Prospettive dal presente di guerra

Oltre il pacifismo per costruire nuovo discorso

9 / 10 / 2014

La guerra è arte e parte del sistema capitalista e come tale in un mondo “capitalisticamente” globalizzato, essa può attraversare un qualsiasi territorio in un qualsiasi momento e in una qualsiasi forma. Che la guerra lambisca i confini europei è un segnale chiaro dei mutamenti in atto che dobbiamo cogliere, a cominciare dall’assunto che anche qui, da noi, “a casa nostra” tutto è possibile, tutto può accadere. Ed è proprio a partire da questa consapevolezza che dobbiamo ridisegnare una nuova parabola del nostro (dei movimenti) essere contro la guerra. E’ proprio questo il punto oggi, cosa vuole dire essere contro la guerra? E come provare/riuscire a sabotarla e a bloccare i meccanismi che la generano? Porsi queste prime due semplici domande deve essere esercizio collettivo dell’immediato futuro, in particolare per rispondere adeguatamente ai nuovi e imprevedibili appetiti imperiali che si muovono alle porte dell’Europa.

Dieci anni fa, nell’epoca delle guerre americane in medioriente e del movimento “nowar “come seconda potenza mondiale (cit. NYT, nda), tutto l’arco pacifista dalla parte non violenta a quella più conflittuale, era in possesso di strumenti adatti a leggere gli avvenimenti: gli Stati Uniti guidati da Bush per riparare ad una crisi in atto, per assicurarsi ingenti riserve di energia (petrolio) e per imporre la propria supremazia a livello globale davano vita a guerre pretestuose. Era semplice individuare il nemico della pace, molto più difficile costruire meccanismi reali di opposizione e inimicizia alla guerra. Una stagione di pacifismo “acritico” spazzata via dalle scelte delle sinistre di governo, da un immaginario rimasto sempre e solo sulla carta e dalla debolezza dell’ipotesi dell’equidistanza del discorso non-violento. Il passare degli anni, la crisi violenta che ha investito il capitalismo occidentale e il mutamento delle condizioni geopolitiche internazionali ci costringono ad uno scarto e ad un passaggio fondamentale su tutto ciò, a partire da una lettura realistica delle forze in campo e degli avvenimenti che si susseguono. Non è possibile disegnare un'opposizione efficace leggendo la situazione attuale senza tenere conto di determinati fattori che purtroppo la parte più idealista dei movimenti pare non notare. La multipolarità a livello globale è ormai un fattore stabile più che una variabile: c’è una lotta per la supremazia tutta interna ai paesi capitalisti e all’interno di ognuno di questi paesi è in atto una guerra di classe dall’alto verso il basso in cui diritti sociali e qualsiasi tipo di tutela della dignità vengono spazzati via dalla voracità del denaro (e dove, sempre più spesso, la manovalanza fascista viene utilizzata in chiave reazionaria).

Ritessere le fila del discorso contro la guerra vuole dire abbandonare una volta per tutte il pacifismo come categoria morale utile solo a lavare le coscienze dei più illuminati, per aprirsi ad una stagione che metta al centro il conflitto e il sabotaggio della macchina capitalista. Con la consapevolezza di muoversi all’interno di uno scenario internazionale in cui sono in guerra tra di loro modelli capitalistici incompatibili e che, contestualmente, dall’altra parte della barricata (la nostra) dobbiamo altresì riconoscere la mancanza di un discorso forte, apertamente rivoluzionario, che esprima la visione decisa di una società non-capitalista. Discorsi e pratiche capaci di esprimere la potenza necessaria alla sua propagazione, alla sua attualità e attuabilità, che abbandoni definitivamente la prospettiva nazionale e che abbracci invece una prospettiva di territori senza confini. La durezza di questo assunto ci dà la dimensione del compito che ci spetta e dal quale non possiamo esimerci dall’aprire la discussione, tenendo presente che non si tratta di ipotesi astratte o deboli ma di realtà presenti, innervate nei territori e in continua evoluzione.

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