Esperimento Grecia. Il Paese dove l’Unione Europea sperimenta politiche sempre più restrittive

20 / 12 / 2019

In preparazione del viaggio collettivo a Lesvos, promosso all’interno della campagna #Lesvoscalling, riprendiamo da Melting Pot l’intervento di Loredana Leo (ASGI - Progetto In Limine e Spazi Circolari) alla conferenza Sguardi sulla Grecia - Rotte migratorie e fallimento di un mito tenutasi lo scorso 15 novembre al Bios Lab (Padova). Un contributo che fa il quadro sull’attuale situazione in Grecia, sempre più luogo di sperimentazione di strategie che riguardano l’intera Unione Europea.

Perché abbiamo pensato di parlare della Grecia?

Nel 2015 a causa della situazione siriana arrivano in Europa un milione e mezzo di persone, la gran parte delle quali arriva entrando dalla Grecia.

Nel maggio del 2015, all’indomani di un naufragio che si verificò davanti alle coste di Lampedusa, la Commissione europea elabora un documento politico che è l’Agenda europea sulla migrazione. Questo documento si sviluppa su due versanti.

In un primo momento, sviluppa l’approccio hotspot che viene sperimentato nei paesi di frontiera, quindi, in primis, Italia e Grecia, ma soprattutto già contiene quello che poi sarà sviluppato nel marzo 2016 cioè l’accordo UE/Turchia. Si tratta di un accordo che è stato stipulato tra i paesi dell’UE e la Turchia, che sostanzialmente ha avuto l’effetto di bloccare il confine greco-turco.

Quindi l’Unione Europea ha dato tanti soldi alla Turchia, il cui governo non si può propriamente definire liberale, per bloccare la frontiera e, inoltre, l’UE inizia a sperimentare in Grecia alcune delle politiche che poi saranno riportate anche negli altri Stati di frontiera, primo tra tutti l’Italia.

All’indomani dell’accordo UE/Turchia del marzo 2016, quindi, ci rendiamo conto che era essenziale per noi giuristi andare in Grecia a studiare quello che stava accadendo perché ci siamo resi conto che molte delle politiche che l’UE stava portando in Grecia sarebbero state poi traslate sul territorio nazionale. Quindi nel giugno del 2016 ci recammo nel Paese con i partecipanti del primo anno della scuola di Alta formazione per operatori legali di Asgi.

I due rapporti che abbiamo scritto dopo questo sopralluogo sono pubblicati sul sito di Asgi. [1]
Due rapporti perché siamo poi tornati in Grecia nel marzo del 2017, a un anno di distanza dall’accordo UE/Turchia, per capire che cosa stava succedendo.
Un ulteriore viaggio/studio lo abbiamo fatto quest’anno proprio per capire effettivamente quello che è successo e sta succedendo in Grecia.

La Grecia al momento si può definire un esperimento avanzato di gran parte delle politiche europee che probabilmente verranno introdotte anche su tutto il territorio dell’Unione.

Questo perché all’indomani dell’accordo UE/Turchia la Commissione europea si muove in un’altra direzione, poi sfumata, che era quella di fare dei regolamenti comuni all’interno del territorio dell’Unione dove portare quasi tutte le politiche che stanno sperimentando in Grecia.

Quindi tutti i dispositivi che vengono messi in atto in Grecia li troverete in queste proposte di riforma, complicatissime, che vengono proposte dalla Commissione Europea. Queste proposte di riforma non sono poi state approvate, ma è abbastanza verosimile che verranno ripresentate con la nuova legislatura.

Cosa ha comportato l’accordo UE/Turchia?
Innanzitutto si tratta del primo accordo firmato dai Paesi UE con uno stato terzo che riguarda specificatamente i richiedenti asilo. Fino a quel momento, in realtà, non c’erano stati degli accordi di riammissione che riguardassero i richiedenti asilo. Gli accordi di questo tipo riguardavano i cosiddetti "migranti irregolari". Questo accordo introduce quella clausola “infame” che per ogni richiedente asilo che veniva riportato in Turchia, teoricamente uno doveva essere portato dalla Turchia alla Grecia. In realtà questa parte dell’accordo che era sconvolgente non è stata applicata o è stata applicata in numeri bassissimi.
Leggevo che dal 2016 al 2019 sarebbero state riportate in Turchia circa 3.000 persone.

