa angolatura. Se guardiamo infatti da un altro punto di vista, con tempi che hanno sicuramente bisogno di essere accelerati, i processi moltitudinari che stanno emergendo in diverse parti del mondo stanno innescando una serie di dinamiche che risuoneranno anche nel nostro piccolo, nella nostra piccola provincia italiana.

Nota: si ringrazia Lautoradio di Perugia per la collaborazione tecnica.

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