Un contributo alla discussione

Tempo di rivoluzione

Riflessioni e proposte dopo il social meeting di Jesi e l'autunno.

1 / 2 / 2013



“L'oceano è una moltitudine di gocce d’acqua”, Wachowski brothers.

“The revolution will not be televised”, cantava Gil Scott-Heron.

E “if I can’t dance, is not my revolution”, attribuito a Emma Goldman.

Sono passati più di tre mesi dal “Socialmeeting” di Jesi. Di mezzo c’è stato l’autunno, segnato dalle importanti mobilitazioni degli studenti medi e di una più larga composizione sociale giovanile e precaria, senza che, a parte la straordinariamente allusiva giornata del 14 novembre, le lotte contro le politiche d’austerità si generalizzassero dal punto di vista sociale e dilagassero su scala europea.

Di certo eravamo stati facili profeti nel prevedere che la scena politica italiana sarebbe stata “sequestrata” dalla campagna elettorale e, a parte la necessaria analisi di alcune significative novità intervenute nel quadro istituzionale, non resta che attendere che essa si concluda presto, col voto del 24/25 febbraio prossimo.

A noi interessa invece lo spazio pubblico dei movimenti che tentano di trasformare lo stato di cose presente. Ed è per questo che proponiamo qui alcuni punti ulteriori di riflessione, in un contesto che è in rapida e continua metamorfosi.

 

1. SULLA CRISI. Abbiamo cercato, negli ultimi anni, di seguire passo passo lo sviluppo della crisi, i diversi stadi che essa ha raggiunto e attraversato, indagandone cause ed effetti e reinterpretando le dinamiche cangianti di quello che è stato definito “finanzcapitalismo” come il livello più avanzato raggiunto dalla marxiana “sussunzione reale”. Ma, per comprendere l'epoca che stiamo vivendo, abbiamo ora il dubbio che proprio il termine “crisi” sia divenuto inadeguato a descriverne le strutturali caratteristiche.

Sul piano globale essa dev’essere considerata come un insieme, una “concatenazione di crisi”, ciascuna dotata di una sua specifica declinazione, settoriale e territoriale, ma tra loro concatenate. Vi è una crisi ecosistemica, che si articola in crisi climatica, energetica, ambientale, della produzione agro-alimentare; così come vi è una crisi finanziaria ed economica, che produce conseguenze sociali e politiche, fortemente differenziate nelle differenti aree regionali in cui è ormai articolato il mercato unico mondiale, e provoca ulteriori effetti sugli equilibri geopolitici, tra le diverse potenze che sullo scacchiere planetario si confrontano.

Ma, nella crisi, la dinamica dell’accumulazione di capitale, se letta su scala planetaria, risulta essere tutt’altro che inceppata: la produzione e la concentrazione della ricchezza prodotta è senza dubbio cresciuta. In diverse aree del mondo si ripropone, in termini diversi da quelli conosciuti in Occidente, una dialettica tra lotte, crisi e sviluppo come motore dei rapporti sociali di capitale. Nei paesi del Brics è senza dubbio all’ordine del giorno una diffusione dei conflitti del lavoro vivo e delle risposte ad essi che determina anche redistribuzione sociale, allargamento della sfera del consumo, consolidamento dei primi elementi di welfare.

Dove invece la spirale della crisi si sta avvitando tra politiche di austerità e rilancio della speculazione finanziaria, impoverimento di massa e recessione, è proprio nell’Eurozona e nel Sud d'Europa in particolare. Qui, e la situazione italiana lo conferma, la crisi è davvero un fenomeno strutturale. Se poi guardiamo alla scala delle relazioni geopolitiche, è certo evidente il declino della potenza politico-militare degli Stati Uniti, senza che questo comporti un “crollo” del capitalismo americano. Siamo piuttosto di fronte ad un gigantesco processo di transizione volto a rideterminare, attraverso la definizione di sfere d’influenza e nuovi equilibri strategici, “chi comanderà” nei prossimi decenni sul piano globale, un processo pieno di contraddizioni, di momenti alterni di stop and go, di scontri sotterranei e aperti finalizzati a definire la propria egemonia su singole aree e mercati, come le recenti vicende africane stanno esemplificando.

