A vent'anni dalla morte di Jerry Masslo attivista sudafricano ucciso a Villa Literno e simbolo dei braccianti delle campagne del casertano

Jerry Masslo...vent'anni di razzismo dopo...

di Emiliano Di Marco*

26 / 8 / 2009

Ammazzati o massacrati di botte per futili motivi o per gioco, oppure per mostrare i muscoli e magari partecipare ad uno dei primi gradi dell’iniziazione all’affiliazione camorristica.
Le storie degli immigrati uccisi, picchiati, derubati ed umiliati sono una costante nella storia di questi anni delle terre di nessuno di Napoli e Caserta, lungo il litorale dell’hinterland napoletano, che non si sa mai dove finisce.
Queste vittime innocenti sono volti che significano qualcosa solo per gli antirazzisti…non sono niente altro che numeri, ombre e sagome di cartone, per le cronache dei quotidiani. Niente altro che ombre destinate all’oblìo.
Vent’anni di razzismo fa, il 25 agosto del 1989, moriva a Villa Literno Jerry Masslo, venuto in Italia dal Sud Africa per sfuggire dall’Apartheid.
Nel suo Bantustan, il Transkei, da dove provengono altri leader sudafricani come Walter Sisulu e Nelson Mandela, aveva conosciuto il dolore della perdita del padre, scomparso e mai più trovato dopo un interrogatorio della polizia; e di una figlia, uccisa da un proiettile della polizia a sette anni, durante una manifestazione. Andò via dopo un colpo di Stato, e dopo aver messo in salvo sua moglie e due bambini. 


Non sapeva che avrebbe trovato la morte, in un inferno ancora peggiore, in un rudere senza acqua ed elettricità, per mano di “un gruppo di balordi” che volevano rapinare lui ed altri 28 immigrati dei soldi che portavano addosso, non potendo depositarli da nessuna parte, i soldi che avevano guadagnato in due mesi di durissimo lavoro nelle campagne di Villa Literno, pagati 800 lire per ogni cassetta da 25 kg di pomodoro.
Jerry Masslo, al suo arrivo in Italia, si era visto negare il diritto d’asilo per la “limitazione geografica” allora esistente nella normativa italiana che ratificava la Convenzione di Ginevra del 1951, secondo la quale poteva vedersi riconosciuto questo diritto umano fondamentale, alla fuga dalla schiavitù e dalla persecuzione razziale, solo chi proveniva dai paesi dell’ex blocco socialista.
Non fu espulso solo perché non esistevano ancora norme che prevedessero l’espulsione coattiva, divenne così uno dei tanti invisibili, all’epoca venivano chiamati volgarmente “vu cumprà”, anche dai giornali.

Nei mesi successivi la sua morte nacque il primo movimento antirazzista della storia del nostro paese, liberando la presa di coscienza dell’ingresso della “globalizzazione” nelle campagne e nelle città italiane, insieme alla presa d’atto che non sarebbero cambiati i rapporti di forza ma sarebbero cambiate le lingue, le culture ed i desideri, che nel lavoro bracciantile venivano imbrigliati in forme di nuove schiavitù spesso sconosciute anche nelle campagne del casertano, governate dai clan della camorra.
Fu il movimento antirazzista a spingere il governo a varare, in tempi record, il 30 dicembre del 1989, la discussa legge Martelli, che comunque aboliva la “limitazione geografica” e stabiliva parità di diritti ai lavoratori stranieri.
La “sinistra istituzionale” ed il sindacato, orfani del muro di Berlino, dovettero fronteggiare un primo confronto impegnativo con i movimenti sul tema dei diritti civili e sulla costruzione delle iniziative politiche non legate esclusivamente alle tematiche del lavoro e delle compatibilità economiche. Una sfida che si misurava di pari passo con quelle dell’identità di genere, della pace e dell’ambientalismo e che apriva una prospettiva concreta per arginare la deriva razzista della Lega, dilagante già in quegli anni.
Nel corso degli anni ’90 prevalse invece la scelta “bipartizan” di slegare la cittadinanza degli immigrati dal riconoscimento formale della parità dei diritti in ambito lavorativo, concedendo immense praterie alle forze politiche che avevano individuato nell’equazione sicurezza = immigrazione, grazie all’apparato mediatico messo a disposizione da Berlusconi, il terreno di coltura di uno scivolamento programmato, verso il basso, della convivenza civile e dell’identità sociale delle periferie metropolitane.

I risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Ma è nella città di Napoli, e nel suo hinterland, che oggi si sta sviluppando un vero e proprio laboratorio di una nuova forma di razzismo, un orribile incubo di fronte al quale le trovate dei sindaci leghisti nelle “cittadine” del nord impallidiscono.
In un territorio senza soluzione di continuità, anonimo e devastato, una lunga scia di violenze, aggressioni e forme di sfruttamento disumane, materializza il conflitto tra gli “ultimi”, mettendo una pietra tombale alla illusoria narrazione di una città e di una cultura tollerante e aperta.
La città che prima di tutte ha sperimentato la “shock economy”, con l’emergenza del colera del 1973, poi con la ricostruzione post-terremoto, presenta il conto dell’assenza di politiche di integrazione sociale, dell’assenza di una direttrice di sviluppo capace di assorbire la forza lavoro “italiana” ed immigrata, assenza di una mediazione sociale nei territori maggiormente esposti alle problematiche sociali.
In questo quadro la pervasività del modello camorristico si propone non solo come elemento di stabilità economica e sociale, ma “cultura” delle dinamiche relazionali e rapporto di forza…nel deserto del reale.
Basti solo ricordare i retroscena del Pogrom dei campi rom di Ponticelli del 2008. Un episodio che ha preceduto di pochi mesi la strage di Castelvolturno, e che appare esemplare per comprendere le dinamiche che si muovono dietro le quinte dello “spettacolo” mediatico dell’intolleranza razziale.
L’area che fu oggetto degli attacchi, a colpi di bottiglie molotov, era interessata da alcuni anni da un intervento programmato di risanamento previsto dal PRU su Ponticelli, un piano di decine di milioni di euro che prevede la realizzazione di 536 alloggi, per gli abitanti di Rione De Gasperi, il rione del boss Ciro Sarno, detto “o’sindaco” per la sua capacità negli anni ’80 di sistemare i terremotati nelle case costruite con i fondi della L.219.


Le immagini dei roghi fecero il giro del mondo, contendendo alle ancora fresche di memoria immagini sui roghi dei rifiuti il premio “cartolina di Napoli del 2008”, con buona pace degli albergatori e di tutta la ultradecennale narrazione sulla vocazione turistica del territorio.
Molti non lo ricorderanno ma il “pacchetto sicurezza” fu presentato nella prima seduta del consiglio dei ministri del governo Berlusconi a Napoli, il 23 maggio 2008 (nella stessa fu approvata anche la legge speciale per la militarizzazione dei siti di stoccaggio dei rifiuti), ad appena una settimana dal Pogrom dei “campi rom” di Ponticelli, scatenato dalla camorra su un’area interessata da un progetto edilizio di decine di milioni di euro, a seguito del presunto rapimento di una bambina da parte di una minore rumena che non abitava in nessuno dei campi rom di Ponticelli, in realtà dei miseri baraccamenti dove dal 2003 vivevano in stato di totale abbandono circa 1500 rom rumeni.
Dopo ben due gare andate misteriosamente deserte nel 2004 e nel 2006, se entro la fine dell’estate 2008 il comune non fosse riuscito ad appaltare il lavori per interventi di recupero dei sub-ambiti 1 e 2 di Ponticelli si sarebbero persi 100 milioni di euro.
Il tutto avvenne nel giro di pochi giorni con una casualità ed una tempestività degna di menzione, appena il 9 maggio precedente il consiglio della VI Municipalità Barra-Ponticelli-S.Giovanni aveva approvato a maggioranza un O.d.G., votato da Pd, Udeur e Sdi in cui si chiedeva “la definizione di un piano per il rapido abbattimento di tutti gli insediamenti abusivi presenti e dei campi nomadi della nostra Municipalità e successiva bonifica dei territori per la destinazione di opere e attività civili come previsto dal PRG”.
Inutile dire che già nel mese di luglio del 2008 il Comune riusciva finalmente ad assegnare la gara d’appalto per la bonifica ufficiale dei terreni in via di riqualificazione.

* Assopace Napoli

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