Cile - La Primera Linea contro il governo Piñera

Un weekend di intense mobilitazioni e repressione

17 / 2 / 2020

Un San Valentino tinto di rosso e acre di lacrimogeni per Santiago del Chile, un San Valentino "sin rozas". Come ogni venerdì da quattro mesi, centinaia di persone si sono radunate in Plaza Italia a Santiago del Cile per protestare contro le politiche del governo di Sebastián Piñera. Ad oggi si contano decine di morti, centinaia di feriti e migliaia di persone arrestate dai Carabinieros e poi tradotte nelle carceri cilene.

Terminata la carovana in Patagonia, una delegazione dell’ Associazione Ya Basta Êdî Bese è arrivata a Santiago del Cile. 

Queste immagini ripercorrono quello che succede dal 18 ottobre ormai ogni giorno, da mesi a Santiago e in tante altre città. Di fronte al vuoto politico a sinistra, all’incapacità dell’opposizione di proporre un'alternativa concreta al governo Piñera, ecco che le misure repressive e lo stato di polizia fanno da padrone.
L'ingente apparato di pubblica sicurezza viene quotidianamente messo alla prova dalle agitazioni dei manifestanti. Si tratta di una non-organizzazione, nel senso che si riconoscono solo sotto lo stesso nome di Primera Linea, ma la cui partecipazione è totalmente individuale. È composto dalle generazioni più giovani ma sul campo è organizzato in maniera molto rigida - è la più vera e tangibile opposizione in questo frangente.
La situazione politica del paese è focalizzata sul referendum del prossimo 26 aprile nel quale verrà chiesto ai cileni di esprimersi sulla volontà di aprire un nuovo processo costituzionale per modificare la carta vigente, eredità della dittatura militare degli anni '80. Questa sarà una data spartiacque tra chi difende i propri privilegi ereditati dalla dittatura e chi invece chiede un cambiamento radicale sociale e politico.

Dopo il classico venerdì, anche sabato Santiago è stata scenario di ben altre due mobilitazioni: la prima di mattina, quando i sostenitori di entrambe le opzioni del referendum costituzionale del 26 aprile, Apruebo e Rechazo, hanno manifestato fuori dalla Escuela Militar nel comune di Las Condes.

Uno scontro che si è intensificato con il passare delle ore, quando l'estrema destra ha gravemente aggredito i sostenitori di Approve. Episodi che si son ripetuti più volte.

I carabineros, come da prassi e come anche riferito da numerosi testimoni hanno protetto l'estrema destra, caricando con i cannoni ad acqua la primera linea.

Tra questi, un ragazzo di appena 18 anni è stato aggredito da cinque persone. 

Nel pomeriggio invece le tensioni si sono spostate in Plaza Italia, ribattezzata Plaza de la Dignitad, epicentro delle proteste e degli scontri con le forze dell'ordine. Lo schema appare ormai chiaro: da una parte i giovani di Primera Linea che gestiscono il traffico in piazza, che non mancano di interrompere saltuariamente il traffico per creare disagio; dall'altra parte ci sono i Carabinieros che dal nulla spuntano con blindati e cannoni ad acqua che con manovre spericolate ed azioni spregiudicate tentano di disperdere in manifestanti nelle vie limitrofe alla piazza. 

Anche la domenica è ormai un appuntamento da segnare in agenda, da diversi mesi si tiene infatti la consueta critical mass che parte da Plaza de la Dignidad e attraversa la città.

In generale, in Cile la repressione delle forze di sicurezza non riesce a fermare le proteste dei cittadini in difesa dei propri diritti, che vogliono un cambiamento profondo del sistema ereditato dalla dittatura di Pinochet, causa di gravi ineguaglianze e mancato accesso ai servizi essenziali. Un sistema neoliberale: bassi livelli di salari e pensioni, scarsa assistenza sanitaria pubblica e istruzione, divario sempre più ampio tra ricchi e poveri, con un quinto della popolazione che vive con meno di 140 dollari al mese.

Discriminazione e umiliazione sono i sentimenti più diffusi tra chi è sceso in piazza anche per denunciare il mancato accesso a servizi di base, come sanità e istruzione, il crescente indebitamento delle famiglie e dei giovani per poter studiare e attivare una mobilità sociale al momento quasi inesistente. 

E le proteste non si fermeranno, almeno sino al referendum del 26 aprile 2020.

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