A Padova accade: storie di punitività selettiva

21 / 4 / 2020

A Padova accade che nell’arco di 48 ore si disponga la chiusura di un negozio alimentare etnico[i] e avvenga uno sgombero in uno stabile abbandonato[ii], ma abitato da persone senza fissa dimora.

Nel primo caso parliamo di un negozio frequentato da molte persone migranti (soprattutto africani) alla ricerca di prodotti della propria cultura alimentare, in un’area dove già prima c'erano pesanti e continue operazioni di controllo in nome del contrasto allo spaccio: piazza de Gasperi. La disposizione arriva in seguito alle segnalazioni (sicuramente esenti da ogni, chiamiamolo, pregiudizio razzista!) dei residenti, fra i quali gli stessi, si può supporre, che pochi mesi fa avevano pagato di tasca propria guardie armate per pattugliare il piazzale, onde evitare che potesse essere attraversato e vissuto da soggettività indesiderate (“balordi” e spacciatori). Alle segnalazioni fanno seguito i diversi controlli, quasi una staffetta continua fra le pattuglie delle varie forze dell’ordine (polizia locale, di stato, carabinieri e finanza), che rilevano “assembramenti” (termine che oramai indica tutto e niente) e diverse persone prive di mascherine e guanti (d’obbligo per tutti, ma beni pressoché introvabili nei vari market cittadini, oltre al naturale problema di dover avere soldi a disposizione per poterli comprare). La decisione è, dunque, la chiusura del locale, o meglio la sospensione per qualche giorno, o meglio ancora: dovrà decidere la Regione (oltre a diverse multe agli avventori).

L’evidente passaggio intermedio mancante porta a chiederci l’utilità di un titolone a tutta pagina apparso sul Mattino del 17 aprile, se non quella di offrire in pasto al lettore l’immagine del solito capannello di “immigrati” che non rispetta le regole e per di più mette a rischio la salute di tutti noi. 

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Il portavoce dei residenti, il 18 aprile commenta sempre sul Mattino: «La nostra piazza non merita certi negozi, anche perché i frequentatori sono persone che abitano da tutt'altra parte». Appunto, sono esenti da ogni “pregiudizio razzista”, come si diceva (sic!). Ma con ogni evidenza siamo sempre noi che pensiamo male.

L’altro caso riguarda lo sgombero dell'ex Istituto Configliachi, in via Guido Reni, uno stabile abbandonato “noto perché luogo di ritrovo di sbandati e irregolari”, come riporta un post della Questura di Padova che rivendica l’accaduto. In questo caso sono sei pattuglie della polizia locale e due della Polizia le protagoniste del blitz (come ci racconta l’articolo a tutta pagina del Mattino del 16 aprile), intervenute anche in questo caso a seguito delle numerose e continue segnalazioni dei residenti, che “durante l'irruzione, tra sporcizia e materassi abbandonati ovunque, i poliziotti hanno sorpreso quattro minorenni extracomunitari che ancora dormivano e tracce di recenti bivacchi”, come dice il post della Questura di Padova. Al contempo vengono rinvenuti all’esterno dell’edificio 323 grammi di hashish. L’identificazione è fatta: i quattro stranieri senza fissa dimora sono spacciatori (baby pusher come li avevano battezzati i giornali locali).

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Un blitz che porta a risultati discutibili, evidenziando al contempo alcune assurdità che stiamo vivendo. In primis laddove - al di là degli hashtag “restiamo a casa” - centinaia di persone continuano a essere prive di una dimora, costrette a trovare rifugio negli innumerevoli stabili abbandonati o nello stesso atrio della struttura ospedaliera, persone contro cui vengono invocate a gran voce soluzioni poliziesche e repressive, mentre appare evidente come la condizione abitativa (come sottolineato anche dalla circolare ai prefetti del ministro Lamorgese, in termini però di controllo securitario/preventivo) rimanga un elemento centrale di lacerazione della società italiana.

