Grecia - Alla fine, sarà la piazza a decidere

Conclusione della prima fase di accordi tra le istituzioni europee e Syriza

26 / 2 / 2015

In un’inversione tra mittente e destinatario è terminata questa prima fase di trattativa tra la Grecia e le istituzioni finanziarie europee. Nelle molte mail inviate dal governo greco all’Eurogruppo si è arrivati ad un accordo minimo (previa approvazione nei Parlamenti di Germania, Olanda, Finlandia ed Estonia) per proseguire di altri quattro mesi del programma di assistenza ad Atene che sarebbe altrimenti scaduto il 28 febbraio. Niente ipotesi del “prestito-ponte”, dunque, men che meno un totale rifiuto della Troika e del memorandum.

I punti di convergenza prevedono che qualsiasi riforma passino il vaglio delle “istituzioni” – sinonimo linguistico-formale della Troika, che non comparirà più sulla carta -  che sorveglieranno l’operato dell’esecutivo ellenico. Fino ad adesso Tsipras s’impegna a rispettare l’aggiustamento del bilancio, di non innalzare il salario minimo e di rinunciare al blocco delle privatizzazioni del Pireo e di alcuni aeroporti. Il principale intervento politico riguarderà la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale e una razionalizzazione della burocrazia. Grida di giubilo si sentono tra le righe delle testate nazionali e internazionali, in cui si parla del ritorno del figliol prodigo nella casa paterna dell’Europa (cioè il civico di Schauble) dopo che ha provato a emanciparsi, peccando di realismo (“Il governo greco è tornato passo dopo passo alla realtà”, dice Merkel). Un tradimento dei punti elettorali di Syriza?

Molte voci dissidenti interne all’organizzazione partitica greca stanno protestando in questi giorno, dagli storici volti della Resistenza fino ai quadri dirigenziali. Certo, la governance europea ha mostrato i denti e ha saldato i paletti che restringono e limitano l’azione di governo. Ma non dimentichiamoci della spinta costituente che ha significato quel programma, delle forme di vita radicate nel mutualismo e in una nuova pratica di società che si è sviluppata negli ultimi tre anni tremendi di austerità. In conclusione al documento, rivisto dall’Eurogruppo e da Juncker, che Varoufakis ha spedito lunedì notte ai suoi creditori, si parla della necessità delle risorse umanitarie inerenti al diritto all’abitare, l’accesso all’alimentazione per le fasce più povere, le pensioni e un addolcimento del regime fiscale, atto tra l’altro a pensare un regime di reddito garantito. E’ vero, questa parte del testo è fumosa e ambigua, e va di traverso alla digestione di Lagarde e di Draghi che vorrebbero una nuova liberalizzazione del mercato del lavoro e l’abbondono di qualsiasi riforma sociale con costi.

L’ambiguità non è però una tattica per avere più tempo nel contezioso che continuerà a essere presente tra la Grecia e le istituzioni dei creditori? Non soltanto ci sarà una valutazione costante delle riforme: quando scadranno i quattro mesi, i cosiddetti “creditori” dovranno impostare un nuovo accordo – anzi, già dal prossimo mese inizieranno le consultazioni per strutturarlo. Un escamotage affinché le oligarchie politico-finanziarie possano evitare il Grexit, che esorcizza in tutte le maniere sia per ragioni geopolitiche (non scordiamoci dell’apertura della Russia durante l’incontro con Tsipras), sia per motivi di equilibrio nella catena debito-credito internazionale, e allo stesso tempo elaborare un piano mirato all’eliminazione dell’anomalia ellenica dentro l’Europa neoliberale, togliendo le ambiguità e riempendole con i propri fini. Possiamo vedere l’inserimento di questi punti anche da un’altra prospettiva: la possibilità che in questi mesi si impongano con una forza che non si gioca nei corridoi e nei palazzi si Francoforte o Bruxelles. Come ha scritto Sandro Mezzadra, tradotto in francese da Balibar, è possibile “distendere nel tempo l’occasione che si è aperta in Europa?”

Il darsi dei movimenti, l’estensione dei conflitti in Grecia sarà uno dei protagonisti perché il programma umanitario sia attuato. In virtù della contraddizione che si è determinata nella penisola ellenica tra alternativa dirompente – dal basso e dall’alto – e decisionalità post-democratica della governance, questa lotta non deve rimanere isolata né autoreferenziale nei suoi confini: deve diventare uno spazio ed un tempo transnazionale dove si combina progettualità per una innovativa costituzione reale del Continente e la destituzione della legittimità formale e materiale della BCE e dell’Eurogruppo.

Un primo momento, frutto di mesi di costruzione e di anni di confronto e manifestazioni, è il 18 marzo a Francoforte, sotto la BCE. Dobbiamo fare in modo che i potentati finanziari siano messi in una posizione di debolezza, che in questi mesi la scacchiera del negoziato torni a essere un campo di battaglia per interrompere l’autorità del rigore ma anche immaginarsi su di un altro piano. E il piano è quello che riguarda l’intera Europa e la democrazia senza capitalismo. “Alla fine, è la piazza a decidere”.

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