Rifugiati e migranti in Turchia, incontro alla sede dell'HCA (Helsinki Citizens Assembly)

Secondo giorno di carovana in Turchia

22 / 4 / 2014

Il secondo giorno della nostra “inedita” carovana in Turchia inizia nella sede dell' HCA (Helsinki Citizens Assembly), una ONG che lavora nell'ambito dei diritti umani e che realizza attività di supporto (in particolare di tipo legale) a richiedenti asilo, rifugiati e migranti “vulnerabili” presenti nel territorio turco.

Turchia che, parlando di migranti, è un paese-chiave a livello geopolitico in quanto punto di arrivo o di transito obbligatorio per milioni di persone che scappano da guerre e persecuzioni dai paesi confinanti e che molto spesso hanno nell'Europa la loro meta finale.

Iniziamo il nostro incontro presentando i perchè delle nostre carovane di YaBasta e raccontando i nostri obiettivi e le nostre attività in Italia, specificando l'ambito relativo ai diritti dei migranti e parlando anche del Progetto Melting Pot Europa e della Carta di Lampedusa.

Quindi le due operatrici di HCA ci elencano le loro attività: informazioni e supporto di tipo legale (inclusa la possibilità di presentare ricorsi in casi di dinieghi), monitoraggio, advocay e progetti di capacity-building concernenti l'asilo.

I richiedenti asilo in Turchia: temporaneità e incertezza tra presente e passato

Dopo questa breve presentazione, l'HCA ci offre un quadro del sistema di asilo turco che si contraddistingue prima di tutto per essere un sistema con due canali paralleli. Per i siriani, infatti, si parla di “temporary protection” mentre per tutti gli altri migranti di “temporary asylum”.

Anche i numeri sono piuttosto differenti: 1 milione di siriani e 70.000 non siriani (2/3 dei quali provengono dall'Iraq e dall'Afghanistan).

In realtà siriani e non siriani hanno forse una sola cosa in comune che è, al tempo stesso, la più importante: non possono permanere per un lungo periodo in Turchia e quindi sono condannati ad uno stato di permanente temporaneità. Perchè?

Partiamo con i non-siriani. Per questi 70.000 (“ufficiali” visto che le cifre non tengono conto dei tantissimi migranti che cercano di restare invisibili in Turchia per raggiungere Grecia o Bulgaria) non c'è in ogni caso nessuna possibilità di restare in Turchia.

Quando arrivano devono fare una doppia richiesta di asilo, una al governo turco e una all' UNHCR: la prima per poter stare temporaneamente in Turchia e la seconda per la richiesta di asilo. Poi si aspettano le due decisioni e se non convergono in teoria prevale la scelta del Ministero dell'Interno turco anche se, ci dicono, tendenzialmente viene rispettata la decisione dell'UNHCR.

Chi di loro – l'80% - riesce ad ottenere la protezione internazionale non può comunque restare in Turchia e deve sperare nel resettlement. Sperare perchè quello che dovrebbe essere un diritto diventa un “forse”, una possibilità legata a tante contingenze ed eventualità. Perchè per poter essere accolti in un altro paese si possono aspetare 2-3 anni o ancora di più. E poi ogni paese ha le sue regole e i suoi criteri vista l'elevata selettività dei paesi occidentali. Ad esempo se sei afgano o sudanese sai che dovrai aspettare ancora più degli altri. E per molti il resettlement resta solo un sogno: tra 2012 e 2013 quasi 80.000 richeste d'asilo a fronte di soli 7000 resettlement nel 2013.

Questo è il sogno mentre la realtà è fatta, così come nel resto del mondo, di continue violazioni del loro diritto a spostarsi o a permanere in un paese dove possano costruire la loro vita senza dover essere respinti dai paesi dai quali fuggono e senza vivere una vita di serie B, senza diritti e garanzie e gestiti come marionette. Perchè i richidenti asilo, in attesa di ricevere la risposta dalle commissioni, non hanno alcun supporto economico e logistico per vitto e alloggio e vengono spostati coattivamente dal Ministero dell'Interno nelle varie “città satellite”, dove devono restare a tempo indeterminato a prescindere dal fatto che ottengano o meno la protezione internazionale.

