Mali tra lotta per il controllo del territorio, attori internazionali e repressione della società civile

Intervista a Luca Raineri (ricercatore in Relazioni Internazionali e Security Studies alla Scuola Superiore Sant'Anna di Studi Avanzati di Pisa) di Francesco Cargnelutti

30 / 6 / 2020

Cogliendo l’occasione delle recenti proteste popolari che a Bamako mettono in discussione i risultati delle elezioni parlamentari, si è cercato di fare il punto su alcune delle dinamiche politiche che interessano il Mali. Lo si è fatto con un’intervista a Luca Raineri, ricercatore in Relazioni Internazionali e Security Studies alla Scuola Superiore Sant'Anna di Studi Avanzati di Pisa, e membro della Research School on peace and conflict di Oslo. È stata un’occasione per parlare delle difficoltà che lo stato maliano incontra nel controllare il territorio, della conseguente logica delle milizie, dell’intervento internazionale nel paese e dell’attivismo di una società civile che deve fare i conti con le politiche anti-terrorismo dello stato.

Ci potresti dare qualche coordinata storica e socio-economica per inquadrare il Mali e la situazione attuale del paese?

Siamo in una regione che conta i più poveri paesi del mondo. Qualunque statistica tu guardi, ti renderai conto che questi paesi sono bassissimi in moltissimi dei ranking internazionali. Stiamo parlando proprio della condizione estrema dell’umanità. D’altra parte, all’interno di queste classifiche generiche, ci sono poi grandissime differenze sociali, con situazioni di estrema ricchezza che convivono con altre di estrema povertà. Nonostante ciò, è importante considerare il trend generale perché sono tutti paesi che, a differenza dell’Europa, registrano una progressione economica nettissima. Nessuno ha alcuno dubbio sul fatto che la sua vita sarà migliore di quella dei suoi genitori, almeno in termini di indicatori sociali. Poi ovviamente vivrà in un contesto meno comunitario, più solitario ed individualista, ma la prospettiva di miglioramento è molto chiara. Sono paesi che hanno una crescita del Pil galoppante rispetto al nostro, ma anche un parallelo aumento della popolazione, per cui questa crescita economica viene in un certo senso riassorbita.

In questo contesto, il Mali in particolare si trova in una situazione di conflitto che ha avuto moltissime tappe. È difficile parlare di un vero e proprio periodo prolungato di pace dopo l’indipendenza del 1960. Ci sono sempre stati dei focolai di tensione, a volte espressi con le armi in una situazione di vera e propria guerra civile, mentre altre volte si trattava di un più latente conflitto sociale, di tensioni etniche o dell’oppressione di un regime autoritario.

Oggi in che fase siamo?

Siamo in mezzo ad un conflitto che è cominciato nel 2012 e che è legato ad istanze tanto interne quanto esterne. Sul piano esterno sussiste un legame chiarissimo con il conflitto in Libia, dove vivevamo moltissimi maliani, che andavano lì in cerca di lavoro. Sappiamo infatti che l’emigrazione in Africa è spesso diretta verso l’Africa, è intra-continentale, e la Libia era un paese che accoglieva tantissimi migranti dai paesi circostanti. Quando il regime di Gheddafi è stato rovesciato, molti maliani sono tornati in Mali. Molti di questi in Libia vivevano anche del mestiere delle armi, collaborando in maniera più o meno diretta con diverse milizie che Gheddafi mandava in giro per il mondo a combattere le sue guerre. E quindi quando sono scappati dalla Libia, questi maliani si sono portati in Mali molti degli armamenti sofisticati con cui vivevano prima, creando una situazione di grave disparità con i debolissimi eserciti locali.