Molte e molti hanno in questi anni paragonato, mutatis mutandis, il tempo che stiamo vivendo alla fase dell’“accumulazione originaria”, per la profondità e la violenza dei cambiamenti che sono in atto. Pare dunque che il capitale globale stesso abbia assunto la crisi come condizione permanente della propria accumulazione e riproduzione. E allora, piuttosto che di fronte ad una classica “crisi capitalistica”, l’impressione è quella di trovarsi nel pieno di una fase di rivolgimento complessivo delle condizioni strutturali della produzione e della riproduzione sociale, di transizione verso una nuova epoca della storia umana.

Di tale cambiamento storico complessivo, i differenti concatenamenti della crisi risulterebbero pertanto essere i sintomi, “le febbri e le convulsioni”, le manifestazioni patologiche di una fase che non può più essere qualificata con il ricorso al prefisso “post-”, ma presenta invece i tratti aurorali del “neo-”. Una situazione comparabile appunto, per la portata della mutazione in atto, alla crisi generale del Seicento e agli albori della rivoluzione industriale.

Pensiamo, ad esempio, a come era stato interpretato il salto scientifico e tecnologico che ha marcato la ristrutturazione capitalistica degli ultimi decenni: il grado d’innovazione, rappresentato dall’irruzione delle scienze informatiche, telematiche e cibernetiche sulla scena produttiva, l’informatizzazione dei processi di lavoro, l’avvento della rete come forma e sostanza nell’organizzazione stessa dello sfruttamento, tutto ciò era stato nominato come “Terza rivoluzione industriale”, la coda di uno sviluppo storico capitalistico che aveva attraversato le fasi sequenziali della manifattura prima e della grande industria poi. Noi stessi l'avevamo definito come “post-fordismo”, qualificandolo come ultima fase della sussunzione reale dell'intera società al rapporto di capitale e che ora si presenta invece come  base di partenza di un tempo nuovo.

Era infatti l’inizio di un rivolgimento storico generale, di cui solo adesso possiamo apprezzare la portata, dopo averne colto la dimensione globale. Tempo di rivoluzione in questo senso, che costringe a pensare e ad agire su prospettive temporali medio-lunghe, da cui sono bandite staticità e stagnazioni. Materialisticamente aperto agli esiti più imprevedibili e che, per tale ragione, impone anche alla nostra soggettività una riconsiderazione del concetto politico di rivoluzione, la possibilità della rivoluzione “di una parte” che si afferma all’ordine del giorno, nel contesto di una lettura storica del rivoluzionamento delle condizioni generali della produzione e della riproduzione umana.

 

 2.  SU ALTERNATIVA E RIVOLUZIONE.  In tale prospettiva, e in particolare nel quadro della crisi economica, sociale e politica dell’Eurozona, in quella dimensione europea che è il nostro spazio politico d’azione, la costruzione e la pratica dell’alternativa si rivela sempre più necessaria. Ma definire con precisione che cosa essa sia e che cosa comporti è davvero “un altro paio di maniche”. Ed è impellente riprendere in mano e attualizzare il concetto politico di rivoluzione come sinonimo forte ed esplicativo della generica idea di “alternativa”, un concetto che possa essere affermato e agito non come semplice orizzonte utopico, ma come vera parola d’ordine di carattere prospettico e progettuale per i movimenti.

Col termine rivoluzione s’intende storicamente la rottura degli ordinamenti economici e sociali, statuali e giuridici di una società e la radicale riconfigurazione degli stessi attraverso l’esercizio di un nuovo potere, determinatosi nel corso della rivoluzione stessa. Non è mai stata solo “lotta armata” o “insurrezione per la conquista del potere politico”, ma sempre e ancor più nel nostro presente un processo che cambia concretamente le condizioni reali di vita di tutte e tutti: l’affermazione di un altro modo di vivere e di stare collettivamente nel mondo attraverso l'esercizio di un permanente potere costituente.

E il soggetto oggi di un processo rivoluzionario così inteso non può che essere la moltitudine, per come è stata definita nella cruciale distinzione tra “moltitudine in sé”, descrizione sociologica dell’attuale composizione sociale, anche nei suoi deteriori e anomici aspetti di individualizzazione e frammentazione, e “moltitudine per sé”, affermazione di una composizione politica a venire, attiva nella continua riconnessione costitutiva tra singolarità e molteplicità che la caratterizzano.

