Il rapporto dell'IPCC: un “codice rosso” per l’umanità che va pagato dal capitalismo

10 / 8 / 2021

L'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è un organismo istituito dall'ONU nel 1988 e composto da centinaia di scienziatə che, dallo studio e dall'analisi delle ricerche pubblicate, provano a costruire e restituire un'immagine quanto più complessiva della situazione climatica. Per questo motivo, l'IPCC si suddivide in tre gruppi di lavoro, rispettivamente impegnati nello studio dei modelli fisici dell'ecosistema, dell'impatto naturale e socio-economico della crisi climatica e delle possibili strategie di mitigazione della crisi.

Il report pubblicato lunedì 9 agosto, il primo dopo sette anni, è il frutto delle ricerche del primo di questi gruppi: ciò significa che contiene i dati scientifici inerenti l'aumento delle temperature – con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di fenomeni atmosferici estremi – e i modelli previsionali circa gli scenari più probabili per il prossimo secolo. Non c'è ancora traccia delle conseguenze che tali scenari avranno sulle persone, sui territori e su ogni forma di vita presente sul pianeta, né di possibili strategie da mettere in atto per la mitigazione degli effetti della crisi climatica. Per tutto questo dovremo aspettare il 2022.

Leggendo il report, la prima amara considerazione riguarda il fatto che il core, il nodo cruciale del messaggio che l'IPCC sta dando, non è cambiato dal 1988 ad oggi: si riconosce l'origine antropica dei fattori che hanno scatenato ed esasperano la crisi ecologica, si constata l'esperibilità degli effetti della crisi climatica e si invocano misure urgentissime per invertire la rotta. Nonostante siano passati trentatre anni, la situazione secondo il report dell'IPCC è più drammatica che mai: nel 2019 si sono raggiunte le più alte concentrazioni di gas serra nell'atmosfera.

L'obiettivo di mantenere la temperatura al di sotto dell'incremento di 1,5° sembra sempre più difficile: secondo le previsioni, continuando con il trend attuale, quella soglia verrà sforata già nei prossimi vent'anni. L'innalzamento medio del mare ha subito un'accelerazione, passando da una crescita media di +1,35 mm l'anno dal 1900 al 1990 a una crescita di +3,7mm l'anno nel periodo tra il 2006 e il 2018. Questo significa fare i conti con un potenziale aumento esponenziale dei fenomeni marini intensi, con rischi altissimi legati ai territori costieri e insulari.

Lo scenario non migliora nelle sezioni del report che trattano di acidificazione degli oceani, di scioglimento dei ghiacciai, di desertificazione. Secoli di estrattivismo e decenni di politiche neoliberiste di greenwashing ci hanno esposto a quella che potrebbe essere la peggiore catastrofe nella storia del pianeta, quella che potrebbe decelerare l'estinzione di qualsiasi forma di vita sul pianeta. Il tutto per garantire la sopravvivenza a un modello di sviluppo insostenibile.

Un dato interessante, soprattutto per la percezione delle comunità dell'entità della crisi climatica, risiede nella diversità dei suoi effetti nelle varie aree del globo e nell'intensità differenziale che rende più difficile nel Nord Globale diffondere consapevolezza. A tal proposito Panmao Zhai, climatologo e co-presedente del Working Group I dell'IPCC, ha dichiarato che "il cambiamento climatico sta già colpendo ogni regione della Terra in modi diversi. I cambiamenti che stiamo vivendo aumenteranno con l'incremento delle temperature. [...] Per stabilizzare il clima saranno necessarie forti, rapide e durature riduzioni delle emissioni di gas serra, e il raggiungimento dello zero netto per quanto riguarda le emissioni di CO2. Limitare gli altri gas serra e le emissioni inquinanti, in particolare il metano, potrà portare benefici tanto per la salute quanto per il clima".

Per quanto, quindi, il report pubblicato non contenga oltre ai modelli previsionali anche possibili strategie di fuoriuscita dalla crisi, lə 230 scienziatə che vi hanno lavorato ribadiscono quanto già emerso negli ultimi anni e a gran voce richiesto dai movimenti per la giustizia climatica: questa non è una battaglia persa, possiamo ancora salvare il nostro pianeta se siamo disposti ad abbandonare l'attuale modello di sviluppo.

La crisi climatica non è un dato contingente, ma è la condizione con cui la storia nata dalla rivoluzione industriale – o forse ancora prima, dalla scoperta dell’America e dalla nascita del “mondo moderno” – ha dovuto sempre fare i conti e che nella fase attuale sta condensando tutto il suo potenziale distruttivo. Sappiamo da tempo, infatti, che quella che viene definita “origine antropica” dei cambiamenti climatici ha in realtà un codice identificativo ben preciso, che va sotto il nome di capitalismo industriale e post-industriale. Salvare il pianeta significa innanzitutto estinguere questo modo di produrre, consumare e riprodursi: è un fatto di sopravvivenza, oltre che una visione politica del mondo.

Il report dell'IPCC arriva in un momento cruciale, a pochi mesi da due summit internazionali che hanno in agenda proprio alcuni obiettivi di sostenibilità e mitigazione, la Pre Cop di Milano e la Cop 26 di Glasgow. In passato, questi summit non sono stati assolutamente in grado di tracciare linee strategiche chiare e di ampio respiro: quelle “non scelte” – vedasi il caso di Parigi 2015 – in cui riecheggiavano le tensioni interne alla governance capitalista che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Una lotta intestina tra il vecchio capitalismo fossile e la green economy che – sebbene fluida e dialettica – sta facendo il gioco di una finanziarizzazione ancora più marcata della natura e di un modello di sviluppo in cui tutti i fattori produttivi – vecchi e nuovi – sono votati a uno schema di crescita infinita. Questo è ancora più vero nella fase pandemica che stiamo vivendo, in cui la ripartenza del ciclo economico sta diventando una vera e propria ossessione, tanto per i governi quanto per le classi padronali.

Per questa ragione gli appuntamenti politici del prossimo autunno, tanto a Milano quanto a Glasgow, devono essere in grado di lasciare il segno e di chiarire bene il campo delle possibilità politiche, quanto quello degli attori coinvolti. Questo non è più il momento delle ambiguità e dei tentennamenti e fare scelte che inneggiano al cambiamento significa schierarsi apertamente per il superamento del capitalismo. Quel “codice rosso” per l’umanità è un prezzo che non possiamo permetterci di socializzare, ma va interamente pagato da chi quel codice lo ha creato e persevera nel mantenerlo.

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