Inoltre, irrompe il tema del proibizionismo e di quell’insieme di persone (che ne compongono la domanda e l’offerta sempre e comunque, nonostante la “pandemia dilagante”) che vivono ai margini, di un’economia nascosta e sommersa, dove spesso sfruttamento ed esclusione si legano in un circolo vizioso dal quale è sempre più impossibile uscire. In questo caso sono minorenni in possesso (?) di una rilevante quantità di hashish i fermati, ma lo stesso discorso vale per le migliaia di sex workers inserite nel circolo dello sfruttamento della prostituzione: mercati che non si possono fermare, vite per cui fermarsi significa essere deprivati del proprio reddito o rischiare la propria sicurezza per le ripercussioni da parte di chi sfrutta e si arricchisce di tali economie nell’ombra. Il tutto in assenza di qualunque tutela (una casa in questo caso), in particolare se si vive una vita irregolarizzata da decreti e leggi criminogeni volti a limitare sempre più l’accesso a documenti.

Un terzo elemento, però, è costante di questi giorni: “Continuano i controlli della Polizia di Stato in città per verificare il rispetto delle restrizioni contro il diffondersi dell'epidemia. Controlli serrati ieri in piazza Salvemini, via Tommaseo, Stazione e Arcella svolti ad evitare illeciti assembramenti di stranieri”. Lapidario il post della pagina Facebook della Questura di Padova. Lapidario e straordinariamente chiaro: lo scopo dei controlli (quelli serrati) è quello di evitare assembramenti illeciti di stranieri.

Chi conosce bene la geografia cittadina sa bene che le aree indicate sono quelle in cui da sempre c’è aggregazione di persone migranti, senza fissa dimora, tossicodipendenti etc., perché sono vicine alla stazione, perchè in molti hanno avuto la fortuna di trovare un tetto nei dintorni, ma anche perché è dove sono radicati tutta una serie di servizi come le cucine popolari oppure i vari negozi etnici (con prezzi e prodotti più accessibili).

Ora è chiaro che tutta questa enfasi esasperata sui controlli necessari, sulla militarizzazione dei territori, sta portando a magri risultati: il sito del ministero dell’interno, che offre quotidianamente le statistiche dei controlli effettuati, ci racconta che dal 13 aprile al 16 aprile a fronte di1.094.372 controlli, le persone sanzionate o denunciate sono state il 43.285, cioè meno del 4% dei controllati. Il dato così aggregato ci racconta ben poco delle persone fermate, della loro collocazione geografica o altro, tuttavia ci raccontano una triste verità: “siamo un popolo estremamente disciplinato, in grado di esercitare autocontrollo e misura, un popolo che quando è stato necessario ha portato pazienza, non ha perso la testa e ha usato il tempo a casa per imparare a fare il pane", citando un articolo comparso su Il Post mercoledì 15 aprile[iii], un popolo insomma che rispetta le regole in massima parte.

Allora si pone il problema reale e politico della faccenda, se in massima parte le regole si stanno rispettando, come mai siamo ancora in lockdown? Come mai le strutture sanitarie sono ancora in crisi? Come mai le persone continuano a morire a centinaia (quelle di cui abbiamo notizia, i dati parlano della seconda mortalità più alta del mondo per il Covid-19, con 338 morti per un milione di abitanti)? Come mai si è scelto di privarci di una serie di importanti libertà personali e di consegnare strade e piazze ai pattugliamenti degli uomini in divisa, quando le storie di altri paesi (Svezia e Portogallo) ci insegnano che forse c’erano anche altre vie per affrontare la crisi?

Sono domande retoriche di cui in parte sappiamo già la risposta, tuttavia è bene sottolineare che se gli “italiani” rispettano le regole, allora bisogna giustificare in qualche modo gli assembramenti per le strade da parte delle varie forze dell’ordine: quale modo migliore se non iniziare una campagna a tappeto contro chi ha sempre “abitato” gli spazi pubblici (oggi vietati per decreto), contro chi è più visibile (perché non bianco, oppure recante addosso i segni della marginalità sociale), contro quelle soggettività da sempre indesiderate ma che indossano perfettamente il costume del capro espiatorio all’occorrenza. Sono gli assembramenti illeciti di stranieri il problema, appunto, gli “italiani” invece rispettano le regole.