Da questo punto di vista, il processo rivoluzionario non può che essere oggi il continuo accumulo e riaccumulo di condizioni sociali mature, evidenti nella proposta della pratica del comune, anche come terreno di superamento del dualismo tra il “contro” e il “per”, residuo di una dialettica disgiuntiva tra destrutturazione delle forme del dominio e affermazione di nuovi rapporti sociali. Nella pratica del comune, “contro” e “per” divengono un'unica cosa, il momento della rottura e quello della costruzione aspetti contestuali di un unico processo di cambiamento radicale: vivere oggi, nel tempo della rivoluzione, comporta la necessità di esprimere qui e ora un’alternativa, affermando nelle lotte la propria esistenza. Questa è l’essenza - perdonate la brutale semplificazione - di un’autentica contemporanea “biopolitica” degli sfruttati e degli oppressi, degli espropriati e degli indebitati.

Ed il farsi della “moltitudine per sé” non può che esprimersi in questo momento come processualità plurale, per certi versi caotica, non teleologicamente orientata. Ma con altrettanta determinazione, dal punto di vista soggettivo, essa non può che tradursi in concrezioni organizzate reali, materiali e non virtuali, nel costruire rapporti di forza sociali che si contrappongono a un avversario che, consapevole dei rischi della transizione storica, cerca d’impedire con ogni mezzo l’attuazione delle pratiche e della pratica del comune.

Alcuni hanno scioccamente irriso, altri hanno con cupa e stupida solerzia segnalato a Procure e Ministri dell’Interno un nostro precedente riferimento al tema dell’“illegalità di massa”. Nessuna nostalgia per altre epoche, ma con ciò intendevamo e intendiamo dire che lavorare per la rivoluzione significa costruire, connettere e accumulare una matura pratica del comune; e che questa, per esercitare a fondo la sua capacità immediatamente costituente, dev’essere inevitabilmente connotata dalla rottura della legalità data, di quella cappa normativa che pretende d’inibire l’affermazione delle alternative; e che questa, al tempo stesso,  dev’essere imprescindibilmente caratterizzata da una partecipazione e da una legittimazione sociale moltitudinaria (“di massa” si sarebbe detto appunto un tempo), in grado di conquistare e difendere le prospettive alternative che apre e attua.

Sotto questo profilo, piuttosto che una discussione preventiva sulle “forme” di tale pratica, ovvero nel merito delle concrete modalità attraverso le quali  le lotte per il comune si esprimono, risulta prioritario acquisire una struttura di discorso compiuta capace di costituire il fondamento di una pratica del comune così intesa.  Ecco perché sarebbe ora che la reale contrapposizione dicotomica “illegalità / legalità” e il tema della “forza”, proporzionata e necessaria ad afferrare e preservare una “nuova legalità del comune”, prendessero definitivamente il posto di qualsiasi, stucchevolmente ideologica discussione su “violenza / nonviolenza”.

Ecco perché non ci appartiene l’esaltazione estetizzante dell’idea di “rivolta”, pensata al singolare come ribellismo o esplosione isolata di un’indefinita “rabbia sociale”, che spesso corrisponde ad un esito programmaticamente “no future” e che nel presente viene quasi sempre ad essere utilizzata politicamente da altri, i nostri nemici in particolare. Ecco perché preferiamo invece ragionare al plurale, pensare le “sollevazioni moltitudinarie” come una concatenazione di eventi conflittuali che costruisce, accumula e costituisce. Una prospettiva questa che trova la sua sintesi nel concetto machiavelliano di “tumulti”, quali espressione attiva e costruttiva di una parte sociale, uno degli “umori” in campo, irriducibile alla logica della sovranità dell’Uno. Proprio per il legame indissolubile che i tumulti devono stabilire con una legittimazione sociale di massa, proviamo a coniare il neologismo di tumultudine intesa come “moltitudine che si costituisce nei tumulti come classe per sé”.  E’ infatti in questa connessione  “tumultosa”, nella sua capacità di essere nel contempo espressione e produzione di legame sociale, che si apre lo spazio costituente per i nuovi istituti del comune, della nuova democrazia dei liberi e degli eguali, assoluta e radicale, che rende oggi davvero possibile il superamento storico della democrazia rappresentativa.

