Reddito e riproduzione sociale tra genere e ambiente

La restituzione multimediale della seconda sessione del webinar "Reddito universale contro la crisi sistemica. Per un nuovo welfare e una fiscalità redistributiva"

4 / 6 / 2020

Il tema della necessità di un reddito di base universale si interseca inevitabilmente con le questioni legate alle disuguaglianze di genere e alla devastazione ambientale, disuguaglianze - non solo economiche - che si sono acuite e rese palesi in questo contesto di crisi sanitaria ed economica, ma già presenti ed evidenti, intrinseche al sistema sociale e di produzione attuale, un sistema non solo capitalista, ma anche patriarcale e antropocentrico.

È lo stesso sistema economico basato sulla logica della produzione per la produzione, piuttosto che sulla reale soddisfazione dei bisogni degli individui, che, da un lato, mette a rischio la nostra salute di lavoratori e lavoratrici, costringendoci nel ricatto tra lavoro e salute, o meglio tra salario e salute, e, dall’altro, è alla base della devastazione umana della natura e dell’ambiente. È lo stesso sistema di produzione, lo stesso modello di sviluppo, che sfruttando la natura, antropizzando sempre più ogni spazio sulla terra, e imprigionando e schiavizzando gli animali non umani per l’industria della carne, è alla base dello sviluppo e diffusione dell’attuale pandemia di Covid-19, così come della maggior parte delle epidemie che si sono sviluppate negli ultimi decenni, nonché di danni cronici per la salute delle persone e del cambiamento climatico.

Giustizia climatica e sociale, allora, non possono che essere interconnesse ed in questo contesto va inserita la rivendicazione per un reddito climatico o di riconversione portata avanti dai movimenti ecologisti, come strumento fondamentale per far sì che la transizione ecologica non pesi sempre e solo sui soggetti economicamente più fragili, sui lavoratori e le lavoratrici che ora si trovano costrette a scegliere tra un lavoro che devasta l’ambiente in cui vivono e mette a repentaglio la loro salute e la possibilità di continuare ad avere un salario. La pandemia ha reso evidente come il produttivismo a tutti costi su cui inevitabilmente si basa il modo di produzione capitalistico non sia in alcun modo sostenibile, tanto dal punto di visto umano quanto da quello non umano: è il momento di produrre di meno e di ridurre drasticamente tutto quel lavoro salariato che impatta sull’ecosistema. Se le obiezioni al reddito di base incondizionato sono sostanzialmente incentrate sul fatto che non si possano dare soldi e sussidi a chi non lavora e dunque non è produttivo per l’economia, da questa prospettiva ecologica che guarda ad un orizzonte post-capitalista e post-crescita, un reddito di base si rende non solo economicamente sostenibile ma quanto mai necessario per consentire un imprescindibile cambio di rotta.

D’altro canto, con il lockdown è diventato innegabile quanto importante ed essenziale sia stato il lavoro di riproduzione e di cura, vale a dire tutte quelle attività che rigenerano e sostengono la vita, il prendersi cura, materiale ed emotivo, delle persone più dipendenti, il prendersi cura dei corpi, ma anche delle relazioni e degli stati emotivi, degli spazi e tempi di vita. Un tipo di lavoro che pesa ancora per la maggior parte sulle spalle delle donne, le quali hanno visto, in questo periodo in cui le nostre case si sono trasformate in scuole ed uffici, aumentare enormemente il loro carico di lavoro.

Tuttavia, per quanto essenziale, questa enorme quantità di lavoro non è riconosciuta, è svalorizzata, dichiarata non produttiva, e dunque non pagata, non retribuita (o mal pagata, qualora i soggetti che svolgono tale lavoro, nella maggior parte dei casi donne migranti e/o povere, siano esterne alla famiglia). Questo perché il lavoro di riproduzione è stato naturalizzato come vocazione delle donne all’interno della famiglia eteropatriarcale e così, il capitalismo se ne è potuto gratuitamente appropriare, come denunciano le femministe che dagli anni ‘70 reclamano il salario per (e contro) il lavoro domestico[1].