Senza soldi, senza supporto dal governo e senza la possibilità di lavorare.

E anche qui come in Italia e nel resto d'Europa i migranti per sopravvivere devono lavorare e lo fanno ma in nero, soprattutto nel settore dell'ediliza che sta vivendo in Turchia un vero e proprio boom negli ultimi anni.

E tutto questo senza considerare per i migranti che entrano in modalità definite “irregolari” dal governo turco non possono nemmeno chiedere asilo e vengono respinti all'istante e senza considerare nemmeno le odissee di chi attraversa la Turchia per andare in Europa col terrore di essere scoperto (nell'ultimo anno si parla di circa 100.000 migranti arrestati ai confini tra Turchia e Grecia e Turchia e Bulgaria che vengono rinchiusi nei vari centri di detenzione sparsi per la Turchia).

I siriani in Turchia: un regime “speciale” di accoglienza tra diritti promessi e diritti reali

E i siriani? I siriani si dividono in Turchia tra i 250.000 che vivono nei campi per rifugiati al confine con la Siria (luoghi all' interno dei quali il governo impedisce di entrare ad associazioni e giornalisti) e gli altri 750.000 che vivono nelle città.  

Per tutti loro la Turchia prevede una politica ad hoc: con una sorta di regime parallelo, tale status si basa su 3 elementi: l'apertura continua delle zone di confine, il principio di non-refoulement e la garanzia di un'assistenza umanitaria di base per tutti.

Questi sono i 3 principi che esistono per alcuni solo “on the paper” come ci dicono all' HCA.

In primo luogo, infatti, i campi al confine turco-siriano restano off limits per chi non è del governo turco o non è particolarmente “vicino” alle sue politiche di accoglienza. Proprio per questo è difficile avere un quadro reale di quale sia la vita quotidiana dei richiedenti asilo siriani. Infatti, nonostante dentro i campi sia in linea teorica assicurata la presenza di scuole, ospedali, negozi, ecc... ciò non vuol dire che tali servizi siano effettivi o accessibili per tutti (un esempio su tutti i costi elevati di alcuni beni di consumo primari). Al loro interno, infatti, la percezione è che vi siano diversi abusi nella vita quotidiana dei richiedenti asilo. Donne e bambini, che rappresentano la maggioranza della composizione dei campi profughi, risultano quelli presi maggiormente di mira.

 

E poi le procedure “speciali” di registrazione sono in realtà lente e danneggiano molto più chi non ha il passaporto. Anche l' accesso al mercato del lavoro, alle cure sanitarie e all'educazione non sono garantiti a tutti ma avvengono a macchia di leopardo e anche qui danneggiano maggiormente chi non ha un passaporto.

Ciò che li accomuna ai non-siriani è la temporaneità delle loro vite, partendo proprio dalla parola “temporary” che definisce lo status di entrambi i gruppi di migranti. Infatti anche i siriani – anzi i siriani col passaporto – possono avere fino ad un anno di permesso di soggiorno ma poi anche per loro c'è nessuna certezza e anche per loro una delle poche speranze se non l'unica è il resettlement, privilegio che - come affermano all'HCA – spetta a non più di 20.000 siriani su più di un milione in totale.

A fine incontro facciamo un'altro richiamo alla Carta di Lampedusa e ai suoi principi invitando anche l'HCA a firmarla e a continuare a lottare per un mondo dove la libertà di movimento, di scelta e di restare siano non solo “on the paper” ma siano reali e per tutte e tutti.

"Sulle rotte dell'Euromediterraneo" in Tunisia, Turchia e Libano organizzate da:
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Coalizione Ya Basta Marche, Nordest, Emilia Romagna e Perugia
Info e contatti generali: info@yabasta.it e solidarieta@unponteper.it

I report completi dell'iniziativa saranno in Globalproject.info e Unponteper.it
Media Patner dell'iniziativa: Nena News, Osservatorio Iraq, Progetto Melting Pot Europa, CORE online

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