Da Mezzocannone 12 e 14 occupati

Dei numeri pari, di Alice, di Carla e Valerio... e di tutti i nomi comuni dei ribelli

Note dopo due settimane della NapoliChoosySide in movimento

8 / 12 / 2012

di Eleonora de Majo
(un'attivista OnThe... NapoliChoosySide)

Due settimane sono un tempo lunghissimo, soprattutto quando la notte si confonde con il giorno e le ore di sonno diventano sempre meno. Due settimane di occupazione, di un'occupazione espansiva come quella che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, sono il tempo giusto per cominciare a raccontare, strappando alla fretta e alle incombenze quel tempo narrativo che permette a chi sta fuori di capirci qualcosa. E' un dovere, un gesto necessario, un'esigenza irrinunciabile. E così proviamo a rimettere insieme i pezzi di un puzzle colorato e incompleto, proviamo a ripercorrere quello che è successo senza pretesa di metterci dentro ogni cosa, perchè le riappropriazioni, le occupazioni, le vita comune che si genera negli spazi liberati vive di onde emotive troppo profonde per essere raccontate con qualche bella metafora.

Mettiamola così: tra tutte le stupidaggini che il ministro del lavoro dice quasi a cadenza quotidiana, quella dei "choosy" è stata la più generosa. I choosy sono  quegli schizzinosi che secondo il fine intelletto della Fornero si rifiutano di  offrirsi senza troppe storie a qualunque prestazione lavorativa a qualunque retribuzione. I choosy sono letteralmente quelli che vogliono scegliere. Ebbene mai come in questo caso, l'ennesimo  tentativo di offesa e di mortificazione nei confronti di

 una generazione ricattata dalla precarietà e dall'assenza di prospettive , è diventato un boomerang inafferrabile.  Dopo le parole della ministra di qualche settimana fa, i  choosy hanno cominciato a riconoscersi  in tutto il paese, con orgoglio e un pò di sfrontatezza. "Voglio scegliere sì, e magari sono pure schizzinoso. Vi siete presi tutto e ora noi non ho più voglia di dire solo si". Era più o meno questo il sotto-testo di tutti gli striscioni, i cartelli, gli interventi, che hanno mostrato alla ministra che stavolta ci aveva visto giusto, che se con Monti per la storia dei monotoni, e con Martone per quella degli sfigati  ci eravamo incazzati, sui choosy l'avevamo fregata. Stavolta essere choosy ci piace maledettamente e non abbiamo voluto lasciarci scappare la possibilità di rivendicare in un solo termine, rovesciato, l'ambizione di volere altro e di volerlo subito. E così  su quest'onda,  è arrivata la settimana del 12N e del 14N, quella che ha visto prima a Napoli migliaia di giovani e giovanissimi respingere il vertice italo-tedesco sull'apprendistato a cui partecipava proprio la Fornero e il suo omologo tedesco, e poi in tutta italia il giorno dello sciopero europeo, centinaia di migliaia di giovanissimi ribellarsi al giogo dell'austerity e subire una violentissima riposta della polizia.

Il pensiero che ci ha animati tutti è stato semplice: se in centinaia di migliaia , in milioni in tutto il sud dell’europa, abbiamo invaso le piazze per rifiutare una vita tutta segnata e mortificata dalla mannaia del debito, allora è necessario che su ogni territorio, in ogni metropoli, nascano dei luoghi aperti, che siano laboratori di sperimentazione, centri di riproduzione di pratiche contro l’austerità, affinchè da questo vortice devastante in cui siamo capitati si progetti collettivamente di uscire pensando ad un’alternativa di sistema e non solo a scenari insurrezionali senza prospettiva. Su questo siamo sempre stati chiari. In tutta Europa esperimenti micropolitici, moltiplicatisi dall’incalzare della crisi, hanno dimostrato come si può immaginare una vita degna, non austera, non  da schiavi, ma all’insegna della giustizia sociale per tutte e tutti. Anche a questo  questo servono gli spazi riappropriati che mettono al centro in tema della crisi e del debito.  E così, il lato choosy di una città, a suo modo e con la consueta eterodossia, choosy ha deciso di occupare uno stabile non abbandonato, ma sotto-utilizzato, esempio vivo dello spreco di denaro pubblico da parte prima dell'Università e poi della Regione: mezzocannone 14, il palazzo dell'ADISU, l'azienda regionale del diritto allo studio. Ha avuto inizio così, fin da subito, un'esperienza dal carattere straordinario e meticcio.

