Guidano l'assalto armato ai governativi i mujaheddin islamisti di Jabhat an-Nusra, ormai «terroristi» anche per gli Usa ma liberi di agire. Sono venuti da tutto il mondo e hanno preso il sopravvento sull'esercito libero siriano

Jihadisti-qaedisti sono sulla via di Damasco

15 / 1 / 2013

A Ginevra ieri la Russia ha chiarito di non avere alcuna intenzione di discutere del destino del presidente siriano Bashar al-Assad. Prima dell'apertura dei colloqui con il vicesegretario di Stato Usa William Burns, e la partecipazione dell'inviato di Onu e Lega Araba Lakhdar Brahimi, il viceministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov ha spiegato l'obiettivo è «rilanciare l'accordo di Ginevra» del 30 giugno scorso raggiunto dal Gruppo di azione per la Siria, «fatta salva la sovranità e la non ingerenza nel diritto della popolazione siriana a scegliere i propri governanti». Washington invece ha continuato ad insistere sulle dimissioni di Assad. Di strada i colloqui di Ginevra perciò ne hanno fatta ben poca ed è abbastanza evidente che le parti contrapposte guardano a ciò che accade e accadrà sul terreno per definire le future strategie «diplomatiche». La guerra civile siriana, sempre più settaria, intanto fa decine di morti ogni giorno, molti dei quali civili. Medici senza Frontiere ha lanciato l'allarme sugli abitanti della zona di Idlib, vicino alla frontiera con la Turchia, sottoposti a pesanti bombardamenti governativi in questi ultimi giorni.
La battaglia tra forze militari governative e i ribelli armati si è concentrata intorno all'aeroporto di Taftanaz, più o meno a metà strada tra Damasco e Aleppo. I ribelli hanno fatto sapere ieri di averla presa, dopo combattimenti durissimi. La sua conquista da parte dei miliziani anti-Assad, se venisse confermata da fonti indipendenti, non mette fine alla superiorità aerea del regime (che ha causato anche stragi di civili) ma avrebbe un importante significato simbolico, oltre a consegnare all'opposizione un altro pezzo del territorio settentrionale del paese. A guidare l'assalto dei ribelli a Taftanaz sono stati ancora una volta i mujahedin del Jabhat an-Nusra (Fronte del sostegno), organizzazione armata jihadista di combattenti islamici provenienti da molti paesi, che di fatto ha preso il sopravvento sull'Esercito libero siriano, la milizia anti-Assad finanziata e armata da varie monarchie sunnite arabe, desiderose di abbattere il «regime alawita» al potere a Damasco e di spezzare l'alleanza tra la Siria e il nemico Iran. Rami Abdul-Rahman, direttore dell'Osservatorio siriano per i Diritti Umani di Londra, vicino all'opposizione anti-Assad, valuta in 700 i mujahedin che combattono a Taftanaz, molti dei quali di Jabhat an-Nusra, organizzazione che gli Usa hanno inserito di recente nel loro elenco dei gruppi terroristici ma che Washington lascia libera di agire perchè è ben addestrata e la più determinata nel combattere le truppe governative.
I primi jihadisti entrati sulla scena della guerra civile siriana erano in prevalenza siriani, legati a Ahrar al-Sham, divenuti marginali con il trascorrere dei mesi e con l'aggravarsi del conflitto. Il punto di svolta è stato l'annuncio della formazione, un anno fa del Jabhat al-Nusra, sotto la guida di Abu Muhammad al-Golani che, intervistato da un sito islamista, spiegò di essere giunto in Siria con i suoi compagni «pochi mesi dopo l'inizio della rivoluzione da un altro campo di battaglia del Jihad per aiutare il popolo del Levante contro il regime di Assad» (muslm.net, 24 gennaio 2012). Lo scorso 20 giugno il web forum Ansar al-Mujahdeen ha diffuso un opuscolo dal titolo «Jabhat al-Nusra: Chi sono e cosa intendono ottenere», allo scopo di spiegare che questo gruppo intende realizzare un cambiamento vero in Siria «nel nome di Allah» e non solo un cambiamento di «nomi e sigle come avvenuto in Egitto, Tunisia, Libia e Yemen». Un programma molto lontano da quello dei protagonisti delle prime proteste contro Bashar Assad nella primavera del 2011, o almeno dei più progressisti, che sono poco alla volta usciti di scena o sono stati messi ai margini. Nello stesso opuscolo si sottolinea che i siriani che combattono il regime hanno accettato la direzione del Fronte an-Nusra «davanti alla sua elevata capacità di combattimento e perchè riesce a vendicare i loro figli e a proteggere la dignità delle loro donne». In sostanza è in grado di attuare rappresaglie sanguinose allo stesso livello dei crimini commessi dai miliziani shabiha, sostenitori del regime.
Oggi i mujahedin di an-Nusra combattono a Damasco, Aleppo, Hama Deraa e Dier al-Zour e si coordinano, almeno in parte, con l'Esercito libero siriano ma non rispondono in alcun modo alla Coalizione dell'opposizione, il fronte politico anti-Assad nato in Qatar alla fine dello scorso anno. Inoltre si è appreso, secondo la Reuters, che nei giorni scorsi Taer Waqqas, alto comandante dell'Els (esercito libero siriano), è stato assassinato probabilemnte proprio da gruppi jihadisti in particolare da an-Nusra. Per i jihadisti in Siria la lotta armata non deve essere solo contro gli obiettivi militari ma deve imitare quella vista in Iraq dopo l'invasione americana del 2003: attentati suicidi, sequestri di persona, assassinii feroci. Azioni che rivendica regolarmente attraverso il suo organo d'informazione, al-Manara al-Baida, e hanno ottenuto l'approvazione di importanti teorici del jihadismo salafita come il giordano Abu Muhammad al-Tahawi che ha esortato i giovani musulmani a recarsi in massa in Siria a combattere Assad (As-Ansar.com, 8 novembre 2102). Apprezzamenti sono giunti anche dall'ideologo qaedista mauritano Abu al-Mundhi al-Shanqiti (Minbar al-Tawhid wa'l-Jihad, 3 giugno 2012) e dal cyber jihadista Abu Sa'ad al-Amili (Aljahad.com, 6 marzo 2012).
Senza alcuna prospettiva di soluzione politica del conflitto, con l'opposizione siriana che continua a chiedere l'uscita di scena immediata di Assad che da parte sua ha l'appoggio delle Forze Armate e ancora di una fetta consistente della popolazione, il ruolo del jihadismo e del Fronte an-Nusra è inevitabilmente destinato a crescere. Anche perchè appare inarrestabile il flusso di mujahedin in Siria. L'Australia è il primo governo a decidere provvedimenti contro i cittadini che si uniscono ai ribelli siriani: 20 anni di carcere in patria e 7 per chi recluta. Sarebbero almeno 100 i cittadini australiani che combattono in Siria e tre di loro sono stati uccisi. Gran parte dei jihadisti entrano dal sud della Turchia. Secondo gli analisti del Washington Institute, nei primi sei mesi del 2012 erano riusciti ad entrare in Siria tra i 700 e i 1400 combattenti stranieri. Un numero che sarebbe crescito di almeno cinque volte alla fine dell'anno. Sono in maggioranza iracheni, giordani, libanesi e anche alcuni palestinesi, e si uniscono a an-Nusra che, ha scritto l'Economist, conta circa 7.000 unità, poco meno della metà di tutte le forze ribelli in campo in Siria.

Bookmark and Share