Ho trent'anni e sono stanco

Primo articolo della call for contribution: uno spazio per sé. Per inviarci il tuo contributo scrivi a: redazione@globalproject.info.

19 / 5 / 2020

Il primo articolo della call for contribution: uno spazio per sé (per inviarci il tuo contributo scrivi a: redazione@globalproject.info). Questo testo nasce a seguito della diretta facebook, organizzata da Collettiva.it l’11 maggio, in cui venivano intervistati Maurizio Landini (CGIL) e Francesco Sinopoli (Flc-CGIL) in merito al presente e al futuro di scuola e università, nonché dalla lettura delle reazioni social della sinistra – in senso lato – pisana.

Ho trent’anni da circa due settimane. Le mie amicizie più grandi di me mi dicono di non preoccuparmi, che ho tutta la vita davanti: hai trent’anni, sei ancora giovane. Sono anche un dottorando in sospensione: sto cercando di finire una tesi, sono tornato a casa dei miei subito prima che scattasse il lockdown pandemico, non ricevo più lo stipendio da novembre.

Quando mi guardo allo specchio, esercizio che sembra retorico ma che ho dovuto imparare col tempo, vedo che ho trent’anni e sto perdendo i capelli, che sto mettendo su un po’ di pancia, che ho delle occhiaie piuttosto scavate. Ho trent’anni e sono stanco, e il corpo me lo sta dicendo. Non è la paura di ingrassare o di avere una pelle più martoriata, è sentire che è cambiato il mio metabolismo, che anche se volessi farmi allungare i capelli – ho sempre pensato, anche quando ero un adolescente metallaro, che i capelli lunghi mi stiano malissimo – ora non potrei più farlo. Ho trent’anni e il mio corpo risponde in maniera diversa. Sono stanco.

Mi sono trasferito da Palermo a Pisa per l’università ormai dodici anni fa. La prima crisi, all’università, l’ho avuta al secondo anno, più o meno all’altezza dello scoppio della mobilitazione dell’autunno 2010. La seconda, un annetto dopo la tesi triennale, quando mi sono reso conto che non tenevo il ritmo degli esami e che non riuscivo più a farne cinque a sessione preparandoli di notte. Avevo ventitré anni e ciclicamente tornava a tormentarmi il dubbio di avere sbagliato corso di laurea (a cosa servirà, poi, la storia dell’arte), di non avere futuro lavorativo, di non riuscire a sopravvivere nell’ambiente accademico. Avevo appena fatto coming out e i miei fecero fatica a digerirlo; col senno di poi, forse un po’ meno per omofobia interiorizzata quanto più perché mi vedevano inconsolabile per la mia situazione. Anche allora ero molto stanco. Ho iniziato ad andare in analisi e per un brevissimo periodo ho assunto del lexotan. Mi sono laureato alla magistrale molto in ritardo – iscrivendomi nel 2012 e laureandomi nel 2016, quattro anni anziché due; in gran parte paralizzato dalla paura di ridurmi nuovamente uno straccio. Nel 2016 sono tornato a Palermo a scrivere la tesi di magistrale; ho passato qualche mese immergendomi di nuovo nell’ambiente della mia città d’origine. Non ho mai smesso di fare politica. Due anni dopo la mia tesi avrebbe vinto un concorso per la pubblicazione, ma la peer review mi avrebbe dato torto: uno dei due pareri sosteneva che non sapessi nemmeno scrivere in italiano. L’altro era molto positivo. Il terzo parere faceva una media: rinunciai per mancanza di tempo. Ero già al dottorato ed ero tornato a Pisa, ed ero già nei guai con le tempistiche della tesi – erano bastati due mesi per ricacciarmi nella crisi, prima le chiamavo così.

Ho iniziato a chiamarle ‘depressione’ quando mi sono reso conto di avere un problema con l’alcol: qualunque problema di pressione mi venisse dall’accademia, qualunque problema avessi con il piccolo villaggio di Asterix della politica di movimento pisana lo risolvevo andando a bere. Nell’ultimo anno ero in grado di bere cinque gin lemon forti e due o tre bicchieri di amaro in una sola serata: avevo iniziato a farlo tutte le sere. Sono stato catapultato a Cambridge, UK per qualche mese per obblighi amministrativi: la mia borsa di dottorato erogata dalla regione Toscana prevedeva un semestre obbligatorio all’estero. Nel frattempo avevo cambiato diverse volte tesi di dottorato, e il motivo per cui dovevo andare all’estero indicato nel progetto di ricerca con cui sono entrato era svanito. Sono stato per sei mesi in un paese nel quale non vorrei mai più mettere piede nonostante l’inglese sia praticamente la mia seconda lingua; occasionalmente facevo avanti e indietro da Pisa, un po’ per consultare materiale d’archivio a Firenze, un po’ per rivedere il mio compagno che sta a Roma, un po’ per sentirmi meno solo. Quando sono tornato la ‘crisi’ era nera e l’alcol che bevevo era tanto: ho dovuto chiedere una sospensione per motivi di salute. ‘Disturbo d’ansia, panico e agorafobia’: un modo carino per non dire ‘depressione’. Ero molto stanco. Ero ancora più stanco quando a febbraio ho iniziato ad avere istinti suicidi.

