Design e arti, la Gelmini e il ritorno al passato

29 / 10 / 2009

Alla Facoltà di Design e Arti ci ho studiato due anni e ci ho lavorato altri due anni e mezzo. Insomma la conosco dall’interno, pregi e difetti. Il pregio maggiore è senz’altro quello di aver innovato, in un panorama di quasi totale solitudine, l’offerta formativa italiana in merito alle arti visive, al design e al teatro; poi quello di aver scelto Venezia come contesto di questa innovazione, di avere, in sostanza, contribuito a quel processo che vorrebbe fare della città lagunare uno dei nodi centrali dell’arte e della cultura contemporanee.

Da studente, ricordo, al mio arrivo, la sorpresa di un’università senza tanti professori. Al loro posto artisti, curatori e architetti (professionisti insomma) trasformavano lo studio in un’esperienza nuova, (quasi) sempre al riparo dai vizi, dalle depressioni e dai gerghi accademici. Ora questa facoltà è in pericolo, rischia seriamente di chiudere o di venire accorpata ad altre esperienze, perdendo, di fatto, la propria specificità. Il motivo sta proprio nel suo livello di sperimentazione, ovvero, manca un numero sufficiente di docenti incardinati (cioè con contratto a tempo indeterminato). 

La storia di Design e Arti è emblematica di ciò che l’Onda sta contestando, da oltre un anno, all’operato della Gelmini. Non solo il ministro propugna una falsa retorica del merito per nascondere i tagli, ma l’"innovazione" della sua riforma sta, in realtà, tutta all’interno di un movimento di ritorno al passato: ad un’università con pochi percorsi formativi, magari divisa in istituti di serie A e serie B, con un tasso di sperimentazione pari a zero e del tutto preda delle peggiori logiche baronali. Non è un caso che i rettori e i loro circoli siano, da tempo, scesi dalle barricate per cercare di spartirsi le briciole rimaste. 

L’Onda ha, forse,  avuto una difficoltà: quella di comunicare quanto il suo percorso di mobilitazione non sia in difesa dell’esistente, ma volto, piuttosto, ad una trasformazione radicale dell’università. Per questo sarebbe illusorio pensare che la Gelmini possa sbarazzarsi (al posto nostro) del “vecchio”, facendo pulizia delle corruzioni e dei clientelismi.

Questo nichilismo, per altro illusorio, non appartiene all’Onda. Il governo in carica sta operando, in realtà, per riportare indietro di decine di anni la nostra università. Per questo, la difficoltà di Design e Arti è emblematica di come oggi si vada a colpire l’innovazione, piuttosto che a favorirla. D’altro canto, c’è un dato interessante. Tra le migliaia di studenti veneziani che hanno fatto propria questa lettura, mobilitandosi per tutto l’anno scorso e continuando a farlo, gli iscritti alla Facoltà di Design e Arti hanno davvero rappresentato una percentuale minima (oggi, paradossalmente, si trovano, per primi, sotto la scure della Gelmini).

Questa assenza, senz’altro un limite, deriva forse proprio dal tasso di innovazione di quella facoltà. Forse gli studenti, lì, si sentono “altrove”, al riparo dalle preoccupazioni dei loro colleghi. Forse il fatto di dare del tu a importanti artisti e autori internazionali produce l’illusione di essere già oltre un “semplice” percorso di studi. Eppure, come dimostra questa storia, sono quasi sempre gli “altrove” ad essere, per primi, al centro delle attenzioni di chi ci governa.

Credo che ciò che sta accadendo a Design e Arti meriti di essere visto non solo come una difficoltà, ma come l’occasione per un nuovo percorso di innovazione. Ci sono già segnali incoraggianti (lettere, assemblee, discussioni) di come gli studenti si stiano scrollando di dosso un certo torpore. Credo debbano realizzare che sono essenzialmente loro, in questo momento, ad avere in mano i destini della propria facoltà. Dalle loro decisioni e dalla loro immaginazione dipenderà molto.

Sono abituati ad avere “professori” che utilizzano l’arte, il teatro e la comunicazione come strumenti fortemente critici, di intervento urbano e sociale, sono abituati a riflettere su Foucault, a studiare con Agamben, a fare inchiesta sui fenomeni migratori. Oggi possono immaginarsi un altro percorso in facoltà, per salvare e trasformare, allo stesso tempo, la loro università e il modo di viverla. Sfida complessa e non scontata, soprattutto perché, davvero, qui non ci sono professori. 

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