In realtà le armi da sole non basterebbero – e qui vengo alle istanze interne – se non ci fosse una situazione latente di tensione sociale che interessava un po’ tutte le zone del paese. Il Mali, negli ultimi vent’anni, diciamo dall’inizio degli anni 2000, era considerato l’allievo modello delle politiche di sviluppo neoliberali. In realtà, dietro a questa apparenza di compiacenza verso le politiche di privatizzazione, di sviluppo guidato dal mercato, di decentralizzazione, di outsourcing ad una serie di attori privati, si sviluppava un sistema di corruttele e di connivenze con attori molto problematici, come trafficanti di droga, gruppi terroristici e potentati locali, che hanno eroso dall’interno il consenso sociale sicché quando sono arrivate queste armi si è scatenata una serie di eventi che hanno ribaltato il regime. Alcuni gruppi nel Nord hanno approfittato dell’arrivo di queste armi cercando di arrivare ad una vera e propria secessione, mentre nel Sud c’è stata una rivolta sociale che ha deposto il presidente nel 2012, mandando allo sbando l’esercito e creando una situazione di sostanziale caos, di cui hanno approfittato una serie di attori armati che hanno preso il controllo di due terzi del paese, ovvero del centro-nord.

Da allora è partito un difficilissimo processo di avanzamento democratico sostenuto dall’Occidente, di cui ancora si stentano a vedere i risultati. La verità è che due terzi del paese sfuggono al controllo delle autorità locali, che a loro volta sono soggette ad una messa in discussione profondissima della loro legittimità anche a causa di ciò.

Chi si è messo a capo del paese dopo la deposizione del presidente nel 2012?

Fin dal 2013 le elezioni hanno portato al potere l’attuale presidente Ibrahim Boubacar Keïta, inizialmente accolto con grande entusiasmo. Il Mali infatti è un paese democratico, dove però la disillusione verso una democrazia che non è riuscita a portare quei benefici sociali che aveva promesso faceva sì che alla fine non votasse nessuno: c’erano dei tassi di partecipazione alle elezioni del 20%, con molta facilità di comprare o riorientare le elezioni in funzione delle preferenze delle persone che se lo potevano permettere. All’inizio del mandato di Keïta, c’è stata questa grande ondata di entusiasmo che lo ha portato al potere anche su parole d’ordine legaliste, di lotta alla corruzione, di rafforzamento della solidità dello stato. Speranze che poi sono state deluse.

La verità è che al di là della buona volontà che ci può essere da parte dei leader, è la struttura dello stato che è veramente erosa. Questa non può fare a meno di avvalersi della cooperazione di potentati locali, i quali poi sono collusi con interessi di vario tipo, che a loro volta non consentono un controllo democratico sulle istituzioni. È la classica logica miliziana, per cui per controbilanciare la spinta eversiva di determinati movimenti armati, lo stato contro-finanzia degli altri movimenti che stanno al di fuori del perimetro della legittimità statale: non sono formalmente appartenenti all’esercito, ma aiutano l’esercito senza dover rendere conto a nessuno e quindi spesso si rendono responsabili di abusi di vario tipo nel tentativo di aiutare lo stato a controllare il territorio. Questo crea molti problemi sia in termini di abusi, ma anche perché spesso queste stesse forze su cui lo stato si appoggia in realtà beneficiano di una situazione di non completo controllo e quindi hanno un interesse a perpetuare una situazione di instabilità nel paese che in teoria sarebbero chiamate a risolvere.

Si parla spesso del problema di jihadismo quando si parla di Mali. È giusta l’immagine di uno stato che si trova ad affrontare gruppi armati e potentati con riferimenti islamici?

La variabile decisiva non è quella dell’islamismo. Alcuni gruppi che sono apertamente islamisti, con legami col salafismo, sono parte dei movimenti di cui lo stato si avvale per cercare di riprendere il controllo del territorio. Altri, soprattutto quelli che si sono apertamente legati alle insegne del terrorismo internazionale come al-Qaeda e lo Stato Islamico non rientrano in questo perimetro, ma questo dipende molto dalle alleanze internazionali del Mali, in particolare la Francia, che ovviamente sono contrarissime all’idea di ammettere la legittimità dei gruppi legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico, che quindi non possono rientrare tra i soggetti con cui si fanno trattative di pace.

