Proposta per la sessione di Uni.Nomade

Crisi ambientale e “comune ecologico”

Venezia, San Servolo, domenica 15 novembre 2009

5 / 11 / 2009

A partire dall’assunzione, tutt’altro che ovvia e scontata, per cui la crisi ecologica globale, ovvero la crisi delle condizioni stesse che hanno finora permesso la riproduzione della vita all’interno della biosfera, non può più essere considerata lo “sfondo” o addirittura una “contraddizione seconda” rispetto al conflitto capitale/lavoro, ma richiede strumenti concettuali e analitici che permettano di coglierne appieno portata ed effetti, si propone di articolare questo primo momento di lavoro in due parti.

I – Crisi ambientale e “comune ecologico”:

concetti fondamentali e critica delle culture politiche.

In questa prima parte si ritiene che la discussione dovrebbe svilupparsi su tre piani:

 1) puntualizzare la lettura della crisi che, proprio per il suo carattere strutturale e permanente, non può essere letta unicamente attraverso le categorie dell’economico.

Si presenta piuttosto come concatenamento sistemico, che richiede la messa in campo di una complessità di strumenti analitici e la capacità di problematizzarne aspetti che potevano essere considerati scontati.

Il primo (o l’ultimo, se volete) nodo che una discussione sul “comune ecologico” dovrebbe aggredire è il tema dello sviluppo.

Nella nostra tradizione di pensiero critico siamo stati abituati a leggere il ciclo capitalistico, e gli antagonismi che lo mettevano in modo, attraverso lo schema di successione lineare tra lotte-crisi-ristrutturazione-sviluppo.

Ci chiediamo se oggi questo schema possa essere ritenuto ancora valido o se non siano stati obiettivamente raggiunti i limiti della capacità espansiva di parte capitalistica: limiti geografici, fisici, naturali nello sfruttamento delle risorse, energetiche in particolare, ma anche limiti ormai evidenti nella capacità di organizzazione dello sfruttamento, di un comando che sia in grado di ingabbiare e ricondurre alla “norma” capitalistica gli eccezionali livelli di produttività, determinati da una cooperazione sociale più che matura e tendenzialmente autonoma, e dalla centralità ormai assunta dall’intelligenza collettiva come forza produttiva.

Anche in relazione con i temi che saranno trattati nella prima giornata (quella dedicata al “comune economico” e ad un bilancio dell’ultimo anno di crisi) si tratta di collocare la “crisi dello sviluppo” negli sviluppi della crisi;

2) sotto il profilo concettuale, superare la rigida distinzione tra un “comune naturale” e un “comune artificiale”: nell’analisi dei commons del Ventunesimo secolo, appare scientificamente forzata e politicamente inadeguata l’idea che esistano “beni comuni” presupposti naturali, altri dal comune come dimensione continuamente prodotta e riprodotta dall’attività umana.

Pensiamo, a titolo d’esempio, alle difficoltà incontrate dalle ricorrenti campagne “per l’acqua bene comune”, nate all’interno del movimento no global, nonostante il fallimento nella crisi delle ipotesi neoliberiste di privatizzazione: non nascono forse tali difficoltà dall’approccio tutto ideologico e di principio di una battaglia che andava forse impostata diversamente, cioè intorno al controllo delle reti di approvvigionamento e di distribuzione (ovvero a nodi che hanno a che fare tanto con la geopolitica quanto con la microfisica del welfare locale) oppure intorno alle scelte e agli strumenti  di “governo delle acque” nei cambiamenti climatici, senza le quali si rischia di perdere di vista il nesso tra “l’acqua bene comune” come un elemento fisico naturale e i rapporti sociali ?

3) riattraversare, infine e alla luce di questo superamento, le culture politiche: la discussione del punto precedente dovrebbe consentire di superare la contrapposizione tra paradigmi della scarsità e della ricchezza ed aiutare la ricerca di una prospettiva altra dagli approcci che monopolizzano il dibattito sul tema ecologico. Mi riferisco in particolare, da una parte, al punto di vista dominante che, a partire da almeno un ventennio (rapporto Brundtland del 1997 e conferenza Onu di Rio sull’ambiente del 1992), si è strutturato intorno al concetto di sostenibilità (e, conseguentemente, di “sviluppo sostenibile”)  e, dall’altra, al filone di pensiero e di pratica politica che è andato definendosi intorno alla nozione di decrescita (in particolare nella produzione teorica di Serge Latouche e dei suoi epigoni italiani).

Se il primo approccio si è posto esplicitamente, negli anni dell’affermazione indiscussa del modello economico-sociale neoliberista, l’obiettivo di “compatibilizzare” lo sviluppo capitalistico con drammatiche emergenze ambientali, nondimeno ci si può lasciar ingannare dall’apparente maggiore “radicalità” del secondo.