E’ già così? No di certo, ma se vogliamo sul serio sperimentare attualità e praticabilità della rivoluzione, non potrebbe essere altrimenti.

 

 3. SUL RUOLO DELLA SOGGETTIVITA’. Nel documento di convocazione del Social meeting di Jesi, fin dalle prime battute insistevamo sul concetto di “soggettività” e sul rapporto tra soggettività e movimento. E’ evidente che la costruzione di percorsi di lotta, e quindi in buona sostanza di cooperazione e vita, non può darsi che come capacità collettiva di generare soggettività, e quindi pensiero politico proprio, adeguato a rapportarsi con l’oggettività materiale che ci si trova di fronte e si desidera modificare. Una volta chiarito che il problema della produzione di propria soggettività affronta il tema dell’identità dalla giusta angolatura, fuori e contro l’approccio da “area politica”, della sua rappresentanza e, in ultima analisi, del relativo indottrinamento, dobbiamo provare ad attribuire doti di qualità alla soggettività che cerchiamo.

La soggettività di cui parliamo è certamente figlia di quel rovesciamento che ha cambiato il significato stesso della parola: non ci rassegniamo ad essere soggetti, o assoggettati all’immutabilità della realtà concreta, ma anzi pensiamo a quest’ultima come ad un qualcosa in costante trasformazione, sempre modificato e modificabile in quanto prodotto anche dall’azione soggettiva. Ma è anche vero che viviamo il tempo nel quale il rapporto tra soggettività e realtà, nella costruzione del percorso politico, è ben più complesso del dualismo su cui ha ragionato la storia della filosofia. In mezzo vi sono le mutazioni antropologiche dell’essere umano e l’irreversibile fusione tra naturale e artificiale; vi sono i dispositivi che sorreggono la produzione di opinione e il funzionamento dell’information society. Vi è insomma anche una fitta trama di “rivoluzioni soggettive” che consacrano il nostro tempo come tempo nuovo e sconosciuto.

Ora una soggettività politica adeguata a questo tempo dovrebbe essere capace di rimanere ancorata all’idea che, se la realtà è sempre modificabile attraverso il pensiero e l'azione, condizione essenziale di tale azione trasformatrice, e della stessa sopravvivenza della soggettività politica, è la capacità di fare i conti anche spietatamente con quella realtà. Se il tempo della rivoluzione è nuovo e la storia della “rivoluzione di una parte” ancora tutta da scrivere, è questa capacità di agire simultaneamente su due piani, sui due termini del rapporto, soggettività/realtà, che ci permetterà di muoverci, di ricercare e allo stesso tempo di accumulare esperienze, informazioni, stimoli e visione critica anche su noi stessi. La soggettività di cui parliamo contiene come beni preziosi e rari la passione, l’indignazione, la gioia e la rabbia, l’ottimismo della volontà.

E’ una soggettività politica collettiva che si misura con il proprio tempo senza veli ideologici, e dunque attribuisce un nuovo valore alla prospettiva di “forzare l’orizzonte”: non si tratta né di eroici gesti, né di avanguardie votate al martirio. Le forzature, in termini di pensiero e di azione, sono fondamentali per condurre l’azione politica nel campo della società, dello spazio pubblico, per rivolgersi ai molti. Ma non solo. Le forzature soggettive sono anche il modo per dare concretezza ai percorsi delle lotte che puntano ad affermare nuova vita, nuova democrazia, nuove relazioni che abbiamo sintetizzato come pratiche del comune. E’ proprio nei periodi nei quali apparentemente i movimenti stentano a crearsi, a definirsi come spazi pubblici e politici ampi e coinvolgenti, a tradursi immediatamente in nuovi istituti del comune, che l’azione soggettiva e la sua capacità di esercitare forzature dell’esistente ha più da fare!

