Goodbye is "too good" a word, King George

14 / 1 / 2015

Il semestre italiano di Presidenza europea è ufficialmente terminato.

La stampa plaude alle conquiste del premier Matteo Renzi tra l’approvazione della nuova normativa sugli Ogm e qualche piccolo contentino sulla flessibilità nell'interpretazione dei conti pubblici. Sì, un "contentino" utile al protagonismo renziano per riportare in patria i suoi successi, il suo peso nel processo decisionale dell'Unione: l'ammorbidimento dei tagli obbligatori dello 0,5%, a fronte di un impegno sulle riforme strutturali del Governo, non intacca la soglia del 3% sopra di cui ogni Stato membro incorre nella sanzione da parte della Commissione. L'incudine del pareggio di bilancio sormonta la testa dell'Italia e di tutti gli altri Paesi in recessione, c'è soltanto qualche sottile fune che aiuta a tenerla sospesa per un po' più di tempo. Una fune che ha il prezzo delle cosiddette riforme strutturali: precarizzazione del mercato del lavoro e abbassamento dei suoi costi, per esempio.

Il sogno dell'Europa unita, parificata e democratica, con dei tempi non dettati dalla BundesBank, non può che rimanere tale. Checché se ne dica, il tramonto dell’"era Napolitano" non ha segnato la vocazione europeista per così dire "orizzontale", quanto piuttosto ha affermato le gerarchie interne all'Unione e la ricezione totalitaria del diktat ordoliberale di stampo tedesco.

La storia politica di Napolitano, decantata in questi giorni, l’ha visto impegnato a suo tempo nei gruppi antifascisti e nell'organizzazione del Partito Comunista italiano, sposando la linea togliattiana e gobettiana che ha reso unici i comunisti della Penisola in tutto il panorama europeo. Dallo slittamento della "scuola mancalusiana" fino alla prospettiva del federalismo (social)democratico europeo, la biografia politica del Presidente è riconosciuta nell'innovazione, nell'equilibrio istituzionale, nella fervente fiducia in una cooperazione internazionale che si è vista formalizzata dal trattato di Maastricht in poi. Questo è il ricordo che i grandi editorialisti, ma anche di parte della generazione degli anni Cinquanta e Sessanta, conserverà di questa figura.

Ma, invece, cosa rappresenta Napolitano per noi, generazione precaria che è cresciuta in uno spazio europeo? Non ricorderemo il suo passato durante gli ultimi  anni del regime, la sua internità a quello che fu il PCI. Soprattutto per coloro che hanno vissuto la loro crescita personale e politica nel nuovo millennio, a ormai più di dieci anni dalla caduta del muro di Berlino, è impossibile rintracciare la rappresentazione di questo suo passato, perché completamente fagocitata da quello che ha significato la sua presidenza durante gli anni della crisi più grave dell'economia mondiale.

Non lo ricordiamo come uno dei dissidenti della relazione d'internità tra PCI e URSS, colui che ha provato a dissociarsi dalla repressione in Ungheria del '56. "Re Giorgio" lo abbiamo conosciuto quando lo stato di emergenza della crisi, che si fa norma, ha trascinato il nostro sistema istituzionale in un presidenzialismo de facto, cioè all'alba della caduta del governo Berlusconi dopo la lettera di Trichet che ha portato alla nomina di Monti, del governo tecnico di "unità nazionale". Un'operazione che su questa falsariga è stata ripetuta con la rottamazione di Letta a favore del rampollo fiorentino. Altro che figura super-partes: Napolitano ha esercitato fino all'estremo i poteri garantiti dalla Costituzione in nome di una stabilità richiesta in primo luogo dalla Commissione e dalla BCE al fine di attuare lo smantellamento del welfare e la salvazione del sistema bancario. L'autorevolezza del suo operato politico ha agito come garanzia per le ricette neoliberali alla recessione economica. Proprio in virtù del suo ruolo neutrale ha potuto sostenere decisioni e riforme per la tutela del Paese che hanno spostato l'ago della bilancia dei rapporti di forza dalla parte del profitto e della rendita capitalista. Questa è l'unica unità europea che si prospetta, nascosta sotto la necessità dell’"interesse generale", alla faccia degli Stati Uniti d'Europa dei diritti e della democrazia.

Al di là di ciò che ha rappresentato Napolitano negli ultimi anni, la domanda che sorge spontanea in questi giorni di consultazioni segrete tra minoranze, maggioranze e opposizioni dei partiti, è una soltanto: quale altro personaggio potrà sostituire Napolitano? Quale altro Presidente della Repubblica sarà adeguato ai nuovi assetti dei poteri europei e, di conseguenza, all'articolazione della governance nel governo italiano? L'elezione non è un processo di votazione diretta della società civile, dunque è altamente più manovrabile e soggetta alle ingerenze delle volontà economiche della Troika, già attiva nella campagna di demonizzazione dei possibili successi elettorali di Syriza e Podemos.

Addio, Re Giorgio. Un arrivederci implicherebbe che qualcuno che possa sostituirne la saggezza e la lungimiranza possa prenderne l'eredità. La nostalgia per il suo mandato la lascio a chi è ancorato a un ricordo del suo passato, che è sempre e soltanto stato riformista.  

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