Idrogeno verde: un nuovo saccheggio europeo in Nord Africa

14 / 12 / 2022

Proponiamo questo articolo originalmente pubblicato da Middle East Eye. Traduzione di Agata Guerrini.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Unione Europea intende porre fine alla sua dipendenza dal gas russo, in parte rimpiazzandolo con l’idrogeno. Secondo REPowerEU, un accordo fra i leader europei stipulato all’inizio dell’anno, l’Unione Europea punterebbe, entro il 2030, a importare fino a 10 milioni di tonnellate d’idrogeno rinnovabile o “verde”. Tuttavia, l’entusiasmo celato dietro questo passaggio alle fonti alternative di energia si pagherà a caro prezzo, perché contribuisce alla creazione e al consolidamento di zone di sacrificio da cui tale energia viene estratta. Un esempio è il Nord Africa, che sembra ancora essere l’obiettivo principale dell’avidità dell’Europa e dei suoi tentativi di accaparrare risorse.

Uno studio pubblicato dal Corporate Europe Observatory e il Transnational Institute sottolinea le molteplici problematicità del piano per importare idrogeno dal Nord Africa. Gli elevati costi di produzione e trasporto rivelano come le ambizioni europee siano altamente irrealistiche. L’intermittenza delle fonti rinnovabili da cui deriva l’idrogeno verde impedisce di produrlo a ciclo continuo. Per questo, le centrali a idrogeno verrebbero probabilmente collegate alla principale rete elettrica, spesso alimentata con combustibili fossili. Per esempio, un parco fotovoltaico tipo riesce a produrre solo il 20-25% della propria capacità totale, poiché il sole splende solo per metà giornata e non abbastanza intensamente la mattina e la sera.

Il progetto della multinazionale italiana ENI di costruire in Algeria un impianto di idrogeno verde a energia solare, della potenza di un gigawatt, evidenzia queste difficoltà. La produzione generata da tale impianto equivarrebbe solo allo 0,2% delle esportazioni di gas algerino. Quindi, se l’Algeria dovesse passare dall’esportare gas all’esportare idrogeno, dovrebbe installare pannelli solari per 500 gigawatt, ovvero più di mille volte tanti quelli che già esistono. Oltre agli altissimi costi di produzione, l’accesso al suolo, all’acqua e ad altre risorse primarie ne verrebbe profondamente colpito.

Prezzi alle stelle

I costi di trasporto sono egualmente proibitivi. Il trasporto dell’idrogeno richiede molta più energia rispetto al gas fossile, essendo probabile che l’Egitto e il Marocco esporteranno l’idrogeno verde in navi cisterna. È poi necessario il triplo di energia per liquefare il gas. Si consideri anche che l’idrogeno trasportato conterrebbe solo il 27% dell’energia rispetto allo stesso volume di gas naturale. L’Egitto sta esplorando la possibilità di rimpiazzare i carburanti marittimi inquinanti con il metanolo e l’ammoniaca verde ricavata dall’idrogeno. Tuttavia, al di là della loro comprovata tossicità, entrambi sono da quattro a cinque volte più cari dei carburanti esistenti.

I costi di produzione e trasporto dell’idrogeno, come anche dei carburanti “green” che lo accompagnano, sono un problema serio. Ma questi costi diventano ancora più preoccupanti nel momento in cui l’idrogeno prodotto in Nord Africa è volto a soddisfare i bisogni dell’Unione Europea. L’uso del gas nordafricano da parte dell’Europa potrebbe costare fino a undici volte tanto il gas naturale. Si pone dunque la domanda: chi pagherà?

In realtà, il crescente interesse europeo per l’idrogeno verde è il cavallo di Troia dell’industria del gas, che le permette di mantenere intatte le proprie operazioni di estrazione di combustibili fossili. Infatti, oltre all’idrogeno verde, l’Unione Europea è pronta ad accogliere a braccia aperte anche l’idrogeno “low carbon”, prodotto a partire da gas la cui CO2 viene catturata e seppellita sottoterra (conosciuto come idrogeno “blu”). Secondo l’Unione Europea, questo sarebbe un “carburante della transizione” verso l’idrogeno verde. Vale la pena di notare che meno dell’1% dell’idrogeno prodotto in Europa è verde. L’idrogeno blu non è solo peggiore per il clima rispetto all’idrogeno verde; è anche peggio che usare semplicemente il gas fossile.

Creando tutto questo clamore intorno all’economia dell’idrogeno, le compagnie di gas europee sperano probabilmente che la domanda superi l’offerta dell’energia rinnovabile necessaria per l’idrogeno verde e che l’Unione Europa e il mondo intero siano costretti ad affidarsi all’idrogeno blu. In questo modo, quello che dovrebbe essere un “carburante della transizione” diventerebbe in pratica un “carburante di destinazione”.

Fumo negli occhi

Nel suo recente discorso sullo “State of the Union”, la presidentessa della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha annunciato un generoso finanziamento pubblico per coprire gli ingenti costi dell’idrogeno. L’Unione Europea creerà una Banca Europea dell’Idrogeno da tre miliardi di euro. Questi fondi dovrebbero sopperire all’iniziale scarto tra produzione e prezzi di vendita. Col vecchio continente nel mezzo della crisi del carovita e i prezzi dell’energia che salgono a ritmi preoccupanti, non sarebbe meglio usare invece tali risorse limitate per un grande programma d’isolamento termico delle case e una lotta alla povertà energetica?

Facciamo però finta per un minuto che l’Unione Europea possa coprire totalmente i costi per i suoi consumatori. È opportuno chiedersi se non sarebbe più saggio per paesi come il Marocco, l’Algeria e l’Egitto raggiungere i propri obiettivi in termini di energia rinnovabile e tutela del clima, invece che assecondare i bisogni energetici dell’Europa. Per quest’ultima, assicurarsi l’accesso alle rinnovabili a spese delle nazioni nordafricane sarebbe non solo assurdo ma anche puro sfruttamento. La spinta verso l’idrogeno verde è la perfetta rappresentazione dell’accaparramento neocoloniale di risorse reso possibile dai rapporti tra le multinazionali e i leader politici europei da un lato e le élite locali dall’altro.

L’interesse dell’Europa per l’idrogeno va oltre il Nord Africa, anzi punta a creare un mercato globale dell’idrogeno per soddisfare i propri bisogni. Le dichiarazioni sulla promozione di uno sviluppo giusto e sostenibile nel mondo sono solo fumo negli occhi. Paesi come il Cile e il Sud Africa sono altrettanto colpiti dalla sete europea di idrogeno verde. Le pressioni per nuovi accordi di libero scambio miranti all’importazione d’idrogeno indicano chiaramente che, dietro alla retorica della cooperazione, si cela in realtà un commercio sbilanciato dalla periferia al centro. Gli accordi di libero scambio hanno già dimostrato la propria capacità di distruzione ambientale, sociale ed economica.

È giusto che persone e comunità siano obbligate a subire la distruzione e l’esproprio delle proprie terre e acque per grandi opere di produzione d’idrogeno verde per l’Europa? La corsa al profitto delle multinazionali europee aggrava le problematiche che l’estrattivismo predatorio impone alle comunità locali. Per rompere categoricamente con un modello energetico neocoloniale costruito sull’assoggettamento dei popoli del Sud Globale, l’Unione Europea dovrebbe rinunciare ai propri donchisciotteschi obiettivi d’importare l’idrogeno e rifocalizzassi su investimenti che garantiscano l’energia rinnovabile e l’efficienza energetica in un modo giusto

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