Occupiamo l’università perché è solo una piccola parte di tutto ciò che ci spetta!

Napoli Choosy side

Un'occupazione temporanea per sottrarre uno spazio alla gestione sciacalla della governance universitaria e darlo ad un laboratorio cittadino contro la crisi

21 / 11 / 2012

Stamattina un gruppo di studenti e studentesse, precari e e precarie sono entrati ed hanno occupato Mezzocannone 14, il palazzo dell'Adisu. l'azienda regionale responsabile del diritto allo studio. Le poltiche di austerità e la malagestione dei fondi regionali hanno evndentemente peggiorato in tempi rapidissimi le condizioni di vita e di accesso ai servizi degli studenti, e questa azienda e il suo strapagato commissario ne sono chiaramente responsabili. Abbiamo scelto di restituire questo palazzo ai legittimi proprietari, i cittadini e le cittadine napoletane e certamente gli studenti universitari. Oggi è nato così uno spazio che deve servire da laboratorio cittadino contro rigore e austerità, che innanzitutto chiama in causa "la parte choosy di napoli", la parte che vuole scegliere, la parte che vuole prendere parte e non subire il decisionismo tecnocratico. Questa città e il suo eterno rischio defaut, ci hanno abituati a vivere con l'idea di "fallimento" incollato addosso. Noi non abbiamo nessuna voglia di andare in default e questo è il motivo per cui ci riprendiamo questo palazzo. Crediamo che dopo la settimana che ci siamo lasciati alle spalle, dopo lo sciopero europero del 14 e le manifestazioni napoletane contro la Fornero, dopo le innumerevoli contestazioni ai ministri del governo tecnico, ci sia  bisogni di rilanciare, ma sopratutto di creare luoghi reali di ricomposizione sociale, convinti che non basta un solo segmento  a pensare e praticare un'alternativa alla crisi del neoliberismo. Oggi pomeriggio, alle 17,30 faremo un'assemblea pubblica cittadina, per cominciare a pensare come riempire questo spazio e come allargare la partecipazione alle attività.

"Napoli Choosy side"

L’ultima settimana di mobilitazioni italiane contro Monti e contro l’austerity hanno fatto molte cose.

1. Hanno fatto saltare definitivamente la gabbia mediatica che parlava di un paese rassegnato e pacifico di fronte alla macelleria sociale del governo dei tecnici, descritta come inevitabile e necessaria. Se qualche settimana fa Monti poteva dichiarare di aver portato avanti il suo programma odioso di attacco al lavoro, al welfare "senza generare conflitto sociale", oggi il suo esecutivo appare finalmente per quello che è: una dittatura imposta, contestata ovunque, fatta di ministri implacabili (ancorché in lacrime) che non riescono a parlare DA NESSUNA PARTE senza che la loro presenza generi risposte radicali e largamente condivise: Monti a Riva del Garda e alla Bocconi, la Fornero e Napolitano a Napoli, Profumo a Roma, Cancellieri a Rimini, Clini a Parma : dovunque si provava a sviluppare un discorso inviolabile, indiscutibile, quasi religioso, si costruivano contronarrazioni dal basso, fatte di donne e uomini disposti a mettere il proprio corpo in gioco nella lotta, senza più nessuna distinzione possibile tra violenti e non violenti, senza che più nemmeno il partito di Repubblica (vero megafono di Napolitano, e quindi del governo "tecnico") riuscisse a dividere e discriminare quel corpo unico di una comunità resistenti.

2. Hanno dato un nuovo senso al concetto di mobilitazione territoriale. Un senso che poco ha a che fare con il localismo, con la partita al ribasso, con micropercorsi identitari e frammentati, e che invece ha molto a che fare con la capacità di incarnare la crisi, di ribaltare quei discorsi che la vogliono come un fenomeno atmosferico e imparziale, precipitato sull’Europa come un uragano senza classe né colore, di capire come le misure di austerity si intrecciano con le contraddizioni e le specificità di ogni geografia. Non è un caso che siano i Sud di quell’Europa del rigore a trazione tedesca ad incontrare una maggiore disponibilità alla lotta, finanche occupando la giornata di sciopero generale e dettando i temi di quella giornata oltre ogni argine confederale: nessuno – in Italia – ha parlato della CGIL, tutti hanno visto solo migliaia di studenti in strada, massacrati dalle forze dell’ordine, bombardati dai lacrimogeni, ma comunque pronti a rilanciare, occupando le scuole, tornando in piazza, costruendo ponti generazionali con altri percorsi di lotta, senza lasciare alcuno spazio a chi vorrebbe imporre scelte odiose, tra vecchi e giovani, tra salute e lavoro.
Occupare un palazzo dell’università vuol dire – per noi – ripartire da questo dato territoriale. Vuol dire provare a superare la retorica delle macerie, dell’abbandono, dei corridoi deserti. Vuol dire sapere che un territorio non è definito solo dal suo perimetro geografico, ma dalle relazioni di potere che lo attraversano e dalle linee di fuga che – volta per volta – si tracciano contro questi poteri. Opporre uno spazio di aggregazione a chi prova a costruire un’università accelerata, in cui i fuoricorso sono criminali, in cui non c’è spazio per nessun laboratorio reale di saperi critici, in cui chi si ferma è perduto.

Occupiamo senza nessuna vocazione studentista e senza la pretesa di rappresentare una generazione precaria, schiavizzata e privata di ogni prospettiva. Occupiamo come studenti, ma anche come abitanti delle periferie avvelenate dalle discariche e oppresse dal biopotere camorristico, che dall’università pretendono la produzione di alternative concrete in ogni campo, economico, ambientale, giuridico, culturale. Occupiamo perché se l’università è un territorio politico, non lo è certo solo allo scoccare delle riforme, ma lo è soprattutto in quanto luogo attraversato dalle stesse contraddizioni che si intrecciano nella metropoli, come suo territorio tra gli altri, non come sua cattedrale astratta da ogni contesto.

Occupiamo perché "vogliamo tutto" non è solo uno slogan affascinante, ma il solo programma politico che sia all’altezza dei nostri desideri, un programma che non si risolve in una volta sola, ma caso per caso, prendendosi il mondo un pezzo alla volta e provando – da lì – a produrre relazioni, sperimentazioni cognitive e affettive.

Occupiamo l’università perché è solo una piccola parte di tutto ciò che ci spetta!

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