Allo stesso tempo la sua qualità si esprime non cancellando, ma interpretando e trasformando la “realtà oggettiva” in cui è immersa: è perciò richiesto alla soggettività politica di cui abbiamo bisogno uno sforzo di iperrealismo. Cioè l’attitudine a saper fare i conti con ciò che effettivamente accade, con la situazione reale al di là dei nostri desideri o dei meriti gloriosi che ci attribuiamo. Consolidare l’abitudine a “non raccontarsela”, ma invece a osservare, vedere con i propri occhi e raccontare la verità, è una grande, grandissima conquista. Soggettività e realtà, capacità di leggere il reale con spietato realismo e con coraggio forzare soggettivamente l’orizzonte, in questo modo non si separano più, cessano di congelare la nostra possibilità di essere ciò che facciamo e allo stesso tempo molto di più.

4. SU EUROPA E TERRITORI. Più volte abbiamo ribadito che l’Europa è il nostro spazio politico di azione. Ma dobbiamo, anche in questo caso, definire meglio che cosa intendiamo.

Nel vivo dell’avvitamento della crisi, nel processo costituente dall’alto in corso, vi è un’Europa tecnocratica che si misura unicamente con la massima astrazione disegnata dalla circolazione della moneta e dai flussi finanziari; vi è un’Europa dei governi, che si ridefinisce continuamente in relazione alla prima e che ha come obiettivo l’esercizio della governance politica, dove per politica si intende lo spazio di manovra che è concesso dalla o è strappato alla supremazia del mercato, con un rapporto molto labile con la democrazia rappresentativa e i suoi riti di passaggio. Entrambe queste figure concorrono al disegno, non privo di tensioni contraddittorie anche tra le oligarchie dominanti, fra repentine accelerazioni e subitanei rallentamenti, di un processo d’integrazione (o forse, vista la differenziazione di pesi e posizioni dominanti, sarebbe meglio dire di “aggregazione”) economica, finanziaria e, in ultima analisi, politica di scala continentale.

Vi è poi quella che chiamiamo “Europa dei movimenti”, con una definizione che ci serve ad affermare che non stiamo parlando delle altre due, ma di ciò che si muove in termini di conflitto sociale e di risposta politica “dal basso e a sinistra” alle due Europe, che si collocano invece “in alto e a destra”. Sono spazi totalmente diversi l’uno dall’altro e la geografia del dominio non può coincidere con la topografia delle lotte. Ma se l’astrazione sovrana è il tratto connotativo del comando della finanza e del debito, la definizione di “Europa dei movimenti” non può restare generica, o peggio risultare la semplice disorganica sommatoria di tutti i puntuali conflitti che l’attraversano. Dobbiamo approfondirla e cercare di renderla più chiara.

Essa, per come la vediamo noi, non può che misurarsi con una realtà costituita da una molteplicità di territori sociali, e non preformata da entità statuali o macroregionali. E’ un’“Europa dei territori”, intesi al plurale non come dato oggettivo, geografico e organicistico, perché punteggiata da mille città e dai movimenti che, in questa pluralità di contesti metropolitani, si formano ed agiscono. Anche quando si assume insieme l’iniziativa, in termini di campagne politiche, si parte dall’accumulo di esperienze e lotte che sono radicate nelle città. Quindi possiamo dire che il rapporto tra Europa dei movimenti e i territori, nei quali i movimenti si costituiscono ed attuano pratiche del comune, è essenziale e fortissimo.

Questa Europa, tra l’altro, è in diretta contrapposizione con qualsiasi idea di un governo centralizzato sulla società, sia esso articolato in una rinnovata funzionalità degli Stati nazionali, nella riorganizzazione verticale di Macroregioni economiche, o in un Superstato continentale. Ecco perché, se Europa dei movimenti significa nello stesso tempo Europa dei territori e delle città, la vocazione allo sviluppo delle autonomie, la rielaborazione del tema dell’indipendenza, tutt’uno con il possibile concreto rilancio di percorsi reali di autogoverno locale in relazione con altri simili, si rivelano qui elementi decisivi per l’avvio di qualsiasi processo costituente “dal basso” dello spazio europeo. In questo senso, e non a caso, proprio i territori e le città (talvolta anche nelle loro espressioni d’istituzioni comunali, ben diverse dal livello di governo regionale) costituiscono una contraddizione aperta di fronte alla governance tecnocratica e intergovernamentale di questo stesso processo d’integrazione. E proprio per questo, nella complessiva riaffermazione dell’estraneità al terreno della rappresentanza, la nostra attenzione invece per i dispositivi di governo locale deve restare alta e rinnovarsi qualitativamente.

