La comune di Madrid contro la crisi

21 / 5 / 2011

Quando siamo arrivati alle 23 di ieri (venerdì 20 maggio) mancava un'ora alla dichiarazione da parte della giunta elettorale che sentenziava sulll'illegalità del presidio di Puerta del Sol e su un eventuale sgombero. Un'illegalità che si è imposta, facendo sì che la piazza ottenesse un sostegno forte dalla società civile e infine il diritto di restare.

Verso l'una abbiamo provato ad avvicinarci: impossibile. Un fiume di persone tutte differenti fra loro (studenti, laureati, lavoratori, pensionati, precari, artisti, volontari e anche turisti) si districava in una piazza in cui era impossibile muoversi.

Decidiamo di andare a vedere le piazze intorno, e ovunque ci imbattiamo in assemblee spontanee, comitati organizzativi e riunioni studentesche che davano vita a discussioni partecipatissime e infinite. Solo alle quattro di notte siamo riusciti ad entrare nel cuore di piazza di Puerta del Sol, quando si erano creati piccoli corridoi che consentivano il passaggio all'interno della piazza.

Lo scenario davanti ai nostri occhi si presentava come un potente caos esploso nelle più diverse forme espressive: dalle centinaia di striscioni che pendevano dalle impalcature dei palazzi antichi a sette piani tanti slogan bombardavano la piazza. Esto no es un botellón (“questa non è la festa di paese”), Madrid sera la tumba del neoliberismo, European people rise up, Democracia real... Sulle pareti dei palazzi  migliaia e migliaia di stick e cartelli, pensieri singoli e individuali che assumevano un nuovo significato perchè condivisi. Una vera e propria giungla espressiva. Camminando all'interno della piazza sembra di essere in una casbah in cui si mescolano, nel paradosso di un misto di caoticità e organicità, canti, cori, assemblee, dibattiti, concerti, punti di ristoro e così via.

Tutto questo accade davanti al palazzo del governo regionale, il cuore geografico e ora politico della Spagna. Un piazza negata da sempre per qualunque sit-in, un luogo da sempre off limits per qualunque manifestazione, un simbolo del potere che oggi è nei fatti completamente rovesciato, ri-significato, ridefinito dalle lotte. Viene chiamato il chilometro zero, il punto da cui si parte in ogni direzione per raggiungere qualunque città del paese.

Un altro paradosso di questa piazza è il fatto che continua ad autodefinirsi "non politica" senza rendersi conto dell'enorme potenziale politico che porta in sé. O forse codificandolo in modo nuovo, diverso, anche contraddittorio. Tutte le organizzazioni, i collettivi, i partiti e i sindacati sono stati schiacciati da questa eccezionale ondata di mobilitazione e spesso vengono messi all'angolo da questa richiesta di democrazia reale che parte dal basso e che rifiuta qualsiasi forma di organizzazione che non sia la propria, sempre caotica ma, al momento, efficace. E' spiazzante, eppure sembra quasi che più che raggiungere una decisione, una sintesi, un obiettivo chiaro il senso vero e profondo delle assemblee sia quello di costruire, dal nulla o quasi, nuovi spazi di espressione e democrazia, percepirsi come parte di una complessità che può riprendersi il diritto a decidere.

Sembra di vivere di un ecosistema che si nutre, vive e si riproduce esclusivamente al proprio interno, senza contaminazioni se non quelle dei singoli che in tanti e tanti cominciano a farne parte. I social network acquistano un senso nuovo in questo contesto: le notizie arrivano nell'immediato e spostano nello stesso tempo i corpi di chi raccoglie l'invito. Manifestazioni, assemblee, bisogni e necessità organizzative, sensazioni e desideri, emozioni provate: tutto questo potete trovare su twitter e su facebook, social network connessi con la realtà concreta in maniera eccezionale.

É la lezione che noi europei abbiamo imparato dalle rivolte del nordafrica, anche se non stiamo parlando della stessa cosa fino in fondo, non è quel seme, non c'è quella rabbia che è esplosa nelle rivolte egiziane, tunisine e libiche. Eppure dire no al conformismo nella Spagna della crisi del mito della "Spagna fashion" significa fare i conti con la fine di un'utopia, e dunque la necessità di fare i conti oggi con i propri sogni e desideri espropriati. E' questa la prima sensazione che percepiamo appena arrivati in piazza, leggendo i cartelli, guardando la cura con cui accudiscono ogni spazio di un enorme piazza piena di decine e decine migliaia di persone. Quasi avesseo paura di non essere presi sul serio, e convinti al tempo stesso in maniera radicale e vera delle ragioni che il movimento porta in piazza: un'indignazione che ribalta la logica descrittiva dei giornali dicendo "non siamo anti-sistema, è il sitema che è contro di noi".

Gli Indignados spagnoli stanno contagiando l'Europa, perchè è di Europa che si parla, della sua crisi economica e sociale, di un modello che sembra esaurirsi dopo un decennio di vita. Gli Indignados parlano di libertà. Il '68 italiano e francese era un movimento politico, ma anche qui oggi si può parlare di una genesi dei movimenti politici spagnoli. Saperli connettere su un piano euromediterraneo è la scommessa che si presenta oggi davanti a noi.

Piazza di Puerta del Sol applica un modello debole di resistenza che si rivela essere efficace: per quanto tempo ancora 40000 persone affolleranno questa piazza? Per quanto tempo ancora pensionati e studenti puliranno una piazza che non è mai stata del popolo ma del turismo e dello shopping? Queste sono domande che oggi non hanno risposta. La certezza è quella di una scommessa politica nuova che contagia il nostro pensiero, è la costruzione di un comune che vive in queste giornate le possibilità di un'alternativa.

Alioscia e Roberto - UniCommon in viaggio a Madrid.

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