Milano, scontri nel Cie di via Corelli. La testimonianza

Feriti tra migranti e forze dell'ordine. Parla A., tunisino, detenuto nel Centro

17 / 8 / 2010

La protesta esplosa la notte scorsa è una delle tante che ha riguardato il Centro di identificazione ed espulsione milanese negli ultime mesi. Sei agenti e cinque nordafricani sono rimasti feriti. Un migrante di origine algerina è riuscito a fuggire mentre un altro ragazzo detenuto nel centro si è fratturato entrambe le gambe nel tentativo di saltare giù dal tetto, dove si erano arrampicati una quarantina di immigrati per protestare.Il 18 luglio scorso, nel corso di una protesta analoga, erano fuggiti altri tre migranti.


"Alcuni ragazzi sono saliti sul tetto. Dopo gli scontri sono stati picchiati dalla polizia, con i manganelli sulla testa, in faccia, alcuni non sono ancora rientrati dall'ospedale dove li hanno portati" ci spiega A., che si trova nel Cie da un mese mezzo.
"La sezione coinvolta è stata la B, ex sezione femminile, dove sono arrivati una trentina di migranti da poco tempo. Sbarcati in Sardegna sono stati portati direttamente al Cie di Milano. Alcune donne sono state trasferite a Roma. Non ci sono state vere e proprie cause scatenanti, solo che stare qui è come stare in carcere. Io ho paura quando vedo queste cose".

A. ha un biglietto per essere rimpatriato in Tunisia. Dopo 24 anni di permanenza in Italia, dove ha una moglie e tre figli, gli è stato imposto il rimpatrio.
"Non voglio partire, ma non voglio nemmeno essere picchiato. Tra due giorni vado via, ma ci sono persone che stanno qui da mesi e resistere è difficilissimo. Se ti ribelli arrivano in dieci, venti e ti picchiano. Io non voglio che succeda a me".
E continua: "E' assurdo, qui c'è tutta la mia vita. Non ho più nessuno di là, in Tunisia. Mi hanno distrutto la vita, hanno distrutto la mia famiglia".
La polizia nel pomeriggio ha eseguito controlli: "Stanno perquisendo tutti, tutta la sezione B, ogni singola stanza, dai muri ai materassi, per trovare armi, pezzi di ferro, qualsiasi cosa. C'è una situazione tesissima."

Nel report di Medici Senza Frontiere sui Cie italiani "Al di là del Muro", che ha come scopo quello di far conoscere la realtà di questi spazi chiusi ad osservatori esterni, il Centro di via Corelli risulta privo dei servizi di mediazione culturale. Non ci sono procedure sanitarie per la diagnosi e il trattamento delle malattie infettive. Il sostegno legale in materia d'asilo è carente.

I servizi indicati da Medici Senza Frontiere sono servizi assolutamente necessari dato che nei centri s'intrecciano, in condizioni di detenzione, situazioni di fragilità estremamente eterogenee tra loro a cui corrispondono esigenze molto diversificate.
I detenuti-ospiti scoprono come il rispetto dei diritti umani, humus di ogni paese civile, possa essere facilmente ignorato. La vita dei migranti nei Cie oscilla tra l'attesa e l'orrore. Il disagio psicologico è pesante, ed è quello di vivere in una doppia assenza: quella del paese che si è lasciato e quella del paese in cui ci si trova, dove un vero e proprio esercito di apolidi rimane invisibile. Fatto salvo per episodi di cronaca come quello di stanotte, quando forze dell'ordine diventano protagoniste di atti di violenza, in mancanza di una strategia politica alternativa.

Il manganello sembra essere uno dei pochi mezzi che lo Stato ha a disposizione per esercitare il proprio potere, chiuso nella sua morsa xenofoba.
Fin troppo semplice usare la repressione contro l'immigrato, la cui colpa è quella di non essere in possesso di un documento di riconoscimento, nuovo reato stabilito dal pacchetto sicurezza. Tra le mura di queste vere e proprie galere per clandestini, che replicano le strutture penitenziarie sotto diversi aspetti, si consumano quotidianamente violenze che, troppo spesso, vengono ignorate dall'opinione pubblica.

Flavia Cappadocia

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