I sommersi non salvati: contro la perpetua irragionevolezza dell’emergenza.

14 / 11 / 2018

L’acqua e la terra, nel corpus delle mitologie narrative sui processi di civilizzazione dell’Occidente, hanno sempre rappresentato l’uomo e la natura sui cui esso inscriveva progressivamente il suo dominio. La loro unione, di conseguenza, era trasfigurazione di questo dominio razionale. Di contro, la furia degli elementi è quello che comunemente puniva la hybris umana fino alla sua distruzione (e alla rinascita a fedele rispecchiamento delle nuove virtù). Così nella narrazione biblica, così in quelle post-apocalittiche. Paradossalmente, viene quasi da prendere sul serio la provocazione di Jean Baudrillard e considerare la continua produzione cinematografica e letteraria a tema catastrofi e cataclismi come una vera e propria pedagogia del contemporaneo: come dicono Jameson e Fisher, continua ad essere più facile pensare la fine del mondo piuttosto che del capitalismo.

L’assoluta secchezza dell’immaginazione e il narcinismo pervasivo che si respira in ogni angolo rendono seriali le tragedie, le normalizzano, le anestetizzano al punto da trasformarle in una presenza costante nelle quotidianità collettive, in argomenti di discussione. Sono invarianti quasi familiari, per cui è rituale anche la sovraesposizione politica, mediatica di cui godono nella sfera pubblica, reale o mediale. Allo stesso modo, diventano rituali i filisteismi della classe politica e le ipocrisie dei decreti escogitati ad hoc. Anche la morte è un rituale di Stato – Kantorowitz docet – che legittima il potere, sutura l’emorragia di consenso e promette a un non meglio precisato popolo la fedeltà di burocrati e politici. Mero effetto discorsivo del pensiero dominante.

La premessa è utile per inquadrare l’evento, indubbiamente luttuoso e funesto, che ha colpito buona parte della Sicilia sotto forma di nubifragi, allagamenti, erosione del suolo e distruzione. Vedendo la spettacolarizzazione e la sovraesposizione mediatica sembrerebbe di essere dentro ad un un film: il finale, però, è stato più tragico del previsto, con una intera famiglia ed un medico – la notizia è ormai assodata – morti annegati nei fiumi di fango che le forti piogge hanno creato. E poi funerali pubblici, lutti cittadini, mea culpa degli amministratori, retoriche di (im)possibili riscosse, e promesse di elargizione di fondi, facile giustizialismo e desiderio plebeo di (giusta) vendetta.

Partire dal lutto, innanzitutto, permette di affrontare la gamma emotiva che si esperisce in queste situazioni: il lutto, la pietà, il riconoscersi sub specie mortis. E poi la rabbia e l’indignazione. Queste sono le tonalità emotive su cui si può implementare un discorso (bio)politico e a partire dalle quali interrogarsi sul rapporto tra forme di vita e territorio mettendo in discussione la relazione governanti-governati.

Nel cielo della discussione teorica, ad essere oggetto della rabbia sono i provvedimenti emergenziali, sul piano pratico le accuse sono invece ai mandanti politici della stessa. Non si può discutere di legalità o legittimità sociale dell’abusivismo edilizio se non viene messo a tema l’orizzonte sistemico entro cui questa pratica si muove: mutando di forma i claims, se abusivi vengono riconosciuti gli uomini politici, allora è l’Antropocene, imperialismo antropologico dell’uomo e sfruttamento più totale dell’ambiente, che deve essere sezionato e riconosciuto come bersaglio principale.

La pratica e le pratiche dell’abusivismo edilizio, diffuse a macchia d’olio su tutta l’isola, sono frutto di un approccio estrattivista: il territorio viene investito dalle logiche della valorizzazione, il tempo del profitto stravolge quelli meta-storici dell’agricoltura, lo spazio è ridisegnato dalle operazioni economiche. Nel dettaglio, l’abusivismo risponde in primo luogo alla logica della turistificazione, ossia alle trasformazioni spaziali compiute per attrarre flussi turistici. Si costruisce quindi là dove i vincoli – estetici prima che legislativi ­– prima lo proibivano. L’abusivismo è quindi la risposta cementizia alle dinamiche finanziarie e ai legami tra mafie, segmenti di poteri informali, e i poteri ufficiali.

Ciò nonostante, lo stesso fenomeno risponde al bisogno umano di avere un tetto sotto cui vivere, che stravolge completamente il suo primo significato trasformando l’abusivismo in dispositivo di liberale dell’uomo-proprietario. L’intensificarsi della cementificazione selvaggia trasforma poi la mancanza di infrastrutture nello strumento principale di governo dei territori e assoggettamento degli abitanti.