Veniamo ora alle manifestazioni delle ultime settimane a Bamako, dove migliaia di manifestanti sono scesi in strada a protestare contro l’esito delle elezioni, che hanno confermato il partito del presidente Keïta.

Quello che posso dire è che ci sono state recentemente delle elezioni legislative, che francamente il governo era molto in difficoltà a rinviare. Erano già state rinviate diversi anni, quindi il parlamento cominciava a perdere la sua legittimità. In questa situazione, il governo e i partner internazionali hanno spinto molto per queste nuove elezioni, che sono state programmate proprio nel periodo in cui è esploso il Covid. Quindi, fra il Covid e l’assenza di controllo statale su parte del territorio, queste elezioni si sono tenute in un contesto di grandissima tensione, che ha rinfocolato quella che si era espressa nell’ultima elezione politica del presidente del 2018, che era già stato soggetto di una grandissima contestazione. Non c’è dubbio che la vittoria di Keïta nel 2018 sia stata una vittoria risicata in cui sicuramente ci sono stati casi di manipolazione elettorale, con alcune circoscrizioni in cui il partito del presidente ha preso il 100% o anche il 120% dei voti. Francamente ci sono state anche da parte dell’opposizione. La verità è che, come dicevo prima, questo presidente aveva caricato durante il suo primo mandato molte aspettative che sono state largamente frustrate nella misura in cui la perdita del controllo del territorio è sempre più marcata.

Parlando di istituzioni civili c’è poi un’altra difficoltà da tenere a mente quando si parla degli sforzi tesi a mantenere l’ordine interno. In molti casi nei contesti post-coloniali, l’esercito è percepito non come uno strumento di oppressione del potere, ma come l’espressione della dignità e della libertà del popolo. È una questione di fierezza, ogni famiglia ha un membro nell’esercito, anche perché è un lavoro pubblico che permette di sopravvivere a parecchie persone. Oggi l’esercito del Mali da una parte è accusato di massicci abusi dei diritti umani, ma dall’altra parte è sostenuto dall’opinione pubblica, che molto spesso vede nell’esercito la colonna portante della dignità della nazione. Per cui, per le autorità civili è molto difficile destreggiarsi in questa situazione, soprattutto se si aggiunge a questo quadro il fatto che il paese sembra sempre di più sotto la tutela di attori internazionali.

Fermiamoci un attimo su questi. Che cosa li porta in Mali?

Spesso si sente parlare degli interessi che in qualche modo guiderebbero l’azione internazionale. Questo è sicuramente vero in molti paesi, ma se devo essere sincero secondo me non è così nel caso del Mali, che non rigurgita di risorse naturali di altissimo valore. Per cui molti degli attori internazionali, soprattutto i più esposti, non vedono l’ora di andarsene, ma si rendono conto di non poterlo fare perché, sostanzialmente, senza il loro apporto il paese crollerebbe.

Quando parli di paesi più esposti intendi la Francia?