Si tratta, dunque, di una grossa fetta di ricchezza sociale che ci è stata indebitamente sottratta e che va reclamata, rivalutata e ridistribuita. Da questo ragionamento nasce anche la campagna internazionale Care Income Now per l’istituzione del reddito di cura, promossa dal Global Women Strike e dalla piattaforma Green New Deal for Europe. Il lavoro di cura è fondamentale per il benessere sociale e collettivo e perciò esige di essere riconosciuto anche da un punto di vista monetario, unico modo per far sì che esso possa essere svolto da chiunque in condizioni dignitose. La campagna estende inoltre il lavoro di cura oltre la sfera domestica, andando ad includere anche tutto quel lavoro che contribuisce al benessere della comunità e dell’ambiente, svolto volontariamente, spesso in maniera informale ed auto-organizzata da collettivi e associazioni, come azione solidale per sopperire alle mancanze delle istituzioni. Questo non implica che il lavoro di cura debba essere sussunto dalle logiche capitalistiche e di mercato, ma, al contrario, come scrive Stefania Barca, la rivalorizzazione del lavoro di cura implica una ridefinizione del concetto di “necessità sociale” secondo una logica femminista, che non coincide “con la produzione di valore aggiunto – cioè con le attività lavorative che contribuiscono maggiormente alla crescita del PIL – ma piuttosto con la riproduzione sociale, cioè con le attività che maggiormente contribuiscono al benessere collettivo”[2].

Come sottolineano le relatrici di questa seconda sezione del Webinar, accanto alle campagne per il reddito va anche posto con forza il tema della democratizzazione del welfare, tema che è diventato più attuale che mai in questi mesi scanditi dalla pandemia che hanno messo in luce le enormi conseguenze di decenni di tagli e privatizzazione della sanità, di svalutazione dell’istruzione e della cultura, di tagli ai servizi, di privazione di ogni garanzia sul diritto all’abitare. Contemporaneamente, non è solo come reddito indiretto sotto forma di servizi che dobbiamo reclamare welfare, ma dobbiamo anche imporre in questo senso nuovi modelli di relazioni e di cura, come ci hanno dimostrato tutte quelle forme di mutualismo solidale che i movimenti sono riusciti a mettere in campo nella contingenza del momento, che sono riusciti a rimettere al centro la vita in comune, una forma di vita immersa nella comunità e nell’ambiente che ci circonda.

Non dobbiamo tuttavia dimenticare che nella società patriarcale e capitalista lavoro di cura ha troppo spesso significato per le donne doppio carico di lavoro, fuori e dentro casa, o fuoriuscita del mercato del lavoro, disoccupazione forzata e dunque assenza di salario. Una condizione che in situazioni di violenza di genere può determinare una dipendenza economica che rende estremamente difficile il sottrarsi dalla violenza. Per questo motivo è stato immaginato il reddito di autodeterminazione, proposto da Non Una di Meno come strumento fondamentale per garantire materialmente l’autonomia delle donne e delle soggettività LGBTQIA+ da partner e familiari violenti e abusanti, ma anche dalla violenza strutturale di un sistema basato su sfruttamento, povertà e precarietà. Mentre il governo propone forme di reddito che, oltre ad essere del tutto insufficienti e inadeguate, sottendono un’impostazione familistica e patriarcale, il reddito di autodeterminazione si configura come un reddito personale, indipendente dalle entrate, non basato su cittadinanza o su altre condizioni escludenti, non legato a condizioni di occupabilità, un reddito, dunque, universale e incondizionato.

All’interno di questa discussione sul reddito di quarantena declinato in chiave femminista, possiamo infine citare la campagna Covid19-Nessuna da sola - Sostieni le sexworker sostenuta da una rete di organizzazioni anti-tratta, collettivi di sexworker e comitati civili, che hanno lanciato un crowdfunding per sostenere le/i sex workers impossibilitat* a lavorare e spesso esclus* dalla misure di emergenza.

 

Di tutto questo abbiamo parlato con Miriam Tola, docente e ricercatrice dell’Università di Losanna e attivista femminista, Emanuele Leonardi, ricercatore all’Università di Parma che si occupa di Ecologia Politica.

Sono inoltre intervenute le attiviste Anna Clara di Fridays for Future Venezia, Maurizia di Clap Roma e attivista dell’assemblea regionale del Lazio per il Reddito di Quarantena e Valentina di Non Una di Meno Milano e del Collettivo De-Generazione.


[1]vd. Silvia Federici, Salario contro il lavoro domestico (1975), in Deborah Ardilli (a.c.), Manifesti Femministi. Il femminismo radicale attraverso i suoi scritti programmatici (1964-1977), Morellini Editore, VandA.ePublishing, 2018, pp. 92-104.

[2]Stefania Barca, Appunti sul reddito di cura, Il Manifesto, 07 maggio 2020 https://ilmanifesto.it/appunti-sul-reddito-di-cura/

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