È Stato morto un altro ragazzo

11 / 1 / 2019

Carmignano è una frazione di Sant’Urbano, una piccola cittadina di nemmeno 2000 abitanti sita tra Rovigo e Padova; era il 29 luglio 2015, quando la tranquillità del paese veniva turbata da un avvenimento sconvolgente: Mauro Guerra, 32 anni, ex parà, laureato in Economia e con una passione per la pittura, veniva ucciso da un proiettile sparato dal Maresciallo dei Carabinieri Marco Pegoraro. 

La vicenda, a ripercorrerla, assume dei tratti grotteschi. 

Quella maledetta mattina i Carabinieri avevano tentato di convincere Mauro, per oltre dieci ore, a sottoporsi volontariamente ad un ricovero. Da quel che le stesse forze dell’ordine avevano ribadito, pareva fosse stato emesso nei suoi confronti un trattamento sanitario obbligatorio. Se per tre ore Mauro aveva manifestato la sua contrarietà nel seguirli chiedendo costantemente la documentazione specifica, alla fine finse di cedere, facendo per avvicinarsi all’ambulanza chiamata per l’occasione dai militari stessi, ma, arrivato in quei pressi, iniziava a scappare mentre urlava ai presenti di star per essere arrestato, correndo poi nei campi lì vicini. Ne scaturì un inseguimento coi Carabinieri alle calcagna, finché Mauro venne raggiunto e ripreso. Mauro venne ammanettato ad un polso da un Carabiniere dal quale si divincolò con veemenza provocando una colluttazione con lo stesso. Giunsero in quel momento altri sei militari ed il maresciallo sparava un colpo di pistola a distanza ravvicinata colpendo Mauro in pieno petto.

Le incongruenze della vicenda, nel fatto e nel giudiziario, sono innumerevoli. 

Si voglia cominciare dalla scintilla che ha scatenato l’inseguimento: il T.S.O.; tale è disposto, come previsto dalla legge, con provvedimento del Sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria, in presenza di due certificazioni mediche che attestino che la persona si trova in una situazione di alterazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici, che gli interventi proposti vengono rifiutati e che non è possibile adottare tempestive misure extra-ospedaliere. Nella pratica, quasi mai l’ordinanza del TSO risulta firmata dal sindaco, di solito vi è un ufficio preposto allo svolgimento della procedura del TSO e un assessore delegato che si limita a firmare l’ordinanza. Nel caso Guerra, non fu emesso alcun provvedimento firmato da chicchessia, non esisteva alcuna certificazione medica che disponesse il trattamento e né tantomeno Mauro era conosciuto ai servizi psichiatrici; i militari agivano dunque senza alcuna prescrizione se non un ordine da parte del comandante della Stazione.

Mauro Guerra, successivamente allo sparo, rimase a terra per oltre quaranta minuti, e, nonostante due ambulanze nelle immediate vicinanze ed un elicottero di soccorso pronto, fu lasciato morire per dissanguamento. Nei filmati girati dagli stessi Carabinieri, poi trasmessi da Chi l’ha visto? e visionati durante il processo, si odono con precisione le frasi di uno dei militari: “L’hai beccato marescià?”, “Hai fatto bene…” ed altri pesanti insulti a Mauro ed a sua madre oltre che complimenti per lo sparo andato a segno.

Nessuno dei familiari lì presenti ebbe il permesso di avvicinarsi durante tutte le operazioni. Una barbarie inspiegabile.

Venendo al procedimento penale. Il pubblico ministero nel momento in cui ebbe ad elaborare il capo di imputazione nell’avviso conclusione indagini preliminari, optò per l’ipotesi di omicidio volontario, per via, come spiegherà poi lo stesso Procuratore, della pressione scaturita da una interrogazione parlamentare.  L’accusa fu derubricata nel rinvio a giudizio ad eccesso colposo in legittima difesa, secondo l’art. 55 del codice penale. Scelta che ha determinato la competenza del Tribunale Monocratico al posto dell’iniziale Corte d’Assise.

Il processo di primo grado presso il Tribunale di Rovigo si concludeva il 18 dicembre 2018 con sentenza di assoluzione emessa nei confronti del Maresciallo Pegoraro perché il fatto non costituisce reato, configurando l’esimente della legittima difesa. Un risultato che sancisce, secondo il giudice, la presenza per il Carabiniere di una condizione di pericolo attuale per la incolumità fisica, tale da rendere necessaria e priva di alternative la sua reazione all’offesa o comunque non sostituibile da altra meno dannosa ma ugualmente idonea ad assicurare la tutela dell’aggredito. Un verdetto alquanto dubbioso: come se fosse stata impensabile una reazione del Carabiniere differente dallo sparare e distanza ravvicinata (non superiore a 150 cm come specificato dalla perizia CT), un ragazzo colpevole di aver causato una banale colluttazione (di fatto difensiva) che ha costato un sol giorno di prognosi per lievi ferite.

La sentenza di assoluzione del Tribunale di Rovigo del 18 dicembre 2018 si pone evidentemente in contrasto, oltre che coi diritti umani in sé, con la giurisprudenza penale della Corte di Cassazione.  L’eccesso colposo si configura infatti quando l’imputato abbia colposamente ecceduto nella reazione difensiva, risultata sproporzionata rispetto alla natura ed entità dell’aggressione subita. In tal caso, la Corte venne a specificare che l’imputato non potrà essere assolto perché non punibile ma, piuttosto, si dovrebbe riqualificare il fatto ai sensi dell’art. 521 c.p.p. (Correlazione tra l'imputazione contestata e la sentenza) come omicidio colposo ex.589 c.p., (Cass. Penale 11 marzo 2014 n. 11806).  Per quanto si attiene al rapporto tra omicidio volontario, legittima difesa ed eccesso colposo è utile in questa sede specificare che la reazione legittima dev’essere necessaria per salvaguardare il bene in pericolo, ponendosi in tal caso l’aggressione come unico modo per salvare il diritto minacciato. 

 

L’assoluzione è quanto scaturito dalla mancata accusa condotta dal pubblico ministero. Per citare la sorella di Mauro “L’accusa è stata la miglior difesa”, tanto da non aver considerato nemmeno la perizia balistica ordinata dalla Procura della Repubblica stessa e non ritenuta attendibile dal PM. 

La famiglia di Mauro, interdetta dalla sentenza di assoluzione, ricorrerà senza alcun dubbio in appello, confidando in una giustizia reale, fuori da quel che si è rivelata una mera e mendace scritta sul muro: “La legge è uguale per tutti”.

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