Dal punto di vista dei processi materiali siamo anche qui al “pre- del pre-”, ma questa chiarezza d’impostazione ci permetterebbe non solo di uscire dalla genericità del discorso sui movimenti, ma anche di immaginare un protagonismo effettivo e praticare una piena internità al processo costituente europeo di ciò che costruisce pratica progettuale del comune, in tante singole realtà sparse per questo spazio politico continentale in formazione. 

5. SULLE COALIZIONI. Date queste premesse diviene più semplice delineare il concetto, la metodologia  e la proposta politica delle “coalizioni”, anche qui al plurale, su cui abbiamo deciso di concentrarci.

Se ci dovessimo basare sul significato codificato di tale termine, dovremmo convenire che infine si tratta di costruire “alleanze tra noi e altri, sulla base di un obiettivo condiviso.” Ma è evidente che noi dobbiamo costruire una nostra idea-forza di “coalizione” quale proposta di una teoria dell'organizzazione adeguata alla pratica rivoluzionaria del comune, per come abbiamo qui sopra cercato di definirla.

Cominciamo col dire che il concetto e la proposta politica riguarda appunto una metodologia ed un processo aperto al tempo stesso, e quindi non è un modello. Un processo di accumulo che non si limita dunque all’instaurazione di un’alleanza per il conseguimento dell’obiettivo, ma introduce invece una pratica politica che aggredisce il nodo della costruzione collettiva di spazi politici soggettivi e di spazi politici pubblici, nella prospettiva di una moltiplicazione e diffusione di una pratica moltitudinaria del comune. Il metodo delle “coalizioni” ridefinisce perciò il processo di organizzazione in movimento che affronta sia il tema del come stare insieme della soggettività politica, in maniera non identitaria e chiusa, sia quello del come stare insieme di molti e differenti nel conflitto per la trasformazione. Non si tratta dunque di ragionare sul concetto di coalizione come semplice “alleanza” o, tanto meno, come strumento di una politica “frontista”.

Ne consegue un secondo aspetto qualificante, il carattere necessariamente plurale della proposta di coalizione. Non si può, anche a partire dall’analisi che facciamo sul rapporto tra territorio e spazio politico europeo, parlare di “una” coalizione, cosa che ci condurrebbe in termini generali a riproporre la definizione di un’”area politica nazionale” e, di conseguenza, la logica della rappresentanza all’interno dei movimenti e nella loro proiezione esterna, ma bensì di “coalizioni” da costruire su più terreni. Definiamo dunque come metodologia e processo politico il nostro agire per le “coalizioni”, al plurale e non al singolare ed assoluto, segnalando la necessità di articolare i piani e di rapportarci alle diverse situazioni che si presentano, sempre partendo da determinazioni condivise.

Le “coalizioni di centri sociali” non possono che esprimersi a partire da processi reali che implicano la propria omogeneità territoriale, come dato di realtà e come scelta soggettiva. Territori differenti non possono che esprimere diverse proposte di coalizione, adeguate alle caratteristiche produttive e sociali, ma anche storiche, esperienziali e soggettive, omogenee ai territori interessati. E’ nel rapporto tra queste coalizioni che si definisce un ulteriore spazio politico condiviso e pubblico, che può diventare lo spazio della comunicazione, del dibattito e della costruzione dell’iniziativa politica comune.

Pensiamo all’esperienza del 14 novembre: si è partiti dal confronto politico tra diverse realtà, e i ragionamenti che ognuno ha proposto muovevano da una valutazione generale discussa e perciò condivisa, che però nessuno ha mai disgiunto dalla realtà per come si sarebbe presentata nei rispettivi territori e dalla conseguente specifica declinazione pratica delle mobilitazioni. La forza di quella giornata, l’abbiamo sottolineato più volte, è stata proprio quella di essersi dispiegata a partire da una comune attribuzione di significato, ma precipitando in situazioni reali, costruendo iniziativa nei territori, proponendo un terreno di lotta sul quale misurare e valorizzare i percorsi radicati in ogni parte. Questo ha permesso di rendere concreto lo sciopero, di collocarlo all’interno di un ragionamento sulle pratiche più che sulla formalità dell’adesione o dell’evento, di trasformarlo in una tumultuaria occasione di accumulo invece che consegnarlo all’esaurimento dell’atto simbolico. Non vi è stata dunque la “rappresentazione” del nostro aderire allo sciopero, ma piuttosto l’espressione concreta del nostro “essere lo sciopero”. Abbiamo agito, in quel contesto, da coalizioni ognuna correttamente in relazione con il proprio territorio. Partendo dalla condivisione di una necessità politica e da un obiettivo, quello di “occupare lo sciopero” forzando il dato italiano sulla sua estensione europea, ci siamo mossi cercando di costruire coalizioni che muovendo da noi, si aprissero ad altri per costruire le iniziative in maniera più ampia e coinvolgente possibile. E ognuno ha potuto modulare questa costruzione a seconda delle condizioni che aveva sul proprio territorio.

