Il Terricidio come sfida ma anche opportunità di rivolta

Diario dalla carovana dei “Pueblos contra el Terricidio”.

8 / 2 / 2020

È entrato nel vivo il Campamento Climatico in Welmapu, termine col quale gli indigeni preferiscono definire la Patagonia argentina. Un camp ricco di incontri e “taller”, ovvero workshop, che trattano temi che spaziano dal terricidio, alle devastazioni operate dalle industrie multinazionali in Sud America, alla lotta al patriarcato, sino alla difesa dell’acqua e dell’ambiente dalla loro mercificazione, ad opera delle “megamineríe”.

È interessante vedere come persone che arrivano da luoghi così diversi abbiano un unico comune denominatore: la lotta anticapitalista, in questo caso declinata come lotta contro la devastazione ambientale.

Sono i corpi, i veri protagonisti di questi giorni. Corpi dissidenti, che lottano, che in prima persona si battono contro il Terricidio. Vale la pena spendere due parole in più su questo termine così inusuale, ma così pieno di significato e intriso di quel valore che dovremmo sentire nostro.

Chiamiamo “terricidio” l'uccisione non solo degli ecosistemi tangibili e dei popoli che lo abitano, ma anche di tutte le forze che regolano la vita sulla terra, quello che chiamiamo biosfera.

Negli anni è stato costruito un muro ideologico per nascondere che questo crimine contro la Terra o, più precisamente, contro la natura, è guidato da una "razionalità" molto particolare, che è caratteristica dell'ordine del capitale e che intensifica sempre più lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali e degli esseri viventi. E, come se ciò non bastasse, lo sfruttamento delle risorse continua a non fermarsi.

Come ha fatto l'umanità ad arrivare a questa situazione? Come si può ora cambiare strada ed evitare la catastrofe? 

È la domanda che quei "corpi" si sono posti nell’incontro collettivo di questo secondo giorno di Campamento climatico. 

Non è più un segreto che gli interessi delle multinazionali vengano difesi ricorrendo sistematicamente alla violenza. Di tanto in tanto alcune di queste azioni falliscono e lo scandalo riesce a bucare la comunicazione. Più complesso è dimostrare la connivenza con le istituzioni, o smascherare i programmi green delle stesse multinazionali responsabili della crisi climatica. Oppure - come è stato fatto notare in diversi interventi - esiste una cinica combinazione per cui in Europa i Governi “si preoccupano” per l’inquinamento e il disastro climatico, creando una sorta di “economia pulita”, ma allo stesso tempo permettono che le produzioni inquinanti e le discariche industriali vengono trasferite nei paesi più "arretrati". Di solito sono i Governi e gli Stati con maggiori responsabilità nel degrado ambientale del pianeta che, al'interno dei forum o istituzioni internazionale, criticano l'incapacità del "Terzo mondo" di difendere l'ambiente e premono per posizionare le "riserve naturali" di maggiore importanza sotto la "protezione internazionale” dell’Occidente.

Stiamo assistendo a una reinterpretazione storica del capitalismo, che vede un inedito protagonismo dalla resistenza di forze che si oppongono al progresso distruttivo. Una reinterpretazione del rapporto tra società e natura. La rivoluzione come momento di rottura che evita la catastrofe alla quale ci porta il progresso tecnologico del capitalismo. La differenziazione tra progresso umano e morale e progresso economico e/o tecnologico.

In breve, è necessaria una rivoluzione, si sente ripetere in ogni intervento. È un’eco che accompagna tutta la giornata, si parla di un cambiamento radicale: è essenziale combattere, fin dall'inizio, tutto ciò che ha effetti negativi sull’ambiente.

Oggi dobbiamo assumere la questione ecologica come una questione di vita o di morte, che non può essere elusa o rinviata per occuparsi di un futuro indeterminato. Una grande sfida, ma anche una grande opportunità.

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