Esatto. Di gran lunga il paese più esposto è la Francia, che ora si trova in grande difficoltà. È interessante notare che nelle ultime operazioni anti-terrorismo, la Francia non ha fatto altro che replicare le stesse identiche strategie che gli Stati Uniti hanno messo in atto in altri contesti. Si tratta della dottrina dell’”impronta leggera”, per cui ci sono pochi uomini, qualche migliaio al massimo, e poi un supporto aereo di droni e bombardieri a caccia di terroristi nel deserto che distruggono con missili detti intelligenti, naturalmente facendo anche molte vittime civili. In tutto questo contesto, le misure di sorveglianza aerea, come droni e satelliti, di cui dispongono i francesi sono completamente insufficienti. Si appoggiano quindi agli americani, che però nell’era Trump non ci vogliono più stare nel Sahel perché ritengono che non sia più un fronte prioritario e puntano tutta la loro attenzione sul fronte asiatico. C’è quindi questa situazione abbastanza paradossale in cui i francesi pregano gli americani di rimanere ad investire risorse mentre gli americani non si sa da che parte vogliano andare perché quello che dice la Casa Bianca non è più quello che dice il Pentagono che non è più quello che dice il Dipartimento di Stato, cioè il ministero degli esteri. Per cui gli Stati Uniti sono un soggetto molto altalenante e i francesi si sentono investiti di questo mandato, che francamente non è chiaro chi gliel’abbia dato, di stabilizzare la regione. In tutto questo, se vogliamo metterla anche in termini più geopolitici – lasciando da parte i discorsi sociali interni che comunque sono molto importanti – si inseriscono degli attori che cercano di riempire questo vuoto geopolitico che si sta creando. Sappiamo ad esempio che ci sono stati interventi dal punto di vista dell’interferenza mediatica da parte dei russi. Basti pensare che le campagne che vengono fatte in un’ottica molto patriottica quasi nazionalista in Mali vengono spesso pompate da siti russi, gli stessi che da noi pompano Forza Nuova.

Abbiamo finora parlato soprattutto di centri di potere più o meno forti, sia a livello nazionale che internazionale. Ma sappiamo che, nonostante l’Africa venga perlopiù associata a guerre e terrorismo, c’è una società civile che anima il Mali ed i paesi confinanti.

Nei paesi della regione ci sono società civili molto attive, che cercano di articolarsi con quelle occidentali, come le organizzazioni per la tutela dei diritti umani, i movimenti sociali, i sindacati. Le società civili del Mali e dei paesi limitrofi sono state all’avanguardia in tutta la dinamica dei social forum e di tutto quello che ne è seguito. Bisogna dire che oggi si trovano in un momento di grande difficoltà perché i governi locali del Mali, Burkina Faso, Niger e Senegal, in un’ottica in cui la priorità nazionale è la lotta al terrorismo, abusano degli strumenti dell’anti-terrorismo per reprimere ogni fermento ed istanza sociale. È un fenomeno che stiamo osservando proprio in questi giorni. Parliamo ad esempio del leader maliano della Via Campesina, quindi di quelle istanze dei movimenti contadini e dei senza terra che stanno diventando importantissime in un continente in cui avanza il fenomeno del land-grabbing, cioè la sottrazione e privatizzazione delle terre più fertili a vantaggio di soggetti privati nazionali ed internazionali. Questo attivista, dicevo, è riuscito a conseguire una serie di vittorie incredibili mobilitando fortemente la popolazione non solo nazionale ma anche su un livello continentale. Ecco, l’altro giorno quelli dell’anti-terrorismo sono andati a cercarlo in casa sua, passamontagna in testa e senza mandato di perquisizione, gli hanno preso tutto, hanno intimidito la sua famiglia, ma fortunatamente non sono riusciti a trovarlo. Questo è solo un esempio di una lunga serie. Nel paese confinante, in Niger, che per molti versi vive una situazione analoga, ci sono state recentemente della manifestazioni della società civile che chiedevano maggior chiarezza a fronte di notizie che mostrano la grande corruzione dell’esercito, che riceve moltissimi aiuti dall’Occidente per la lotta al terrorismo, ma poi non si sa che fine facciano questi soldi. Ebbene son venute fuori delle inchieste che dimostrano una corruzione pazzesca, dell’ordine di centinaia di milioni di euro. La società civile allora ha fatto una manifestazione per chiedere conto di questa situazione, e i suoi, giornalisti e attivisti per i diritti umani sono stati tutti imprigionati e ora sono in carcere senza processo ormai da marzo.

In questo contesto, quello che molti esperti di sicurezza internazionale paventano, ovvero che il contesto del Covid possa facilitare i gruppi terroristici, non avviene, ma succede l’esatto contrario: del Covid si avvalgono regimi che hanno un’impronta sempre più autoritaria, che sfruttano questa situazione per la compressione dei diritti civili e sociali della popolazione.

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