Racconto metropolitano - I frame

Feng

Alfonso Mandia

19 / 9 / 2009

Certe volte ti guardi intorno e vedi il niente.

Lo sguardo sprofonda nel vuoto pneumatico di un nulla assoluto, totale, privo di rimorsi e di una qualsiasi ipotesi di coscienza.

Allora tieni il fiato sospeso aspettando l'istante in cui ti rendi conto di star solo facendo un brutto sogno, aspettando di sentire la pacca sulla spalla del tuo migliore amico, oh!, cazzo!, che ti sei fissato?.

Me lo sentivo che sarebbe stato un incarico di merda.

Certe volte ti guardi intorno e ti capita di leggere dei resti di una bambina di otto anni fatta a pezzi da una cluster bomb consegnati alla famiglia dentro una scatola per le scarpe.

Ti viene da pensare che tu ci metti le bollette della luce, dentro la scatola per le scarpe, e poi ti viene da pensare che c'è qualcosa che non va, nel genere umano, qualcosa di spaventosamente deteriorato, una sorta di infezione vecchia quanto il mondo che agisce indisturbata sottopelle, subdola, strisciante.

Quattro del mattino, ho la voce impastata di sonno, pronto?, è Il Contatto, a lui piace farsi chiamare così, secondo me gli si è spappolato il cervello a forza di vedere stronzate hollywoodiane.

Quando il fulminato chiama alle quattro del mattino di solito sono rogne.

A proposito, mi chiamo Feng, faccio la guardia del corpo.

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