Parlare di reddito. Ma quale?

Spunti analitici sulla relazione tra reddito di base e ammortizzatori sociali

8 / 4 / 2014

Prima di iniziare una qualunque discussione sul reddito, è più che mai necessaria la definizione puntuale del tipo di reddito che rivendichiamo. Più che mai necessaria perché in questa fase il concetto di reddito è tornato a far parte dell’agenda politica dei partiti, delle parole d’ordine delle campagne elettorali. Ed è proprio per questo che è essenziale la netta demarcazione tra quelle forme propagandistiche di assistenzialismo spicciolo e populista e la NOSTRA idea del basic income.
L’idea di partenza credo sia per tutti quella di reddito di base come conferimento di denaro sganciato completamente dalla prestazione lavorativa, idea naturalmente consequenziale all’accettazione di due tesi. La prima è quella che esistano ad oggi forme di produzione di valore diverse da quelle tipiche, e che siano difficilmente quantificabili e quindi retribuibili. Che allo stato attuale delle cose il tempo produttivo nella vita di ogni individuo abbia operato uno sfondamento ed invaso il tempo di vita che normalmente avremmo definito improduttivo.
La seconda tesi da accettare è che il mondo del lavoro post-fordista abbia in qualche modo creato due successive generazioni di precariato, di cui la seconda, quella che viviamo adesso, ha raggiunto un livello che potremmo definire endemico alla società stessa.
E qui veniamo a quella che credo sia una delle questioni più spinose e dibattute in tema del reddito: la sua interrelazione con le forme, adesso esistenti, di welfare legato al mondo del lavoro.
Essenzialmente, si possono fare proprie due possibili alternative: la necessaria sostituzione con il reddito di base di tutti gli ammortizzatori sociali, o la teoria dell’affiancamento, e quindi della armonizzazione. Il fatto è che anche nel dibattito interno ai movimenti e in quello intellettuale, c’è sempre una tesi di massima ed una di minima. Cioè, c’è sempre un punto di arrivo completo, pienamente soddisfacente, ma più difficilmente realizzabile, ed un punto di vista che frena, che si accontenta, in nome della maggiore facilità di ottenere. Ed allora diventa probabilmente un punto interessante di discussione capire a cosa davvero puntiamo.
Innanzitutto essenziale è l’analisi del perché le attuali forme di sostegno ai lavoratori non siano più adatte alla configurazione del mercato del lavoro stesso. Sicuramente da questo punto di vista è facile analizzare l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASPI), introdotta dalla riforma Fornero in sostituzione delle indennità di disoccupazione e dell’indennità di mobilità. L’ASPI consiste essenzialmente nella prestazione di una porzione della retribuzione precedente alla perdita del lavoro, per un tempo che varia a seconda dell’età del beneficiario, e comunque non superiore a 16 mesi. Si può applicare a tutti i lavoratori subordinati, che abbiano versato contributi per almeno anni, di cui uno nell’ultimo biennio, ed il cui stato di disoccupazione sia INVOLONTARIO.
E già evidente da questi criteri come questa forma di welfare tagli fuori una larghissima fetta di quelle che sono ad oggi le forme di assunzione più utilizzate, maggiormente precarie, come i contratti di lavoro atipici. Taglia fuori anche quella grandissima parte di lavoratori che sono intermittenti, e che quindi con rientrerebbero nella condizione legata ai contributi. Ma è un nodo politicamente problematico anche il criterio della involontarietà, che non copre i rapporti di lavoro interrotti per volontà del lavoratore, e soprattutto si trasforma in forma di ricatto. Infatti si decade automaticamente dal diritto a percepire l’ASPI quando si rifiuta un lavoro, anche estremamente sottopagato rispetto a quello precedente. 
Ma ancor di più credo che sia diventata insufficiente alla tutela dei lavoratori l’altra grande forma di ammortizzazione sociale: la Cassa Integrazione. Ed i motivi non sono del tutto dissimili da quelli precedenti. La CIG è stata creata non come forma di fuoriuscita meno traumatica dal posto di lavoro, anche se poi nei fatti è diventata questo. Era invece concepita come forma di sostegno al datore di lavoro, e solo in maniera quasi residuale al lavoratore. Infatti senza Cassa Integrazione i lavoratori non pagati avrebbero potuto fare e vincere una causa, innescando un procedimento che si sarebbe concluso con il fallimento dell’impresa. Per ovviare a questo, la CIG è intesa come una toppa da mettere quando, per la scarsa produzione, l’azienda non è in grado di far fronte agli stipendi dei dipendenti. Quindi un sostentamento temporaneo ed assolutamente infrequente. Ma, per l’utilizzo che se ne fa oggi, essa è diventata nella pratica la brutta copia del reddito di base come lo intendiamo noi: quando anche il lavoro subordinato a tempo indeterminato diventa precario perché precarie sono le condizioni dell’impresa, la CIG va a sostenere il reddito del lavoratore nei periodi di maggiore precarietà. È quella forma di security che, nei paesi in cui il reddito c’è, è accompagnata dalla flexibility. 
Oltre a questo, come l’ASPI, la CIG tiene fuori dal discorso tutta una parte di lavoratori, ancora una volta la parte più corposa, che non rientrano nei possibili beneficiari, e soprattutto è temporanea. 
Ed allora perché non ripensare totalmente il sistema degli ammortizzatori sociali, sostituendo completamente tutti quelli esistenti con il reddito di base, che ha esattamente le caratteristiche che ad essi mancano? Ma (e qui mi si perdonerà la svolta quasi sofistica) non si rischia, nel percorso che comunque immaginiamo non lineare ed accidentato di raggiungimento dell’obiettivo del basic income, di eliminare meccanismi che comunque un minimo di sostentamento di base lo danno e di arrivare poi ad una forma ibrida di welfare ancor meno efficace di quelli precedenti? Non sarebbe meglio allora puntare ad affiancare il reddito per come lo intendiamo noi a questi e puntare quindi sì ad un ripensamento generale dell’impianto del mondo del lavoro e del suo sostegno, ma in chiave di armonizzazione di meccanismi diversi ma conciliabili? 
La questione si può riassumere in una domanda, che può sembrare retorica ma non lo è affatto: quanto in alto vogliamo volare?

                                                                                         *NapoliProject

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