Un contributo del Laboratorio Sociale Fabbri

La fine della storia. Il conflitto sociale nella post-metalmezzadria

Dopo la morte di Vittorio Merloni, oltre la fine di un modello sociale e produttivo

30 / 6 / 2016

La recente scomparsa di Vittorio Merloni ha suscitato un cordoglio condiviso nella comunità fabrianese, stimolando un forte senso di nostalgia per uno degli imprenditori che maggiormente ha contribuito al benessere economico di questo territorio. 

Semplici cittadini, imprenditori, politici e (ex)dipendenti si sono stretti attorno alla vicenda, mostrando la gratitudine che per anni hanno coltivato nei confronti di un “padrone buono”. Sebbene l'apporto di Vittorio Merloni alla città di Fabriano sia innegabile e si inscriva all'interno di una storia locale che ha visto nascere – e morire – un pezzo di “Svizzera” tra le montagne e le colline marchigiane, la vicenda può essere letta anche da una prospettiva che non risulti una narrazione dell'elitario, bensì una storia popolare. 

Per farlo è però necessario cambiare la lente di osservazione e abbandonare l'elogio dei fausti imprenditoriali per concentrarsi invece sugli effetti del merlonismo – e del suo declino – sulla popolazione fabrianese. Un cambio di prospettiva che dal piano economico passi a quello politico-sociale.

All'interno del mondo accademico il distretto industriale fabrianese ha suscitato un grande interesse nel corso degli anni, per il modello industriale che ne ha plasmato le fortunate sorti dal secondo dopoguerra all'inizio del nuovo millennio. 

Un modello di produzione peculiare che ha trovato nel connubio tra contesto rurale e industria il proprio cavallo di battaglia. Si tratta, a ben vedere, di un legame che va oltre lo sfruttamento del milieu territoriale ai fini della crescita economica, ma che riguarda in primo luogo la costruzione di un nuovo soggetto sociale: il metalmezzadro. Il successo conosciuto da Fabriano trova infatti delle stringenti connessioni con l'operosità che ha contraddistinto le migliaia di operai impiegati nelle sue fabbriche e la loro mentalità in un certo qual modo produttivistica. 

Fabriano, recentemente designata come “città del fare”, è stata uno specifico laboratorio di quell'Italia dei distretti industriali in cui lo sviluppo economico e la coesione sociale hanno spesso marciato di pari passo. Un luogo in cui la visione fordista della società, che fa della grande impresa il cuore delle sorti della comunità locale, è stata spinta verso nuovi orizzonti.

Fin dai tempi di Aristide Merloni la terra e la catena di montaggio hanno rappresentato i due microcosmi attorno ai quali ha ruotato la maggior parte della vita di questo entroterra. Un modo di stare al mondo che trovava le sue radici nelle relazioni familiari, nella laboriosità e nell'accesso a quelle forme di benessere diffuso che lo stesso Aristide poneva al centro del rapporto con i propri dipendenti. 

In questo contesto, mentre crescevano i fatturati delle aziende e si assisteva alle dinamiche tipiche di un grande polo produttivo, i Merloni si sono occupati anche del piano politico-economico della città, arrivando a costruire una piccola società in cui la garanzia del lavoro ha occupato un ruolo sostanziale nel raggiungimento della pace sociale tra classi dominanti e subalterne. Tale specificità di questo modello produttivo ha catturato l'attenzione di diversi studiosi, che sono arrivati ad inquadrarlo in quella “industrializzazione senza fratture” (Fuà, 1983) tipica della Terza Italia. 

Ciò che appare interessante sottolineare in questa sede è la totale assenza di conflitto sociale e di lettura critica delle relazioni industriali che hanno contraddistinto lo sviluppo di un tale modo di produzione. Da un punto di vista storico, infatti, la nascita di tutte quelle forme di ridistribuzione del benessere che hanno caratterizzato il “compromesso fordista” della società, per cui i lavoratori accettavano il capitalismo come sistema produttivo in cambio di tutele sociali garantite dallo Stato, è stata stimolata dalla conflittualità sul luogo di lavoro. La nascita del welfare state, del resto, può essere letta all'interno della rivendicazione dei propri diritti da parte dei lavoratori. 

A Fabriano, invece, il compromesso fordista è stato raggiunto grazie alla benevolenza di una famiglia di imprenditori, che con il suo operato ha eclissato l'idea stessa che le disuguaglianze sociali siano un problema sociale radicato nell'esistenza di chi ha di più e chi ha di meno. Questa disparità è stata in una qualche misura naturalizzata dalla popolazione fabrianese ed anche oggi, nel momento in cui tutto sembra crollare sulle spalle dei più deboli, esiste una sorta di velata e piacente inconsapevolezza nel riconoscere le motivazioni che hanno portato a questa situazione di profonda crisi.

Le lotte che hanno caratterizzato questo territorio fin dall'Ottocento, di cui Stefano Gatti si è fatto attento narratore, sembrano svanite in quello che oggi rappresenta più il ricordo del benessere che un benessere effettivo. Viviamo infatti nell'eredità di una ricchezza che va assottigliandosi giorno per giorno e che difficilmente troverà altri canali di accrescimento. Se il dato economico della vicenda e la povertà ad esso associata tenderanno a palesarsi sempre di più nel tempo, ciò che difficilmente si potrà sradicare è la mentalità metal-mezzadra e la sua inconsapevole ricerca di un nuovo vassallo a cui prestare i propri servigi. 

La nostra città appare alla costante ricerca di nuovi “padroni buoni”; di imprenditori di successo che spinti da un istinto al limite tra il mecenatismo e il caritatevole dovrebbero ricostruire quel legame ormai perduto tra imprenditoria e popolazione. Un sogno destinato ad infrangersi contro lo scoglio neoliberista del profitto globale.

Francis Fukuyama, nel suo saggio La fine della storia e l'ultimo uomo (1992), individua nella perdita di scontro tra classi sociali la conclusione di quei percorsi che hanno storicamente stimolato il progresso e l'innovazione sociale all'interno della società moderna. Nel momento in cui la lotta di classe non viene più riconosciuta come “motore della storia” e dei suoi cambiamenti sociali, si assiste ad una scomparsa delle rivendicazioni da parte dei meno abbienti che porta necessariamente ad una perpetua ripetizione del presente. Il contemporaneo diviene allora riproposizione di un passato spesso edulcorato e svuotato delle sue criticità. Una nostalgia che a volte si trasforma in rimpianto, non permettendo il riconoscimento delle cause della propria condizione materiale di vita. 

In questo senso, i picchetti degli operai avanti alle fabbriche in onore di Vittorio Merloni – e la loro stucchevole mancanza nei momenti di ristrutturazione aziendale – non rappresentano la fine di una storia produttiva, costituiscono piuttosto la fine della storia di cui ci parla Fukuyama. Sono sinonimi di una comunità ancorata al passato, che legge ancora come benefattori quelli che oggi non lo sono più. 

A Fabriano, la fine della storia sembra essere giunta già da diverso tempo ed ogni nuovo inizio non può che basarsi nel riconoscimento che la leva del cambiamento va ricercata nell'abbandono delle relazioni metal-mezzadrili e nella comprensione che il proprio diritto all'esistenza si conquista reclamando piuttosto che implorando.

Laboratorio Sociale Fabbri - Fabriano

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