Perché non sta funzionando? Perché quello che sta funzionando è prima di tutto il deterrente, quindi la Guardia costiera turca blocca le persone che non riescano a imbarcarsi. Erdogan ha eretto questo muro che sembra essere invalicabile nonostante alcune persone comunque arrivino. Questo perché Erdogan regolarmente minaccia l’Unione europea di aprire "rubinetti". Poi quando L’UE paga o da altri tipi di supporto alla Turchia questa frontiera viene praticamente chiusa nonostante non sia assolutamente impermeabile.
Le persone arrivano e in numeri anche maggiori quest’anno rispetto agli anni scorsi, però sicuramente non siamo di fronte ai numeri del 2015.

Io parlo di politiche dell’UE perché tutto quello che è stato introdotto in Grecia in realtà è frutto di una legge nazionale, però è frutto di una legge nazionale che è molto influenzata dall’UE. Questa influenza fortissima la vediamo sia nella presenza delle Agenzie europee, prima fra tutte Frontex e l’Easo (Ufficio europeo di sostegno per l’asilo), che, ad esempio, sostanzialmente svolge tutti i colloqui per la protezione internazionale, in prima istanza. Soltanto la decisione finale viene presa dall’autorità statale, ma quest’ultima prende soltanto la decisione non svolgendo le interviste.

Questo per dire come la presenza dell’UE in Grecia sia fortissima, in tutti gli stadi della procedura: c’è l’intervento di Frontex all’arrivo e dell’Easo nella fase decisionale.

Quello che ha funzionato benissimo dell’accordo UE/Turchia è anche questo: partono poche persone perché sanno benissimo che rimarranno per tantissimo tempo bloccati nelle isole della Grecia in condizioni altamente disumane. C’è sostanzialmente quindi una politica di deterrente.
Vedete che alcune cose tornano.

Se trasliamo la situazione greca in Italia vediamo che nel 2017, quasi un anno dopo l’accordo UE/Turchia, l’Italia fa un accordo con la Libia, che è vero che non riguarda i richiedenti asilo però in realtà alcuni temi sono ricorrenti.

Sia l’accordo Italia/Libia che l’accordo Ue/Turchia hanno l’obiettivo dichiarato di “combattere il traffico di migranti”. Anche lì quello che sta funzionando bene è la barriera che viene posta dalla Libia alla partenza, tanto è vero che alcune persone non riescono ad arrivare perché vengono prese dalla Guardia costiera libica e riportate nel paese.

Un altro dispositivo che in Grecia sta perfettamente funzionando è il sistema hotspot altamente avanzato. Quindi la persona che arriva sulle isole greche è innanzitutto sottoposta ad uno screening: se fa parte di quelle nazionalità in cui il tasso di riconoscimento della protezione internazionale è inferiore al 25% viene portata direttamente in centro di detenzione. Attenzione che in Italia non c’è questo concetto, ma c’è un altro dispositivo in funzione da meno di un mese che si basa sul riconoscimento della provenienza da paese di origine sicuro. La logica è la stessa: se arrivi da un paese per il quale difficilmente ti sarà riconosciuta la protezione, hai una procedura accelerata con minori garanzie. Stessa cosa in Grecia in cui non si parla di “paese di origine sicuro”, ma si parla di paesi il cui tasso di riconoscimento della protezione è inferiore al 25%. Vedete che alcune cose tornano.

Successivamente a questo, si svolge una procedura che nelle isole viene definita border procedure e anche questo è simile a quanto avviene in Italia. Il decreto Salvini ha introdotto una procedura di frontiera e il 5 agosto di quest’anno c’è stato un decreto ministeriale che ha definito quali sono le zone di frontiera in Italia.
Questa procedura di frontiera si svolge in due fasi: la prima è quella dell’ammissibilità.

Che cosa vuol dire ammissibilità? Se la persona arriva dalla Turchia, l’Easo dovrà farle un’intervista e decidere se per lei la Turchia possa essere considerato un paese sicuro, cioè se può essere riportata tranquillamente in Turchia perché in quel paese ha una forma di protezione sufficiente.

