Parma - Terremoto in Comune. La piazza chiede le dimissioni della giunta

Dalla Green City alla Green Money

8 / 7 / 2011

Sono passate tre settimane dallo scandalo che ha coinvolto alcune tra le maggiori cariche dell’amministrazione comunale parmigiana. Uno scandalo emerso a seguito dell’inchiesta giudiziaria Green Money, aperta già dall’estate scorsa, che aveva portato in carcere alcuni dirigenti di Iren e della commissione lavori pubblici del Comune di Parma.

L’indagine, svolta dalla procura parmigiana, aveva messo in luce un giro di mazzette usate per accaparrarsi i lavori di gestione del verde pubblico. Sembrava finita lì, ma tre settimane fa la notizia dell’arresto di Giovanni Maria Jacobazzi, capo della Polizia Municipale, subentrato ad Emma Monguidi, coinvolta nel caso Bonsu, e degli avvisi di garanzia arrivati ad altri dieci noti personaggi, tra cui dirigenti delle partecipate del Comune e delle cooperative di gestione dei servizi, ha scoperto qualcosa di tenebroso che l’estate scorsa poteva solo intuirsi.

La gestione del denaro pubblico in senso privato e un giro di soldi e favori nelle istituzioni comunali, ha prodotto un’enorme senso di indignazione. Indignazione, o meglio, tatticismo politico, che ha travolto anche la stessa maggioranza in Consiglio Comunale. Alcuni hanno valutato l’inchiesta della procura non come un attacco ad un gruppo isolato di amministratori corrotti ma come emblema della gestione politica complessiva del sindaco Vignali e del suo entourage rispetto a questioni estremamente importanti per la città e suoi cittadini.

Dopo poche ore dalla pubblicazione sui quotidiani locali e nazionali dello scandalo “green money”, alcuni membri della maggioranza anziché chiudersi a quadrato attorno al sindaco Vignali, hanno deciso di scaricarlo e di ritirare la loro partecipazione alla giunta comunale. L’assessore alla cultura, Sommi, e quello alle politiche abitative, Pellacini, si sono dimessi e l’Udc, partito di riferimento di quest’ultimo, ha deciso di costituire un gruppo autonomo in consiglio dissociandosi dal sindaco che fino ad allora aveva sostenuto.

Critiche sono piovute anche da chi aveva spinto Vignali alla carica di primo cittadino, come Elvio Ubaldi, sindaco di Parma per due mandati e vero traghettatore di Vignali allo scranno di sindaco. Ora il presidente del consiglio comunale e tra i fondatori dell’Api, partito di matrice rutelliana, è il primo a fare mea culpa e a candidarsi come successore del primo cittadino. Il “Si salvi chi può” ha prodotto un allontanamento repentino di chi fino a quel momento aveva sostenuto la politica della Giunta Vignali, tra privatizzazione del welfare e distruzione del verde pubblico, tra cementificazione selvaggia e grandi opere, sostegno a speculatori immobiliari e industriali. Ed ora che il gioco della parma città vetrina si è rotto, la giunta rischia di essere commissariata fino alle prossime elezioni.

Nel frattempo il Pd, pur seguendo le indicazioni provenienti dalla piazza, che chiedono le dimissioni della giunta Vignali, continua a sedere nei banchi del consiglio e a guardare impotente il rifinanziamento delle Stt, società a partecipazione pubblica, coinvolte nello scandalo giudiziario e responsabili dell’ingente indebitamento delle casse comunali.

Fino a tre settimane fa Parma sembrava una città addormentata, assopita e ingannata dalle molte campagne mediatiche che l’amministrazione costruiva su sé stessa, allontanando così i cittadini dalle questioni che più li riguardano.

Tre settimane fa il percorso della squadra del malaffare, capeggiata da Vignali, sembrava andare senza problemi verso la fine della legislatura, candidandosi ad essere di nuovo una delle componenti da battere nelle elezioni amministrative di primavera 2012.

Ma qualcosa tre settimane fa si è messo di traverso e ha interrotto questo percorso distruttivo, portato avanti dalle lobby economiche cittadine, che per anni hanno espropriato la città tentando di accaparrarsene le ricchezze, le capacità cooperative, la vita stessa e le relazioni che la animano.

A mettersi di traverso non è stata la Magistratura, bensì la città stessa: centinaia di cittadini si sono autoconvocati sotto i Portici del Grano, alla base del palazzo del Comune per esprimere, con rabbia e fermezza, la propria indignazione rispetto alla gestione privata e corrotta della cosa pubblica. Più di cinquecento uomini e donne, addetti al verde pubblico, dipendenti comunali, studenti medi e universitari, genitori e bambini, hanno deciso di dire basta e di reclamare con forza le dimissioni di questa giunta.

Dinanzi ad un palazzo blindato dalle forze dell’ordine, la gente ha preteso di entrare nelle stanze del potere e di riprendersi ciò che i loro rappresentanti gli hanno sottratto: la democrazia.

Scontri, slogan, cartelli, persone travestite da banda bassotti hanno animato i tre consigli comunali che si sono succeduti in queste ultime tre settimane.

Molteplici le richieste provenienti dalla piazza, molteplici i modi di conferire senso a quella indignazione.Tutto è nato con una forte spinta di rabbia che si è espressa con l’assalto alle stanze del potere, difficilmente contenuta dalle forze dell’ordine con manganellate e cariche. E’ seguito poi, martedì 5 luglio, un consiglio dei cittadini autoconvocati che si è tenuto sotto i Portici del Grano, in forma pubblica e partecipata, in cui le persone hanno discusso della gestione comune di acqua e energie, dello smaltimento dei rifiuti, del diritto alla casa e al welfare, del diritto ai trasporti accessibili a tutti, dei problemi che investono scuola e università, dando il segnale di quanto il senso di responsabilità e di rispetto del bene comune sia più forte tra quei cittadini e quelle cittadine autoconvocate che non all’interno dei luoghi della decisione degli eletti.

La legittimità di uno spazio pubblico costituente a seguito della delegittimazione del consiglio comunale: è questo il primo dato rilevante di questo inizio d’estate parmigiana.

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