Con Tsipras nella “terra di mezzo”

8 / 2 / 2014

Al recente con­gresso di Sel, è stato uti­liz­zato il ter­mine «terra di mezzo» per cer­care di far qua­drare la neces­sità di una scelta netta, quella per Tsi­pras, con la con­vin­zione che «l’alternativa» non coin­cide con la sini­stra che c’è. Bana­liz­zato il con­cetto può essere bol­lato come un clas­sico del poli­ti­chese cor­rente. Ma sarebbe un pec­cato lasciarlo lì, invol­ga­rito dalle ita­li­che mise­rie. «Terra di mezzo» invece offre molti spunti: se rife­rito a ciò che può fare la poli­tica isti­tu­zio­nale, è utile. Quando par­liamo di Tsi­pras, par­liamo di una lista elet­to­rale per le euro­pee. Non stiamo discu­tendo di alcuna rivo­lu­zione, ma dell’entrata in un campo avverso al cam­bia­mento, quello della rap­pre­sen­tanza isti­tu­zio­nale, e dell’utilizzo delle sue con­trad­di­zioni per ten­tare di fare spa­zio a qual­cosa di nuovo. Chi si richiama alla purezza, ha sba­gliato indi­rizzo: l’Europarlamento, e i par­la­menti in genere sono parte del pro­blema, e non parte della solu­zione. Quindi la scelta di Tsi­pras ha valore solo se ne coglie il carat­tere di ano­ma­lia, e la poten­zia­lità in ter­mini di desta­bi­liz­za­zione di un qua­dro che si vor­rebbe com­po­sto a priori.

Un’irrequieta «terra di mezzo» dun­que, e non i tran­quilli pascoli della rap­pre­sen­tanza iden­ti­ta­ria, dovrebbe esserne l’obiettivo. Una terra «abi­tata dagli uomini», direbbe Tol­kien, nella quale però anche un hob­bit può far acca­dere l’imprevedibile. Lo stesso Tsi­pras la rap­pre­senta: un lea­der di sini­stra che è euro­pei­sta radi­cale, e che ha sem­pre soste­nuto che i pro­blemi della Gre­cia si risol­vono in un’altra Europa, tutta da costruire.

Non è stato forse il muti­smo poli­tico di un’Europa ostag­gio degli inte­ressi mer­can­tili, di volta in volta coa­gu­lati all’interno dei con­fini di qual­che suo stato mem­bro, a tra­sfor­mare i sogni di diritti e demo­cra­zia delle pri­ma­vere arabe, in resty­ling di nuove dit­ta­ture? E a Kiev, non è il vuoto lasciato da un’Europa ancora con­cen­trata sul suo bari­cen­tro atlan­tico già finito da tempo, ad aver fatto spa­zio ai nazi­sti di tutte le risme? Oggi siamo giunti a un momento di svolta nella gestione della crisi capi­ta­li­stica, anche in Europa: la «ristrut­tu­ra­zione» di sistema, ope­rata uti­liz­zando la crisi e affi­data in gran parte alle oli­gar­chie tecnico-finanziarie, mostra il suo limite.

L’azione della dit­ta­tura com­mis­sa­ria, sca­ri­cata sulla testa di milioni di per­sone in nome dell’Europa senza che vi fosse l’Europa, ha pro­vo­cato un disa­stro sociale. Rag­giun­gere il limite, per il capi­ta­li­smo, non ha mai signi­fi­cato tor­nare indie­tro. Ma invece ade­guarsi, in forma di governo poli­tico, a gestire i nuovi livelli di valo­riz­za­zione, e reg­gere le con­trad­di­zioni sociali da essi pro­vo­cate. Anche il capi­ta­li­smo e le sue forme di gover­nance hanno biso­gno in Europa di unità e omo­ge­neità, come ne hanno biso­gno le lotte sociali. Una tenuta sociale e poli­tica, quella del capi­tale, fina­liz­zata all’accumulazione «estrat­tiva» ope­rata sul wel­fare, sui beni comuni, sulla vita intera. Come inter­pre­tare altri­menti l’intervento sui salari minimi di Obama, tale e quale a quello tede­sco? Come igno­rare il «grido di dolore» dei ren­tier di Wall Street che denun­ciano immi­nenti per­se­cu­zioni fiscali verso i loro immensi patri­moni? Qui sta la «terra di mezzo», quella dove tutto può acca­dere, tra spinte sociali all’alternativa e con­trad­di­zioni capi­ta­li­sti­che nella tenuta di sistema. Se il con­flitto di nuovi movi­menti costi­tuenti che attra­ver­sano l’Europa incon­trasse un’azione isti­tu­zio­nale che non pre­sume di rap­pre­sen­tarli, ma punta invece a fare loro spa­zio, age­vo­lando la costru­zione di nuove isti­tu­zioni e nuovi diritti, è allora che si potrà spe­rare nel cam­bia­mento per una nuova Europa. I casi Ele­tro­lux e Fiat ci par­lano della neces­sità di un red­dito minimo euro­peo. La rivolta per una fisca­lità pro­gres­siva euro­pea che col­pi­sca la ren­dita e non chi lavora non è roba da For­coni, ma nostra. Come lo è la con­ver­sione eco­lo­gica della pro­du­zione. E la lotta alla dise­gua­glianza e all’impoverimento. Per navi­gare nelle con­trad­di­zioni della «terra di mezzo», abbiamo biso­gno di un vascello pirata, non di una scia­luppa per naufraghi.

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