Migranti stanziali

4 / 4 / 2011

In un precedente articolo abbiamo parlato dell’invenzione della clandestinità. Quello è il modo di produrre superfluità ai piani bassi, per così dire, dell’edificio sociale. C’è però corrispondente anche ai piani alti, anzi addirittura “fra le nuvole”, Up in the Air –secondo il titolo originale del film di Jason Reitman. E’ il modo in cui a migrare e ad essere nomadi non sono i poveracci ma i ricchi manager e imprenditori, che secondo Bauman vivono perennemente sui jet, i capitali e magari i funzionari addetti al downsizing, al taglio delle teste, come appunto il personaggio interpretato da George Clooney. Tutto qui funziona all’inverso: quelli che rimangono fermi –gli operai delle industrie delocalizzate, i licenziati per riduzione del personale, ecc.– sono gettati sul mercato precario, nel migliore dei casi con un kit per illudersi di ricominciare o passando per il purgatorio della cassa integrazione, nel peggiore buttati sul lastrico dopo aver radunato la loro roba in un cartone. Pensate al povero Marchionne sempre in volo, mentre gli stazionari lavoratori di Mirafiori, Melfi e Pomigliano rotolano nella precarietà attraverso la moltiplicazione dei turni di lavoro. E con Marchionne si spostano da Torino a Detroit progettazione e fabbricazione delle vetture lasciandosi dietro i disoccupati. Brasile, Tychy e Kraguievac diventano la Lampedusa degli investimenti, la derelitta Italia ne è la Tunisia o la Libia.

Si tratta di fenomeni mondiali ovvero già se ne girano film a Hollywood, ma drammatico è l’impatto su un’Italia dove la somma di disoccupati, cassintegrati e inattivi raggiunge già il 15% e dove il 75% dei nuovi assunti hanno contratti atipici (quando ce ne hanno uno), percepiscono cioè un salario massimo di 800 € per circa 9 mesi, collocandosi dunque nella fascia di povertà relativa se non assoluta. Un’Italia, non per insistere, dove la popolazione attiva soprattutto femminile è ben al di sotto degli standard correnti e si presume che una discreta quota del Pil venga prodotta attraverso il lavoro nero e l’economia illegale. Le migrazioni di capitale (quello spostato dalla Fiat e quello ripulito da camorra, mafia e ‘drangheta) stanno perciò in assoluta sintonia con i fenomeni migratori: dal Terzo Mondo di manodopera poco qualificata o non riconosciuta (laureati e professionisti che però sono impiegati da edili o infermieri o badanti), di cervelli italiani verso sistemi educativi e scientifici stranieri più accoglienti. Spesso gli stessi intermediari malavitosi organizzano il traffico dei capitali e la tratta dei migranti. E fanno eleggere il ceto politico che chiude un occhio su entrambi i flussi.

La simmetria non è però perfetta: descrive, in congiunto, la fragilità strutturale di un’economia italiana in degrado e smobilitazione, ridotta al montaggio subalterno di prodotti a bassa intensità di capitale e solo marginalmente presente in prima persona nei processi di finanziarizzazione. I pochi settori appetibili sono poi sistematicamente sottoposti alla conquista da parte di multinazionali esteri, con scarsi strumenti di protezione pubblica –si ricordi che le privatizzazioni e lo smantellamento delle Partecipazioni statali fu un fiore all’occhiello del centro-sinistra e oggi l’ipocrita Tremonti rimpiange Iri e Mediobanca. Tuttavia ben diversa è la rilevanza politica dei flussi. Quello dei capitali definisce lo scivolamento dell’Italia verso una collocazione periferica nello scontro che lacera l’Impero in contraddizioni interne che sempre più assomigliano a quelle dell’imperialismo inizio XX secolo (estese però dalla scala europea a quella mondiale) –come si ricava, senza bisogno di una zingara profetizzante, dal coinvolgimento tragicomico nell’impresa libica in corso–, mentre lo scaricarsi delle migrazioni mediterranee sulla Penisola ne fa il laboratorio politico di un conflitto virtuale in cui, per la prima volta, condizione precaria e migrante non sono soltanto due facce della stessa medaglia, due parti dello stesso paradigma, ma un’embrionale aggregazione moltitudinaria di resistenza.

In via di principio il fenomeno migratorio è consustanziale, sin dalla rivoluzione industriale, allo sviluppo del capitalismo, cui fornisce forza-lavoro fresca a basso costo creando nel contempo un mercato nei luoghi di partenza. In prima battuta induce divisioni all’interno del mercato del lavoro preesistente, abbassando tendenzialmente i salari mediante concorrenza, in seguito le successive ondate migratorie si integrano con la vecchia classe operaia e spesso ne divengono avanguardia, conquistano diritti di cittadinanza ecc. Il giudizio quindi sugli effetti delle migrazioni è congiunturale: nel nostro caso va commisurato alla precarizzazione accelerata dei settori operai nazionali con cui la precarietà strutturale del migrante “regolare” ricattabile (il permesso di soggiorno sta e decade con l’occupazione) e ancor più del “clandestino” si fonde immediatamente, anzi funge da matrice di spoliazione di diritti e riduzione del reddito. Si apre poi una contraddizione politica fra il fabbisogno per l’economia italiana di forza-lavoro nuova (Sacconi parla di 200.000 all’anno), nonché di contributi Inps per mantenere gli attuali livelli di pensione per i nazionali, e la campagna xenofoba aizzata dalla Lega, che indirizza contro bersagli sbagliati il disagio e la paura di un paese in crisi e marginalizzato. La soluzione dell’antinomia è scontata: nascondere nella clandestinità e nel lavoro nero una quota dei migranti, che inoltre, nella componente badante, sostituiscono il disimpegno pubblico e provvedono all’assistenza di anziani e disabili. Dare addosso ai “negher” e farli lavorare duramente, secondo i ritmi della crisi. Però le cose non sono così semplici.

