40 anni di 194: perché il diritto all'aborto va ancora difeso

22 / 5 / 2018

Dopo anni di battaglie, il 22 maggio del 1978 venne promulgata la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, nota come Legge 194. A quarant’anni di distanza uno dei diritti più basilari all’autodeterminazione femminile viene ancora messo in discussione, attaccato, strumentalizzato. Proprio in questi giorni la rete femminista Non una di Meno ha lanciato un appello alla mobilitazione, in difesa del diritto all’aborto e alla salute.

«L’aborto è la prima causa di femminicidio al mondo»: per gentile concessione della fondazione spagnola CitizenGo, già responsabile di campagne contro le Unioni Civili e la teoria del gender, le strade di Roma sono state invase per alcuni giorni da giganteschi cartelli recanti questa scritta. I manifesti sono comparsi a pochi giorni dalla Marcia per la vita del 19 maggio, espressione di quelle forze reazionarie che troviamo nei consultori, negli ospedali, quando non nelle scuole, a predicare la difesa della vita a discapito dell’autodeterminazione delle donne. 

Episodi come questo non fanno che sottolineare come, a 40 anni dall’approvazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, il diritto delle donne di decidere del proprio corpo sia ancora tutto da costruire e da difendere.

Il corpo delle donne è da sempre terreno di disputa e di controllo, pare infatti che l’utero sia l’unica parte del corpo che non è più organo privato, come afferma Preciado in un articolo apparso su Libération nel 2015 (qui in italiano), ma spazio pubblico in cui le donne perdono la propria autonomia e libertà di scelta. Quasi tutti gli aspetti ideologici delle nostre società sono asserviti a questo scopo: dalle scelte pubblicitarie alla sanità pubblica passando per la parziale attuazione di leggi che le obbliga a portare avanti gravidanze indesiderate fino ad arrivare alle sanzioni ingiustificate.

La vita sessuale delle donne, la loro sfera riproduttiva è costantemente sotto sorveglianza: una donna deve stare attenta a non rimanere incinta, ad avere un figlio o una figlia entro parametri ben delineati, a non vestirsi troppo succinta, a non essere stuprata.

Così come deve modulare ambizioni e aspettative professionali e di vita sulla base del proprio corso biologico-riproduttivo.

Perché se hai un utero, devi avere un figlio. (Anche se non tutte le persone con un utero si considerano donne.) Perché se sei donna, devi essere madre, sempre che tu abbia un marito e un lavoro, e che tu non sia un peso per una società che non ci tiene ad investire nel welfare.

Che le donne scelgano di affrontare un’interruzione volontaria di gravidanza, o che vogliano portarla a termine, il percorso da affrontare è sempre tortuoso e la libertà di scelta limitata.

Con il codice Rocco, negli anni del fascismo, l’aborto era considerato reato ‘contro l’integrità e la sanità della stirpe’. Il controllo dell’utero era quindi strettamente legato al proliferare della Nazione: in quanto donna dovevi contribuire alla prosecuzione dello Stato.

In Italia l’aborto è rimasto un reato fino al 22 maggio 1978, quando la legge 194 ha concesso alle donne l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione. La legge titola ‘Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza’, l’accento è ancora una volta sulla salvaguardia della maternità, non certo sulle libere scelte delle donne. Dei 22 articoli che la compongono il nono assicura il diritto all’obiezione di coscienza: con questo articolo viene compromessa pesantemente la reale applicazione della legge stessa e quindi la possibilità per le donne di accedere a un servizio che dovrebbe essere loro garantito.

L’articolo 9 solleva  il personale “dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento. Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale.”

La realtà italiana ci mostra però che la sua applicazione è spesso un’altra: la media nazionale degli obiettori è del 70% e arriva al 90% in alcune regioni in cui interi complessi ospedalieri non sono in grado di offrire il servizio previsto dalla legge. In queste circostanze le donne si ritrovano spesso in situazioni limite in cui vengono abbandonate dal personale medico che invocando l’obiezione di coscienza si rifiuta di espletare le sue funzioni anche quando queste dovrebbero essere garantite dalla legge.

L’articolo 9 è un limite preponderante della legge, frutto del compromesso che si è dovuto accettare al tempo della sua formulazione, ed è diventato uno strumento di avanzamento nella carriera per il personale medico sanitario, relegando chi non se ne avvale allo svolgimento esclusivo di IVG.

Il problema dell’obiezione di coscienza diviene ancora più gravoso se consideriamo l’accessibilità limitata all’aborto farmacologico: nei paesi dove è consentito l’uso della Ru486 questa si può assumere fino a 63 giorni dalla scomparsa delle mestruazioni, in Italia fino a 49 e in molte regioni è ancora necessario il ricovero ospedaliero.

Uno dei modi per diffondere più facilmente la Ru486 sarebbe quello di distribuirla nei consultori, ma anche questi sono ben al di sotto del numero previsto dalla legge e vengono progressivamente svuotati dai servizi che dovrebbero offrire a causa degli ingenti tagli e dello scarso investimento pubblico. Nell’ultima relazione del ministero della Sanità, infatti, si legge «Nel 2016 il tasso di presenza dei consultori familiari pubblici è risultato pari a 0.6 per 20000 abitanti, valore uguale a quello del 2015 e leggermente più basso di quello degli anni precedenti, mentre la legge 34/96 ne prevede 1 per lo stesso numero di abitanti».

A 40 anni dall’approvazione di quella legge è quindi ancora necessario parlare di aborto e, finché ci sarà obiezione di coscienza, finché ci saranno sanzioni amministrative per le donne costrette a ricorre all’aborto clandestino, finché la contraccezione non sarà accessibile a tutte, finché i consultori, da sempre ruolo centrale di sostegno per le donne, saranno progressivamente chiusi o privati di servizi, continuerà ad esserlo. Non possiamo accontentarci di una legge che, seppur conquista delle lotte di quel periodo, lascia ancora troppo spazio a forze reazionarie, all’estrema destra nostalgica di un periodo in cui le ‘donne della nazione’ erano sotto lo stretto controllo del patriarcato. 

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