La struttura dell'AUDITORIUM  e il cortile enorme che si apre all'interno delle mura del palazzo, hanno cominciato ad essere immediatamente attraversati da pezzi di città diversi ed eterogenei, tutti accomunati solo dallo spirito di far vivere quelle quattro mura scarne, piazzate nel centro antico della città,  di tante esperienze politiche e culturali. Ci sorpresi da subito  come l'apertura di uno spazio pubblico, di una vera e propria piazza tra le mura, abbia generato  immediatamente la curiosità di una cittadinanza che vive nell'angustia dei quartieri dormitorio o di un centro sempre più lascito alla casualità dell'individuazione dei luoghi di relazione e di aggregazione, e che evidentemente necessita di modalità diverse di immaginare lo spazio urbano ed in particolare gli spazi della socialità.

Già la prima settimana di occupazione ci ha svelato una serie di pieghe interne su cui bisognava lavorare, parallelamente all'apertura degli stessi spazi alla città. Occupare un palazzo come quello, costringe chiaramente a fare i conti con chi ci lavora, con chi ha subito e vissuto gli ultimi quindici anni di smantellamento del welfare studentesco, della trasformazione del suo principio di gratuità in un principio para-bancario basato solo  sul profitto e su  debito e credito. La scarsa veemenza della reazione della controparte ad una così evidente anomalia è stata da subito il segno tangibile di un organo pieno di buchi e di macchie nere, un vaso di Pandora che, scoperchiato, era comunque  meglio non approfondire. Fin dai primi giorni complimenti e  condanne dal fare "materno"  si incrociavano ad un atteggiamento durissimo e meschino  da parte del Commissario della stessa ADISU. Tutto quello che ci veniva detto andava intuitivamente in una sola direzione: sull'auditorium esiste in questo momento una zona grigia, un vuoto di potere, una serie di battaglie legali tra Comune di Napoli e Adisu, che hanno reso di fatti inutilizzabili quei bellissimi locali per tutti questi mesi. E quel meraviglioso spazio esterno invece, non aveva altra ambizione e destinazione che essere il parcheggio delle macchine dell'Azienda Regionale, con la solita clausoladella possibilità dell'apertura notturna, solo attraverso lauto pagamento. Queste sono solo alcune delle ragioni che ci hanno spinti a restare, a occupare l’auditorium e ad intitolarlo a Carla e Valerio Verbano.. Tutte le altre sono francamente impresse nel tracciato della nostra vita da studenti e studentesse a napoli, svoltasi senza uno straccio di servizio e rincorrendo crediti per ottenere le sempre più  esigue borse di studio. Tutte le altre si spiegano solo attraversando la comunità che ha animato fin da principio questa occupazione, la sua forma meticcia e il suo sinergico parlare le disparate lingue di questa metropoli mediterranea. Troppe volte ci eravamo detti che le riappropriazioni degli spazi dovevano essere vettori di cittadinanza, e che per esserlo dovevano deflagrare gli angusti perimetri del concetto stesso di cittadinanza, facendosi ibridare dalle "sotto-culture", dalle disparate esperienze di auto-produzione che questa città ha in seno. E' successo a Mezzocannone con una incredibile fluidità e fuori da ogni retorica. In quegli spazi ha cominciato a formarsi una micro-comunità che legava assieme le culture della periferia nord e del rap, esperienze sempre musicali legate al mondo indie e rock, gruppi di studenti medi e universitari, archeologi impegnati in battaglie per la gratuità dell’accesso ai beni culturali, attori, artisti, compagni più adulti, che vivevano oramai marginalmente i contesti di movimento, tutto il variegato  sotto-bosco di quei neet che evoca l'istat di tanto in tanto  e che noi sappiamo bene essere la cartina di tornasole di una città povera e spesso disperata. Ecco, napoli choosy side, il laboratori o contro l'austerity, in una città al collasso economico e sociale, significa innanzitutto aver riconquistato un modo di vivere collettivo fuori dall’austerity, riempendo spazi sottratti all'abbandono. E' da questa sinergia anomala e terribilmente affascinante, che qualcuno ogni tanto ci dice ricordare alcune esperienze dei lontani '90,  che l’occupazione del 14 è diventata espansiva, come la stessa comunità che la stava costruendo. Oramai due domeniche fa, dopo una braciata  “in famiglia” nel cortile del 14, abbiamo cominciato a girare attorno a quattro finestroni impolverati, che evidentemente non venivano aperti da anni, che affacciavano all’interno del cortile, e ad una porta piccola e grigia, fronte strada. A quella porta avevamo  già fatto caso perchè  Alice Pasquini , durante un breve soggiorno napoletano di qualche giorno prima, ci aveva lasciato sù uno dei suoi lavori meravigliosi: una figura femminile di spalle perfetta in ogni dettaglio, una di quelle   figure longilinee che  lascia sui muri delle metropoli di mezza Europa.

