L'aut-aut delle élites europee

E' terminato l'incontro dell'Eurogruppo che doveva vagliare la possibilità di un accordo. I falchi del rigore rigettano l'ipotesi Syriza-Varoufakis. Essere a Francoforte sotto il castello dell'Impero europeo con tutti i rivoluzionari d'Europa.

17 / 2 / 2015

 Diciotto persone contro due milioni e duecento. Anzi, contro quasi l’ottanta percento della popolazione greca. Una considerazione spaziale: dei corridoi chiusi e lussuosi contro le piazze larghe, a cielo aperto, popolari di tutta la penisola ellenica.

La prima reazione alla rigidità dell’Eurogruppo nell’accettare l’accordo di Varoufakis non può che essere spontanea. Come è possibile che i falchi dell’austerità, capitanati da Schaeuble, non vengano toccati da questa discrepanza? Evidentemente – e non è certo una novità – gli interessi dei dirigenti europei è tutto a favore di un’élite, di un’oligarchia finanziaria che si arricchisce grazie agli interventi pubblici e alla speculazione che può sui tassi di interesse.

Subito i socialdemocratici del resto del Continente, quelli che inizialmente hanno regalato abbracci ed accoglienza a Tsipras durante il suo primo tour, hanno ritratto i sorrisi e l’accoglienza del programma avanzato di Syriza schierandosi al fianco degli ordoliberali tedeschi. E’ bastato così poco perché questi ratificatori del comando della moneta gettassero la maschera e smettessero di approfittare della vittoria di una partito di sinistra radicale per i propri fini di consenso.

Insomma, la troika ha espresso la sua decisione: nessun prestito-ponte, solo un’estensione del Memorandum. L’accettazione del 70% di questo come voleva Tsipras è insostenibile per un motivo ben preciso, cioè che si sarebbe eclissato quel 30% che avrebbe tradito il voto di quei due milioni e più di greci. Se nella maggior parte dei punti programmatici dettati dai creditori internazionali riguardano la riforma dell’amministrazione, la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, la minima parte è però quella che costituisce l’essenza del neoliberalismo: aumento della tassazione fiscale, privatizzazioni, liberalizzazione del lavoro. Ottenere dei prestiti e un’immissione di liquidità (con lo sblocco degli interessi di 1,9 miliardi delle banche centrali sui bond di Atene, l’aumento della “capienza” del sistema di credito per acquistare titoli di Stato ellenici) per avere altri sei mesi durante i quali attuare le riforme.

Niente. Francoforte è disposta a riparlarne solo dopo che Tsipras avrà accettato il diabolico Memorandum. Forte del fatto che domani [18 febbraio] il board della BCE deciderà se continuare con l’ELA verso la Grecia, così come dell’intransigenza dell’FMI, l’Eurogruppo ha blindato in maniera autoritaria qualsiasi alternativa politica all’Europa del rigore. Segno del fatto che una ridiscussione del debito, una distribuzione della ricchezza (tra aumento del salario minimo e delle pensioni, rifinanziamento del welfare e stop alle privatizzazioni) minerebbe i principi costitutivi dell’Unione Europea. Per non parlare dell’ultimo annuncio di Syriza rispetto alla chiusura dei CIE in Grecia: una vera inversione di tendenza della fortezza che separa il Mediterraneo e che ha sulle proprie spalle la responsabilità di morti, di incarcerazioni, di tortura e vessazioni di coloro che fuggono da disastri ambientali, civili e politici. L’impero francofortese giudica “irresponsabile” questo tipo di iniziative perché non tengono in conto l’obbligazione – tra senso di colpa e vincolo giuridico – che prevede un debito, non dà uno sguardo complessivo sulla macroeconomia dell’ultimo mese in Grecia. Come dicono le maggiori testate liberali, si registra nella penisola una riduzione della crescita a seguito di un suo aumento negli ultimi mesi del 2014. Ovviamente le statistiche non parlano della sofferenza sociale, della concentrazione in poche mani della ricchezza, del fatto che la disoccupazione si trasforma facilmente in “inoccupazione”, la nuova formula che costringe al lavoro precario e sottopagato. E, soprattutto, c’è un odioso ritornello che colpevolizza i greci per l’attuale ricaduta nella recessione, dicendo che hanno già iniziato a “non pagare le tasse sulla casa”, nonostante non vi sia ancora una legge, facendo calare del 20% le entrate fiscali, oppure che si è dato un ritiro frenetico di soldi dalla banche per una paura descritta quasi come psicosi collettiva anti-economica.

Varoufakis e Tsipras non stanno giocando. Non hanno intrapreso una battaglia con i titani d’Europa con basse aspettative, utilizzando una strategia al ribasso che desse qualche contentino dopo aver posto troppo in alto i termini della negoziazione. Syriza esprime, senza esaurirne la rappresentazione, quello che i movimenti hanno costruito, cioè il rifiuto di essere colpevoli per la situazione di estrema povertà e di non avere il potere di decisione su come condurre le proprie vite, su dove indirizzare le risorse monetarie ed economiche.

Più di diecimila persone hanno occupate le piazze pubbliche, ormai prive di qualsiasi dispositivo poliziesco, nella scorsa settimana, rincorrendo tutte le varie riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin e mettendo sfacciatamente in luce un dato di fatto: indietro non si torna. Il popolo greco se l’aspettava che non sarebbe stato semplice, poteva capire che ci sono dei limiti nel governo di uno Stato-nazione nella governance europea. Ma, come dice una donna anziana in piazza Syntagma, “ Non siamo qui per sostenere il governo di Tsipras. Siamo qui per fare in modo che il governo ci sostenga”. Poche e semplici parole che indicano un’inversione di termini e di rapporti che distruggono la vecchia dicotomia tra sociale e politico, reinventandola in una configurazione che dà priorità alle istituzioni autonome del mutualismo sociale del Paese.

“Essere tutti greci” a Francoforte, la nuova Bastiglia,  deve essere un inizio per diffondere nelle soggettività individualizzate quello che si è prodotto in Grecia, cioè un legame sociale che potenzialmente scrive un’altra costituzione materiale del Vecchio Continente. Per una nuova democrazia, per un’altra Europa fuori dalla catena del potere imperiale che si articola in tutte le sue contee eliminando la volontà dei territori. L’Europa ha davvero la possibilità di riscoprirsi. Ritroviamo la nostra continuità discontinua tra le pratiche e i concetti dell’altermodernità europea declinati nel nostro presente: l’insorgenza dei governati, la libertà e l’uguaglianza delle moltitudini, la costruzione e la difesa di un progetto politico di respiro transnazionale. Dalla presa dell Bastiglia alla Primavera dei Popoli, dalla Comune di Parigi alla Resistenza: l'Europa dei rivoluzionari ha sempre vissuto sulle barricate. Alziamole anche oggi, nel cuore della city finanziaria tedesca, non solo per bloccare la rendita capitalista, ma anche per tutelare e affermare un nuovo orizzonte. 

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