Le recenti fortune dei cantori della “decrescita” affondano infatti le proprie radici nelle questioni poste, nel 1972, dal Club di Roma al MIT (che produsse il Rapporto Meadows sui “limiti dello sviluppo”): ovvero in un punto di vista interno alle più avvedute oligarchie capitalistiche, alla ricerca allora di risposte di fronte alla crisi dei primi anni Settanta, e ai suoi aspetti energetici in particolare. Certo è evidente che ebbero maggior ascolto, dal punto di vista delle prospettive strategiche allora assunte, gli esponenti della Trilateral Commission che commissionarono a Samuel Huntington il Rapporto sulla “crisi della democrazia”, ma è nel Rapporto Meadows che si parla, per la prima volta, di “moderazione degli stili di vita”.

Da ultimo, si tratterà di misurarsi con l’insufficienza, ma anche con gli eventuali spunti suggestivi, dell’approccio al tema da parte dell’ “ecologia politica” di matrice eco-marxista, sia nella versione offerta da James O’Connor, sia in quella di André Gorz.

Relazioni di Gianfranco Bettin e Guido Viale – discussione – introduce e coordina Beppe Caccia.

II – Crisi ambientale e “comune ecologico”:

precarietà climatica, questione energetica e “Green economy”.

Si propone, di seguito, che – nel pomeriggio - questi tre piani di discussione concettuale siano verificati sul terreno dell’analisi della crisi energetica nella crisi globale (passaggio che consentirebbe anche di “chiudere il cerchio” con la discussione sul “comune economico” del giorno precedente).

Si suggerisce di partire inquadrando storicamente il rapporto tra a) fonti energetiche e modello di accumulazione capitalistica e b) produzione energetica e forma politica del comando capitalistico.

Nella crisi attuale, il tema dell’energia sembra essere intrecciato con tre aspetti:

a)      quello di una generale “crisi ecologica” che ha anticipato, nutrito e accompagnato la crisi finanziaria ed economica, attraverso la crescente consapevolezza dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo capitalistico, sostanziata dal nesso tra schiacciante prevalenza dell’impiego dei combustibili fossili, effetto serra, surriscaldamento globale e sue conseguenze climatiche e sociali (vedi anche il periodico, drammatico riproporsi di crisi alimentari su scala planetaria – o anche l’effetto della loro combinazione sui fenomeni migratori di massa);

b)      quello, più specifico, di una insufficienza, presente o futura, delle riserve di combustibili fossili a corrispondere alle effettive necessità della macchina produttiva capitalistica globale, e ciò a fronte di una crescente difficoltà a determinare, a mezzo dell’esercizio di comando politico-militare, non solo il quantitativo disponibile, ma anche i prezzi delle materie prime (vedi la fluttuazione, estrema ed imprevedibile, del prezzo del greggio negli ultimi due anni);

c)      quello, infine, di natura geopolitica, di fronte alla competizione tra potenze regionali per accaparrarsi l’accesso alle risorse energetiche, combustibili fossili in particolare, in quantità e a prezzi adeguati, ovvero a “valorizzare”, in termini di esercizio di potenza economica e politica, le riserve energetiche o le risorse tecnologiche di cui si dispone.

La discussione può essere orientata dal tentativo di rispondere ad alcune questioni.

1) Questa analisi multilivello della crisi energetica ci porta alla questione della ricerca scientifica e dell’applicazione produttiva sulle fonti rinnovabili. Il ricorso alle energie rinnovabili è, insieme al tema della “mobilità sostenibile” e a quello della radicale modificazione degli stili di vita e di consumo nei paesi sviluppati, il cuore di tutti i discorsi intorno alla “green economy”.

Come possono convivere o confliggere, in questa prospettiva, le spinte dal basso ad una radicale messa in discussione dell’attuale modello di sviluppo in crisi (insieme alla domanda di indipendenza energetica, e quindi produttiva e politica) e la ricerca, da parte dei settori più avveduti delle oligarchie capitalistiche, di una possibile via d’uscita dalla crisi ?

2) La “green economy”, e la scelta energetica a favore delle rinnovabili unita ad una profonda ristrutturazione ecologica delle dinamiche produttive, può effettivamente rappresentare, dal punto di vista capitalistico, il volano di una nuova fase espansiva dello sviluppo, in grado di risolvere - per quanto temporaneamente - i problemi posti dalla crisi ?

3) Se all’impiego di determinate fonti energetiche ha sempre corrisposto un preciso modello di divisione internazionale del lavoro (vedi i rapporti Nord-Sud del mondo, l’irrisolta questione mediorientale e le ricorrenti crisi petrolifere dal ’73 all’ ’82) e un’altrettanta precisa definizione del comando politico sulla società (vedi i processi di militarizzazione e di centralizzazione autoritaria connessi con la scelta nucleare, già denunciati dai movimenti negli anni Settanta, e la riflessione sulle trasformazioni della stessa forma-Stato introdotte da Robert Jungk nel suo "Atom-Staat", Muenchen 1977), quali scenari possono essere prefigurati da una svolta in direzione delle rinnovabili, fonti per loro natura diffuse e facilmente accessibili ? Possiamo immaginare che il conflitto si ridislochi dal controllo delle risorse al controllo sulle tecnologie e la loro diffusione ? Con quali prospettive per i movimenti ?

Relazione di Ivo Gallimberti ; discussant: Luca Tornatore, Alberto Mazzoni e Gianmarco De’Pieri;  introduce e coordina Adelino Zanini.

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Riflessioni di Ivo Galimberti