Questi episodi, avvenuti nemmeno a un giorno di distanza l’uno dall’altro e che continuano ad avvenire come nel caso dei controlli a tappeto, ci raccontano molto di alcune derive: i corpi più deboli e più ricattabili (poiché spossessati di reddito o perché occupanti i gradini inferiori della gerarchizzazione sociale) sono quelli più esposti alle forme più repressive di controllo che ogni giorno avvengono, in quell’enorme laboratorio securitario che sono divenute le nostre città in nome della salute pubblica. Assembramenti di uomini in divisa accerchiano, rincorrono e stanano quanti ancora occupano gli spazi della città senza essere in fila davanti ai centri commerciali o ai pochi negozi aperti, a cosa porterà il fermo sta nella discrezionalità degli agenti (e si susseguono casi di veri e propri abusi).

Ciò che già sappiamo, però, è che la quarantena è, di fatto, un privilegio che si poggia sulla linea del colore, del genere e della classe. Per cui spesso la casa o non c’è o e priva di spazi comuni, costringendo alla coabitazione forzata in stanze sovraffollate (con tanti saluti alle “buone norme di prevenzione del contagio”) o più semplicemente non è un luogo sicuro (come lo è per tante donne intrappolate in case dove la violenza maschile di genere è all’ordine del giorno). Semplicemente le restrizioni imposte dai vari decreti del presidente del consiglio e dalle ordinanze della regione non hanno effetti uguali per tutti, ma hanno un impatto drammatico per tutte quelle persone che si ritrovano dal lato “sbagliato” della linea, amplificando una condizione di vulnerabilità prodotta e riprodotta ad hoc dalle stesse dinamiche politiche che determinano le condizioni di irregolarità, che continuano a sussistere anche nell’emergenza prodotta dalla “pandemia globale”.

Sempre più persone sono, dunque, costrette all’uscita, all’attraversare o ad abitare quegli spazi urbani che oggi sempre più si vorrebbero svuotati coattamente attraverso il pattugliamento e la militarizzazione dei territori. Corpi indesiderati e sacrificabili (che non rientrano nelle categorie utili e produttive) che ogni giorno vengono offerti al rischio di venire sanzionati e puniti, sacrificati alla gogna pubblica dei giornali e dei tanti spettatori che ogni giorno semplicemente assistono al normale proseguo delle regolari attività di controllo (anche quando assumono le forme di veri e propri assembramenti ingiustificati di tutori dell’ordine pubblico).

Ma si sa, che quei corpi sacrificabili sono tanto più utili se puniti poiché attraverso la loro pubblica infrazione e punizione, questi possono essere tacciati, in quanto untori, come causa primaria della situazione in cui siamo costretti tutti quanti: del collasso di un sistema sanitario che si voleva sicuro e del nostro stile di vita e consumo, assolvendo da tutto questo altrui responsabilità (più politiche e rischiose se attribuite per il potere).

D’altro canto, è forse tempo di invertire i termini del discorso: abbattere i privilegi che rendono una parte della popolazione sacrificabile per tutelare l’esistenza degli stessi privilegi per l’altra. Non confondiamoci. Non sarà la repressione poliziesca contro i soggetti che si collocano al di là delle linee del colore, del genere e della classe a far andare tutto bene.


[i]https://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2020/04/16/news/padova-chiuso-l-africa-market-assembramenti-e-niente-mascherine-1.38726311

[ii] https://www.ilgazzettino.it/pay/padova_pay/blitz_al_configliachi_rifugio_di_spacciatori-5173780.html

[iii] https://www.ilpost.it/marcosimoni/2020/04/15/cosa-ci-dicono-i-dati-sui-controlli/

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