Ed è proprio attraverso questo esempio concreto che forse possiamo definire meglio il concetto dell’ “agire per coalizioni”. La scelta di non muoverci da “area politica” implica il non ricadere in una dinamica che di fatto poi produce rappresentanza, modelli assoluti, e tanti inutili equivoci. La nostra critica alla “rappresentanza politica”, dalla quale partiamo per segnalare i limiti e le derive parlamentariste, non può non avere un corrispettivo anche per quanto riguarda la metodologia di movimento. Se parlassimo dunque al singolare di “coalizione dei centri sociali” e non di coalizioni al plurale, rischieremmo di cambiare nome a qualcosa che abbiamo già visto e sperimentato in altre fasi storiche e politiche, e che oggi risulta inadeguato e controproducente.

E nemmeno pensiamo che “partire dai centri sociali” voglia dire fermarsi lì. L’azione politica di alternativa, il lavorare per la rivoluzione, che vogliamo mettere in campo, non può che essere strettamente legata alla pratica del comune, ed essa per non ricadere nell'ideologia non può che esprimersi in modalità ricche e articolate, complesse e complessive. Sulla base di questo ragionamento, è evidente come la fase che si apre dovrà vedere l’espressione di più “coalizioni di centri sociali”, distribuite e operanti in territori diversi e il cui legame dovrà essere costituito innanzitutto dalla condivisione di spazi pubblici e politici e dall'attitudine a connettere in permanente, interattiva e feconda relazione diversi spazi di comunicazione, discussione e iniziativa.

La nozione inedita e la concreta pratica di “coalizioni”, così articolate, possiamo poi trasporlo anche al nostro modo condiviso di costruire campagne e iniziative di “scopo” con altri a livello nazionale o europeo: il metodo, cioè la costruzione di spazi pubblici e politici capaci di tenere insieme tante realtà diverse attorno ad un obiettivo comune, è lo stesso. La differenza sta nel definire attorno ad obiettivi specifici, necessariamente parziali e temporanei, ma anche prospetticamente verificati sul contributo che possono apportare all'accumulo di una pratica rivoluzionaria del comune, la sua ragione di esistere. Mentre la proposta di coalizioni dei centri sociali si basa su un dato strategico di scelta politica e di ragionamento, che ha a che fare con la nostra soggettività politica e in ultima istanza con il modo con il quale ci organizziamo in movimento, le coalizioni sociali, nazionali o europee, sono un modo per affrontare il terreno dell’iniziativa politica con altri, anche molto diversi da noi, attorno ad obiettivi che contribuiscano però ad un processo generale di trasformazione. In questo senso sono “coalizioni di scopo”, e dunque rappresentano un modo per costruire attorno a scadenze, campagne o ad altre iniziative precise, il massimo del coinvolgimento dando forza al concetto di spazio pubblico e politico che ha come obiettivo quello di portare all’azione, e non di rappresentare. Non di diventare insomma come quei “parlamentini” che abbiamo tante volte conosciuto, nei quali il proprio visibile posizionamento risulta sempre più importante del risultato.

6.  SULLE ELEZIONI E DINTORNI. Il campo d’azione dei movimenti è, come qui sopra ribadito, quello della “rivoluzione di parte nel tempo della rivoluzione globale”, della trasformazione radicale dell’esistente, della pratica del comune come processo costituente di altra società.