 La verità è che siamo semplicemente troppo giovani per sapere cosa c’era dietro quella porta , che invece conoscono bene quelli che a Napoli  hanno fatto la “pantera”. Quella era l’ex presidenza di biologia, che negli anni novanta veniva occupata molto spesso dagli studenti, e che poi è stata chiusa per più di dieci anni, fino al momento in cui sono stati fatti degli inutili lavori a porte chiuse, per poi lasciarla nuovamente all’incuria è all’abbandono. Quella traccia, l’incontenibile adrenalina e curiosità da occupanti, l’ipotesi della possibilità che dietro quella porta , a quel numero 12 sbiadito e consumato, si aprisse  un edificio abbandonato, ci ha convinti ad entrare. E siamo entrati.

Neppure il più bel sogno ad occhi aperti ci avrebbe mostrato quel che abbiamo trovato lì dentro. Dieci stanze su due piani, aperte sulla strada, non una strada qualsiasi, una strada i cui altri civici pari corrispondono a Facoltà ed uffici del più grande ateneo del sud. Tutto lasciato così, tra l’incuria e l’assoluto abbandono. Una beffa in questo momento di crisi, in cui l’Università stessa si racconta solo e soltanto come una maceria. Non c’era altro da fare che occupare anche quello stabile, per sempre, farne la casa di tutta quella eterogeneità  cittadina che già stava e sta attraversando l’Auditorium e che potrà trovare nella palazzina del 12 la casa per progetti a lungo termine, per esperimenti di comune e di auto-produzione veri. Le idee in due settimane si sono affollate e si sono sovrapposte, ma noi ora come ora non abbiamo fretta. Abbiamo piena coscienza del valore sociale e politico di queste occupazioni, anzi di queste “restituzioni” alla città. Il 14 l’abbiamo occupato sull’onda emotiva del movimento e dello sciopero europeo, nel 12 siamo finiti per caso e per spregiudicatezza. Ora quello che vogliamo da questo complesso di spazi ed opportunità è vincere la scommessa che dalla crisi e dalla devastazione dei territori si esce solo sottraendo e strappando al pubblico spazi di vita, luoghi che scegliamo per non morire di sfruttamento e noia tra i dormitori e l’abbandono. Quello che vogliamo dal 12, che non ha ancora un nome perché il nome lo sta scegliendo la forma di vita meticcia che lì dentro sta costruendo la propria esperienza è la capacità di costruire , o ri-costruire e ri-connettere,                              quei tessuti sociali e culturali che le categorie tradizionali di cittadinanza  vorrebbero separati e in-comunicanti e che invece se si mescolano scrivono la colonna sonora  di questa esperienza, e la scrivono sul serio.

Sappiamo che il mondo fuori ci chiede costantemente un generoso sforzo da attiviste ed attivisti, ci chiede di non abbassare mai la guardia, di non smettere mai di stanare i colpevoli del dramma sociale in cui versa il paese tutto. Sappiamo che le occupazioni non possono e non devono essere un modo per voltare le spalle alle contraddizioni del presente, ma anzi, devono essere (come i centri sociali e la loro storia bellissima ci hanno insegnato),  fucine insurrezionali e laboratori di intelligenza collettiva.

Sappiamo anche  che ogni fase del capitalismo, ogni periodo storico, richiedono una ristrutturazione delle fucine, un affinamento delle intelligenze collettive e un allargamento inclusivo delle comunità resistenti, quelle comunità dove mentalità individualiste e  competitive sono messe alla porta.

Ecco perché noi come altri, in tanti altri luoghi dell’Italia e dell’Europa occupiamo nuovi spazi e ci prendiamo parallelamente cura di quelli che hanno scritta addosso la storia di un passato recente e diversissimo. Teniamo insieme quello che siamo stati e quello che saremo in un quadro omogeneo e non omologato, orizzontale e aperto, perché dinanzi alla comunità il nemico non debba solo “togliersi il cappello”, ma debba avere una fottuta paura. Occupare, ridare dignità a questa pratica che ovunque si riproduce non ha mai caratteri omologhi, è l’unica modalità di praticare alternativa al “sistema crisi” senza cadere nel tranello dell’enunciazione. Occupare un palazzo dell’Università per rompere le perimetrazioni che la chiusura progressiva dell’accesso ha comportato, far mescolare le culture dei territori , quelle vere non quelle etero-dirette.

E’ stato così in un passato decente che ha scritto la storia di cui siamo figli, fratelli e sorelle, o di cui siamo stati  noi stessi protagonisti. Dovrà essere ancora così ora che l’Europa dei mercati e delle banche sta violentando la vita di tutti e tutte noi, espropriandoci di tutto, innanzitutto della possibilità di scegliere. Non c’è alternativa a che l’alternativa si costruisca nei luoghi che la praticano quotidianamente.

Tutto il resto è solo barbarie.

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