Innanzi tutto, la caccia ai migranti è diventato l’argomento principale di un partito-chiave della maggioranza, che a sua volta ne trae consenso e non può dosarne con sufficiente elasticità lo stop-and-go davanti al suo elettorato, ma in genere le politiche populiste, di cui oggi l’Italia è arena mondiale, incatenano i demagoghi alle loro promesse e rendono difficili le mediazioni con l’economia e perfino fra nazioni. Basti guardare, senza ridere, al casino che sta combinando il governo Berlusconi-Bossi e alla drôle de guerre scatenata con Francia e Tunisia.

E poi –e questo è il lato principale– si sono sviluppate simultaneamente due inclinazioni convergenti. I movimenti dei precari e il principale sindacato, la Fiom, che ha molti migranti per quadri di base, hanno adottato forme incisive di intervento solidale, battendosi non solo per un’accoglienza civile ma per una piena integrazione e l’accesso alla cittadinanza e al diritto di suffragio; i migranti sia da singoli che in forma organizzata hanno cominciato a inserirsi nelle vicende italiane e stanno gestendo le loro rivendicazioni in un contesto nazionale e con la forza che deriva dall’esempio dei tumulti che hanno luogo nei loro paesi di provenienza, il Maghreb e il Mashrek. Spesso ci si domanda come mai egiziani e tunisini (diverso è il caso libico) facciano la rivoluzione nei loro paesi e tuttavia continuino a emigrare, anzi accelerino profittando della caduta dei controlli connessa alle trasformazioni di regione. La perplessità si scioglie esaminando la combinazione di voice ed exit, protesta e defezione, non tanto in quei paesi, ma su scala mediterranea. Distinguiamo allora tre fasi: 1) la rivolta cambia il regime e 2) consente la fuga, così che 3) l’arrivo dei profughi innesta la protesta nei paesi di destinazione o di passaggio (l’Italia), mettendo in crisi la loro struttura politica e ravvivando altre situazioni di lotta. Ipotizzo che non si tratti di episodi di breve durata, legate ai disagi contingenti di Lampedusa, ma che si stia delineando un nuovo clima di indocilità e partecipazione che sta esportando frammenti di Tunisi e Il Cairo nel torpido ambiente italiano. L’East End londinese e le banlieues parigine e lionesi, d’altronde, dove si erano sedimentati immigrati di seconda e terza generazione, avevano già offerti esempi significativi di tale risonanza.

Ancora un passo. Il ciclo delle migrazioni nell’area euro-mediterranea da oltre un decennio –e a differenza dei trasferimenti continentali sud-nord degli anni ’50­– è in stretto rapporto con un ciclo di guerre civili e interventi “umanitari” volti ad attizzarli e gestirli: guerre balcaniche e del Golfo, rivoluzioni locali, in specie est-europee, a concomitante sovradeterminazione geopolitica, ecc. Si noti che gli stessi eventi hanno a che fare con la migrazione dei capitali e che a volte città bombardate o sedi di rivolte sono diventati approdi di delocalizzazione (Kraguievac, Timisoara). Chissà se un analogo discorso non varrebbe anche per i trasferimenti latinos dal Centro-America verso gli Usa, intendendo per guerre le guerriglie dei decenni passati e le battaglie dei narcos di oggi. Esaurito con la Jugoslavia il riassetto post-Muro, il ciclo si sta oggi spostando verso il Mediterraneo ed è molto meno controllabile, per il degrado della compattezza imperiale (massima al tempo di Clinton e di Bush padre e artificialmente pompata sotto Bush junior) e per l’interferenza con le fallimentari campagne in Irak e Afghanistan che Obama ha controvoglia ereditato. Il movimento, sconfitto nello scontro dei primi anni del millennio contro i signori della guerra, ritorna oggi aggirando l’urto diretto e puntando sulle spaccature interne dell’Impero. Il primo piano d’impatto è proprio la questione dei migranti, sottoprodotto della guerra ma (a differenza di curdi, kosovari, albanesi ecc.) anche co-protagonisti effettuali delle rivoluzioni, fratelli di quelli che sono rimasti in loco a combattere. Non solo Rosarno e Manduria ma anche Ventimiglia, ad annunciare la dimensione ormai europea del conflitto, che sta mandando in tilt tutto il sistema Schengen. Scenario nuovo, quindi, rispetto al fine secolo e inizio XXI, anche se pur sempre sotto il segno del binomio guerre civili-guerre esterne.

Sono appena alcuni elementi di una riflessione ancora confusa, ma di qui bisogna partire per tenere assieme l’alto e il basso, le dinamiche economico-globali e geostrategiche (che la finanziarizzazione rende indissolubili) e i movimenti di massa della migrazione e della precarietà (per lo stesso motivo, inseparabili), le insorgenze e la guerra. Sono al declino rassegnazione e obbedienza –le grandi virtù dello Stato sovrano che deteneva il monopolio del potere. Sfruttati e “superflui” di tutto il mondo, unitevi!

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