Sono stanco anche adesso, un po’ meno che a febbraio. Mi porto addosso anni di schiaffi in faccia che non sono solo i miei. Della mia storia in particolare fatene quello che volete: delle mobilitazioni studentesche, delle pistole spianate a difesa degli accordi tra università di Pisa e palazzinari, delle

occupazioni di teatri su cui tutta Italia ha sputato, Renzi in testa; delle mie crisi, delle mie scelte sbagliate – di occuparmi di storia dell’illustrazione scientifica – può fregare giustamente fino a un certo punto. Forse è la storia di un privilegiato, un paio d’anni fa andava moda dire ‘di classe disagiata’; e in fondo ci sono persone che stanno peggio, ci sono persone gay che non hanno la mia fortuna – posso parlare serenamente al telefono col mio compagno in lockdown dai miei e si scambiano affettuosi saluti; ci sono persone penalizzate per effetti di razzializzazione, persone discriminate perché trans o non binarie, persone che non hanno una famiglia amorevole alle spalle e sufficienti risorse e patrimoni familiari.

Ho perso gli ultimi due dei miei quattro nonni quest’anno, nonno paterno all’inizio della pandemia, nonna materna alla fine. Nessuno dei due è morto di Covid. I miei nonni erano tutti e quattro contadini; i miei genitori e i miei zii erano la generazione di laureati che è riuscita a prendere l’ultimo ascensore sociale negli anni Ottanta. Facevano fatica a capire cosa stesse succedendo a noi che siamo diventati maggiorenni nel 2008, ma sono sempre rimasti piuttosto lucidi. Credo che tra le pieghe della mia storia familiare si nascondano le trame nascoste di una storia d’Italia del dopoguerra che tendiamo sempre a semplificare – dal rapporto intergenerazionale al rapporto tra le varie organizzazioni politiche che si sono succedute a sinistra. Sono stanco, forse, anche di questo.

Ho passato dodici anni tra Pisa e Palermo a lottare – per l’università pubblica, per il lavoro dello spettacolo, per la cultura autogestita, per la liberazione sessuale – e sono stanco di una storia che gira a vuoto e che non si ricompone. Devo lottare contro me stesso per non mollare non tanto il mestiere che voglio fare a tutti i costi, ma semplicemente il mestiere che ho imparato a fare – precario, mal pagato quanto si vuole, ma la cui alternativa è la disoccupazione intermittente, contratti sempre più spesso precari o a tempo indeterminato ma con paghe indecenti; devo lottare per cambiare questa situazione; devo lottare con la città che ho scelto e che vedo sempre più respingermi, cercando compagne e compagni dove spesso non li trovo, perché sono sempre di meno, sempre più impauriti, sempre più stanchi, sempre meno organizzati; devo lottare persino con le organizzazioni di classe – di classe lavoratrice – che dovrebbero rappresentare me e tutte le persone che lavorano – sindacati, partiti, associazioni, collettivi che siano. Devo lottare per crearne di nuove o per cambiare quelle vecchie, devo lottare per non litigare con tutte le persone che incontro, devo lottare contro gli automatismi miei e degli altri.

Mi sento addosso una stanchezza che temo non sia solo mia, sorella della stessa rabbia che vedo scatenarsi sempre più spesso verso gli obiettivi che non ci aiutano, stritolata in tattiche, rancori e visioni di breve termine. Sono stanco persino di accorgermene e di ritirarmi ogni volta con la coda fra le gambe, dopo l’ennesimo fallimento. Sono stanco, però, anche di questa stanchezza: vorrei liberarmene, vorrei che ce ne liberassimo tutti, e vorrei aiutare chi viene dopo di noi a liberarsene. Vorrei fare in modo che ci organizzassimo per liberarcene e per garantirci un futuro migliore basato sulla cooperazione e non sullo sfruttamento, sulla condivisione e non sulla competizione – un futuro in cui non ci si stanca. In mezzo, c’è la fatica di una rivoluzione da organizzare e da fare. Forse per questo non riesco a smettere di lottare. Ho trent’anni e voglio smettere di essere stanco.

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