Attenzione anche a questo concetto di paese terzo sicuro: non è il paese da cui proviene il richiedente, ma è un paese con cui lui ha un minimo di legame a prescindere dal suo paese di provenienza. Questo concetto di paese terzo sicuro in Italia ancora non c’è, ma non c’è perché in questo momento definire la Libia paese terzo sicuro sarebbe veramente troppo.

Quando sentite che il governo sta lavorando con la Tunisia per fare della Tunisia una piattaforma di sbarco dove portare le persone il concetto giuridico che c’è dietro a questa piattaforma di sbarco è questo: io ti riporto in un paese dove tu puoi essere in qualche modo protetto, poi pazienza se la Tunisia non ha neanche una legge sull’asilo, pazienza, quindi, se la Turchia applica la Convenzione di Ginevra soltanto con una restrizione per cui nessuno dei cittadini dei paesi terzi che si trovano in Turchia in questo momento richiedere la protezione internazionale.

Quindi, il richiedente arriva in Grecia e la prima cosa che un’agenzia dell’UE verifica è se per caso la persona non possa essere riportata in Turchia e quindi se la sua domanda di asilo è ammissibile o no. Soltanto dopo questo filtro di ammissibilità ha accesso alla procedura ordinaria cioè a quella che conosciamo come la procedura di riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria.

Tutto questo si svolge in una situazione in cui le persone restano confinate nell’isola "per legge". Nel senso che alle persone in arrivo sulle isole viene applicata la c.d. clausola di "restrizione geografica", cioè non è possibile spostarsi, per esempio, dall’isola di Lesvos o dall’isola di Samos.

E’ vero che la "restrizione geografica" ancora in Italia non c’è, ma se leggete il decreto sulle zone di frontiera capite bene che anche l’Italia sta andando in quella direzione: la limitazione delle persone in uno spazio. Una forma di deterrenza all’allontanamento, ad esempio dall’isola di Lesvos, è rappresentato dal rinnovo del permesso di soggiorno che ha la durata di un solo mese. Se non viene rinnovato sull’isola si perde la domanda di protezione, perché l’allontanamento viene considerato, in sostanza, come una rinuncia implicita.

Quindi se il richiedente si allontana dall’isola e non rinnova il suo permesso di soggiorno oppure si allontana e non si presenta in Commissione che cosa succede? Succede che la sua pratica viene chiusa. La può riaprire entro 9 mesi, però la riapertura può avvenire solo a dimostrazione che l’allontanamento sia stato dovuto da cause a te non imputabili, cosa molto difficile.

Quindi si passa a una seconda domanda che è una domanda reiterata, con tutti i limiti della domanda reiterata. Sostanzialmente le persone sono bloccate in una situazione terrificante, restano confinate in un’isola in una situazione di accoglienza assolutamente precaria senza la possibilità di spostarsi perché se si spostano hanno degli effetti negativi sulla procedura.

Un’altra cosa che abbiamo verificato è che adesso molte persone provano a passare il confine terrestre tra Grecia e Turchia. Anche in quel caso la Grecia ha iniziato a mettere in atto delle pratiche di respingimento a caldo che erano già state sperimentate in Spagna.
Le persone vengono prese alla frontiera e riportate in Turchia senza alcuna procedura.
La situazione ai confini è assolutamente drammatica.

Un altro caposaldo delta politica dell’Unione è quella di evitare il transito. Le persone che vengono intercettate nel nord della Grecia vengono riportate verso sud; la logica è la protezione dei confini interni per evitare che le persone inizino il viaggio verso i paesi del centro e nord Europa.

Alla fine vedete che queste politiche dei paesi di confine dell’UE vanno sempre più omogenizzandosi ed è per questo che abbiamo ritenuto importante andare in Grecia e studiare quale è il sistema di protezione internazionale greco proprio perché il Paese ellenico sta continuando a sperimentare politiche che sono sempre più restrittive sotto dettatura dall’UE.

Il rapporto che uscirà tra circa un mese del progetto In Limine potrebbe essere probabilmente già vecchio perché c’è una proposta di modifica del sistema di asilo greco, che va a modificare ancora il sistema di protezione della Grecia e va a introdurre una normativa che è ancora più restrittiva. Anche qui hanno preso le vecchie proposte di riforma del 2016 e stanno tentando di applicarle in Grecia.
In questo momento guardare la situazione greca è assolutamente interessante e ringrazio per questa possibilità di parlarne.

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