“Stato assassino, chiederemo conto di tutto!”

Da Diyarbakir ad Ankara, il filo conduttore che lega le stragi in Turchia

12 / 10 / 2015

C'è una linea continua che collega i tragici episodi verificatisi in Turchia da giugno ad oggi. Presi singolarmente sono eventi devastanti, opera di terroristi che colpiscono un paese già in crisi. Però, se osserviamo attentamente ciò che è successo nell’ultima estate si palesa sempre di più quanto ci sia un disegno già ben definito, un piano studiato a tavolino, con un chiaro progetto strategico.

Le elezioni del 9 giugno scorso dovevano essere il trionfo dell'Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, e con esso l'incoronazione definitiva di Recep Tayyp Erdogan a signore indiscusso della nuova Turchia. Qualche giorno prima, a Diyarbakir, durante un comizio elettorale del partito filo-curdo Hdp, rivelatosi poi vero vincitore delle elezioni, scoppia una bomba che uccide 5 persone. L'attentato non viene rivendicato, non si conoscono i responsabili: in tempo record il dito viene subito puntato contro quei “terroristi” che hanno come obiettivo sabotare la democrazia in Turchia. Dall’altra parte si leva subito il grido di protesta della popolazione che accusa il governo e le forze di sicurezza di non fare abbastanza per garantire la sicurezza dei manifestanti.

Poi c’è stato Suruç.

A Suruç, il 20 luglio, è esplosa una bomba durante un incontro di organizzazioni umanitarie che si preparavano a partire per Kobane, dove volevano portare aiuti per la ricostruzione della città martire, assediata per mesi dalle milizie del Califfato Nero. Sul selciato del Centro Culturale Amara rimasero invece i cadaveri di 33 giovani. Come a Diyarbakir non vi fu nessuna rivendicazione e, come allora, le forze di sicurezza vennero ritenute co-responsabili, per il fatto di non aver garantito la sicurezza della manifestazione e di aver lasciato i manifestanti da soli, anche durante i soccorsi.

Le indagini che sono seguite a questo attentato hanno poi rivelato una doppia verità: da una parte la versione ufficiale del governo che da subito accusa lo Stato Islamico, consegnando identità e provenienza dell'attentatore suicida responsabile della strage; dall'altra un'inchiesta non ufficiale portata avanti da membri dei partiti di opposizione Chp e Hdp che ha portato alla luce una seconda verità. L'attentatore era noto alla polizia perchè frequentatore di un locale, l'Adiyaman Islam Cafè, locale anch'esso noto alla polizia perchè ritenuto luogo di incontro e formazione per i futuri miliziani dello Stato Islamico. Nulla è stato fatto per chiudere quel Cafè e nulla è stato fatto per fermare la strage.

Il filo non si spezza a Suruç, anzi diventa un doppio filo. Da quel giorno, con l'evidente scusa della guerra al terrorismo è riesploso il conflitto con il Pkk nel sud-est dell'Anatolia e la violenza è tornata regina nelle piazze. Le città di Siirt, Sirnak, Bismil, Silvan, Lice, Nusaybin, Diyarbakir e Cizre sono divenute tristemente famose per l'impressionante numero di morti civili dovuti agli attacchi delle forze di polizia, che dopo aver imposto il coprifuoco, hanno assediato le varie città.

L'ormai doppio filo ci conduce ad Ankara sabato 10 Ottobre. Anche qui le dinamiche sono le stesse. Attentatori suicidi che si fanno esplodere durante una raduno indetto da Hdp e altre associazioni, che tutte insieme chiedevano la fine delle violenze e la riapertura del processo di pace, volontariamente sabotato dal governo turco.

L'ultimo bilancio parla di 128 morti, tra cui figurano più di 60 membri dell'Hdp e tra questi una candidata alla Grande Assemblea Nazionale, il parlamento turco. I feriti sono oltre 300 di cui molti in gravi condizioni. Dalle prime ricostruzioni compiute dalle autorità turche il copione è lo stesso di Diyarbakir e Suruç: due attentatori suicidi si sono fatti esplodere al passaggio dello spezzone del corteo dell'Hdp. Ma il fatto più sconcertante e non lascia spazio a dubbi sul ruolo turco è che, sempre secondo le prime ricostruzioni, uno degli attentatori sarebbe il fratello maggiore dell'attentatore di Suruç nonché gestore di quell'Adiyaman Islam Cafè sopra citato.

La complicità turca diventa quindi responsabilità diretta nell'attentato. Le autorità turche, in primo luogo la polizia, non chiudendo quel Cafè e non arrestando coloro che lo gestivano, che di fatto erano reclutatori provati dello Stato Islamico, si sono rese complici dell'ennesima strage di civili turchi e curdi, che manifestavano per la pace e la democrazia. Siamo così sicuri che la tacita alleanza sul campo di guerra siriano tra Turchia e Stato Islamico non si sia formalizzata anche nel contesto politico turco? Siamo così sicuri che Erdogan non stia usando la forza militare dello Stato Islamico per compiere il lavoro sporco all'interno dei propri confini in cambio di aiuti in Siria? Siamo così sicuri che Erdogan e il governo turco non siano responsabili direttamente delle stragi nelle città curde in Turchia?

La risposta a tutte queste domande è no, non ne possiamo essere sicuri perchè le prove non emergeranno mai. Ma è chiaro che eventi che singolarmente possiamo considerare come tragici e imprevedibili, messi sullo stesso piano e collegati da un doppio filo sono parte di una strategia politica pianificata a tavolino con il lampante obiettivo di gettare il paese nel caos in vista delle prossime elezioni del 1 Novembre, perchè quel filo proprio lì ci conduce.

La società turca e curda non è rimasta a guardare ed è subito scesa nelle strade, da Diyarbakir a Istanbul, chiedendo la fine delle violenze. “Katil Devlet”, Stato Assassino, era lo striscione che apriva il corteo di Istanbul.

Uno degli slogan più cantati nelle strade e nelle piazze suona invece come una promessa: “Katil devlet hesap verecek”, Stato assassino chiederemo conto di tutto.

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