E’ autoevidente come la rappresentanza politica, peraltro investita da tre decenni almeno da una strutturale e irreversibile crisi di legittimazione, non appartenga affatto a questo campo, ma il rinvio ad essa corra anzi il rischio di reintrodurre proprio nel nostro campo elementi di ambiguità e di confusione, anche e soprattutto quando si intesta slogan durissimi e scambia l’elezione di un pugno di parlamentari con la più faticosa e complessa questione del cambiamento di sistema. Insomma la rivoluzione, sociale e politica, è tutt’altra cosa da un brand “civilmente” spendibile sul mercato elettorale.

Ma anche altro dalla rappresentanza, e dalla crisi del suo strutturale nesso con la sovranità, è il terreno della governance, per quanto procedure rappresentative concorrano in misura sempre più parziale alla formazione di questa, ovvero alla contemporanea riarticolazione dei dispositivi della decisione politica che, dal punto di vista dell’esercizio del comando capitalistico, si applicano (o cercano di applicarsi) alla dinamica delle relazioni sociali. Quello della governance è il campo di un permanente braccio di ferro, di un’irrisolta tensione, dialetticamente conflittuale, tra pratica costituente dei movimenti sociali e intervento ordinativo dei dispositivi di comando. Di fronte all’irrilevanza e all’ineffettualità della rappresentanza, è perciò la governance a costituire la controparte dei movimenti ed è decisivo comprenderne le fattezze e le movenze, i processi di costituzione e i meccanismi di funzionamento.

Ed è altrettanto evidente come oggi, in Europa, nel vivo di una crisi globale che è essenzialmente crisi dell’Eurozona, si dispieghino e talvolta si contrappongano diversi modelli e diverse opzioni di governance, non omologabili le une alle altre per le diverse implicazioni che esse producono sul piano dei dispositivi di governo, sul loro dimensionamento autoritario, sul livello di restrizione degli spazi di libertà e di vertenzialità sociale. Di fronte alle diverse opzioni in campo è sempre necessario valutare e comprendere in quali contesti si originano le maggiori possibilità per un autonomo dispiegarsi delle prospettive di alternativa ed i maggiori spazi di agibilità per un'effettiva pratica del comune. Il rapporto con la governance non può dunque che misurarsi in termini di rapporti di forza sociali generali, e su questo terreno non possiamo pensare di trovare né “amici”, né “simili”.

In questo senso si spiega e si precisa il necessario “interesse” dei movimenti per una valutazione reale e realistica delle differenti ipotesi di governance in campo; e trova altresì piena conferma la nostra scelta di totale “estraneità” a qualsiasi proposta che insistesse invece sul terreno della rappresentanza.

Da questo punto di vista anche la cronaca quotidiana della vicenda elettorale italiana, con tutte le sue miserie, dimostra come su questo piano “tutto cambi e nulla cambi”, ma anche come non vi sia, nel quadro istituzionale della governance, alcun esito predeterminato e, pertanto, pure presuntuosamente prevedibile da parte nostra: né lineare soluzione “socialdemocratica all’europea” (ma vi è forse qualche spazio nazionale oggi in Europa in cui si stia affermando, senza contraddizioni strutturali, un’ipotesi di riformismo neokeynesiano?), né “complotto demo-pluto-tecnocratico” già preconfezionato e pronto ad essere servito in tavola.

Anzi, proprio nello scenario italiano, è già possibile verificare sia il carattere strutturale dei fenomeni di corruzione – intesa nel senso profondo di rottura della misura della relazione tra poteri costituiti e cooperazione sociale, e non come dato squisitamente penale - ed il rapporto essenziale che essi ormai intrattengono con la rappresentanza in crisi; sia la possibilità che l'esito elettorale consegni una figura della governance ibrida e spuria, senza vincitori né vinti se non la piena assunzione della crisi e della sua gestione come dato permanente nell'esercizio del potere politico nello spazio europeo.

Anche qui ogni ipotesi di governance deve fare i conti con il tempo della rivoluzione globale, con la caotica variabilità del reale, con la plurale imprevedibilità del sociale su cui invece scommette le sue intelligenze e le sue forze la nostra “rivoluzione di parte”. Con lo spirito di Gil Scott-Heron ed Emma Goldman.

coalizione dei centri sociali dell'Emilia Romagna - centri sociali delle Marche - centri sociali del Nordest

gennaio 2013

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