Le politiche di questa nuova accumulazione primitiva, che V. Gago definisce “processi di accumulazione frattale”, disegnano all’interno dello spazio metropolitano una nuova geografia del potere in cui assumono un peso decisivo i network della logistica. Le città, gli agglomerati urbani vengono pensati come spazi lisci di produzione e circolazione polarizzata della ricchezza prodotta.

La metropoli si fa collettore sostanziale della “lenta violenza” del cambiamento climatico e dei suoi impatti sull’urbano: dispositivi e relazioni di produzione vengono totalmente spazializzati e si configurano come parte delle supply chain delle merci. In questo modo non è solo l’architettura a subire modificazioni, ma anche lo spazio della governance, ora in grado di coinvolgere diversi soggetti dentro pratiche di urban greenwashing o di environmental gentrification. Pratiche neocoloniali di espropriazione di spazi e tempi attraverso la violenza, l’intesa finanziaria tra soggetti pubblici e privati, il ricorso alla corruzione come dispositivo di controllo/disciplinamento e l’impunità delle agenzie di governo.

Questo quadro definisce quella che, con N. Brenner, può essere chiamata “esplosione dell’urbano”, in cui i frammenti delle vecchie geografie dei rapporti di forza si ricompongono in un quadro non unitario. Il comando capitalistico sulla città fa i conti con gli spazi delle resistenze soggettive e delle rotture che esse comportano, in cui l’urbano, nel solco delle analisi fondative di Lefebvre, è definito dalla capacità soggettiva di dargli un senso.

I danni ambientali prodotti dall’urbanizzazione forzata travalicano i confini del diritto perché sono danni immediati alla vivibilità dei territori e degli spazi; ma essi vengono combattuti blandamente, o, come nel caso specifico di qualche giorno fa, con un’articolazione governamentale a doppia velocità: polarizzazione dei fondi al Nord ed emergenza umanitaria al Sud, o al massimo concessione residuale di fondi emergenziali per la “ricostruzione”. La storia della gestione amministrativa dei fondi nazionali ed europei è fondamentalmente la storia della simbiosi criminogena tra agenzie legali e agenzie mafiose, entrambe vincolate alla logica del profitto. Altro che geremiadi contro la corruzione! Se la Lega non stesse cercando di guadagnare l’egemonia all’interno della destra nazionale, sarebbe il momento di riprendere in mano la concezione del Sud come realtà necessaria per il plusvalore economico goduto altrove, come analizzava L. Ferrari Bravo

La gestione umanitaria evidenzia la condizione subalterna in cui versa il Sud – e i Sud globali – e che la retorica della pacificazione e dell’unità nazionale non risolve né risolverà mai: la vittimizzazione delle soggettività colpite e la secolarizzazione pietista dell’idea religiosa di misericordia diventano i presupposti discorsivi per la messa in campo di dispositivi di conduzione morale e politica. Nel nome della trasparenza, i soggetti vengono legati ai territori di provenienza attraverso un’identità immaginaria e il Sud viene trattato come il “Grande Altro”, una colonia interna che ha bisogno di una pedagogia specifica.

Ecco qual è l’origine delle sfilate di amministratori locali e nazionali, magistrati e forze dell’ordine che, a tragedia ormai avvenuta, dibattono sulle cause e sulle scelte burocratiche e si riempiono la bocca di “legalità” e “governo della legge” senza fare i conti con la sostanza stessa della legge (si veda il recentissimo dibattito sugli ennesimi condoni abitativi, approvati da chi sulla assoluta pauperizzazione del Meridione ha costruito una vittoria elettorale di Pirro).

La messa in sicurezza del territorio comporterebbe un piano finanziario specifico e soprattutto partecipato dagli abitanti dei luoghi colpiti. Peccato che l’arma ricattatoria del debito stronchi sul nascere qualsiasi opzione in tal senso, rimettendo qualsiasi iniziativa in mano ai governanti di turno e al turbine di promesse e retoriche che li accompagnano.

Proprio perché sa quel che (non) fa, il governo gialloverde (come i suoi predecessori, egualmente responsabili) è da condannare, osteggiare e delegittimare con ogni mezzo necessario.

Nei suoi studi sull’elaborazione del lutto nel Meridione, Ernesto De Martino analizzò le condizioni avverse come catalizzatori per un sentire e un agire comunitario. Oggi viene quasi da domandarsi se è possibile, per una pratica conflittuale, ripartire proprio dal lutto e dal dolore per trasformarli in rabbia degna e pratica di giustizia collettiva. Viene da chiedersi se non sia finalmente pensabile una macchina di auto-governo dei territori che ridia voce alle soggettività colpite superando la prassi, mai risolutiva, della vittima sacrificale e che, fuori dalle polarizzazioni neo e post-coloniali dei Salvini di turno, accolga le forme di vita umane e naturali come soggetti a parte intera.

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