Messico - Gli zapatisti denunciano gli abusi del sistema giudiziario chiapaneco

Da La Jornada – Giovedì 13 giugno 2013

15 / 6 / 2013

La resistenza delle comunità zapatiste e aderenti alla Sesta dichiarazione della selva Lacandona, e le proteste di altre organizzazioni come la OCEZ, hanno mostrato il profondo arbitrio con cui il sistema giudiziario opera in Chiapas. I casi dei loro compagni in prigione non sono più isolati, ed in complesso rivelano quanto è iniqua l’applicazione della giustizia e la moltitudine di labirinti formali che devono percorrere per recuperare la libertà della quale non avrebbero mai dovuto essere privati. 

Nei prossimi giorni, Miguel Demeza Jiménez, aderente alla Sesta di San Sebastián Bachajón, affronterà l’udienza d’appello 1478/2012 davanti al giudice di Tuxtla Gutiérrez, Ricardo Alfonso Morcillo Moguel, contro l’atto di arresto dettato da un giudice di Cintalapa di Figueroa per il presunto reato di furto aggravato avvenuto il 30 settembre 2012.

Ancora una volta, come nei casi di Alberto Patishtán, Rosario Díaz Méndez (e dello zapatista Francisco Sántiz López, liberato a gennaio), si tratta della vendetta, e capro espiatorio, delle autorità locali (di El Bosque, Huitiupán e Tenejapa, in questi casi, di Ocosingo e Chilón in quello di Demeza Jiménez, detenuto a El Amate, anche lui accusato di reati che non ha commesso). 

Questo mercoledì, come ricordato a La Jornada per telefono Patishtán Gómez, sono 13 anni dall’impune massacro di poliziotti nel municipio di El Bosque, per il quale è in prigione per vendetta dell’allora sindaco priista Manuel Gómez Ruiz. La sua malattia è l’espressione degli immensi sforzi che rappresenta la lotta per la libertà di questi indigeni, vittime di numerose discriminazioni legali, culturali, politiche, e del kafkiano e tortuoso processo a carico loro, delle loro famiglie, comunità ed organizzazioni, senza ignorare la corruzione istituzionale che permette le trappole ministeriali. 

A partire dall’udienza costituzionale per Demeza Jiménez, che si svolgerà il prossimo 18 giugno, il giudice emetterà la sentenza. La difesa intende rimarcare le gravi violazioni commesse in contro di lui dalla Procura Generale di Giustizia del Chiapas.

Demeza Jiménez, 32 anni, è un contadino tzeltal, muratore e padre di famiglia. Secondo il suo avvocato Ricardo Lagunes Gasca, è stato arrestato ad Ocosingo menti mangiava in un locale in compagnia di suo cugino Jerónimo, senza mandato di cattura, il 7 ottobre 2010, sequestrato e torturato dall’Unità Speciale Antisequestro, dipendente dalla Procura Speciale Contro il Crimine Organizzato dello Stato, e successivamente portato a El Amate come probabile responsabile di furto aggravato alla Ferramenta Coxito, avvenuto il 18 settembre 2010, ed inoltre probabile responsabile del sequestro di un minorenne ad Ocosingo, lo stesso 7 ottobre. 

Il furto era avvenuto tre settimane prima. Il direttore di Coxito, Emilio Adiel Argueta Ruiz, denunciò i fatti due giorni dopo. Disse che durante la rapina si trovava in negozio con un’impiegata ed un certo signore Jorge; che non riconobbe gli assalitori, e che lo colpirono alla testa con tale forza che rimase incosciente e si risvegliò solo dopo che gli assalitori erano fuggiti. Non ricordava altro.

Il 15 ottobre, lo stesso Argueta Ruiz fu portato da elementi della Polizia davanti al pubblico ministero dell’unità antisequestro poiché il suo numero di cellulare era legato a quello del suo amico Rubén Aníbal Ramírez Monge, col quale fu operato il riscatto del sequestro di un minorenne il 7 ottobre. In questa seconda dichiarazione, Argueta Ruiz cambiò radicalmente la sua denuncia di settembre ed introdusse nuove testimoni oculari, tra essi Ramírez Monge, e dichiaro che quel giorno gli rubarono il cellulare. Nella sua prima dichiarazione non menzionò nessun cellulare, e tanto meno che il suo amico fosse presente sul posto. Tuttavia, Ramírez Monge è ora l’unica persona che dice di riconoscere l’indigeno di San Sebastián come partecipante alla rapina.

Il Pubblico Ministero mostrò al negoziante, al suo amico ed ai suoi testimoni, una fotografia di Demeza affinché l’accusassero del furto e del sequestro, cosa che fecero. Così, malgrado esistessero maggiori elementi per indagare su Argueta Ruiz e Ramírez Monge per la loro probabile partecipazione al sequestro, furono liberati ed imputarono, in maniera illegale e malintenzionata, la responsabilità a Demeza.http://www.jornada.unam.mx/2013/06/13/politica/018n1pol

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

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