Il centro sociale Zapata di Genova compie vent'anni

Avere vent’anni e’ avere sogni grandi

All'alba del 6 Gennaio 1994 nasceva la prima occupazione del centro sociale Zapata. Da allora Genova ha visto nascere e crescere decine di movimenti dall'opposizione a Tebio e ai G8, alla lotta per la casa e per i diritti di tutti e tutte

4 / 1 / 2014

Il 6 gennaio 2014 il Centro Sociale occupato ed Autogestito Emiliano Zapata compirà 20 anni.A guardarsi indietro sembra impossibile sia già passato tanto tempo da quella fredda mattina del 1994 quando un gruppo di “pazzi” ha svegliato Genova con la notizia dell’occupazione di un Centro Sociale, proprio mentre l’EZLN di Marcos insorgeva in Messico svegliando il mondo con la notizia di una “nuova” rivoluzione. Il tempo si dilata se pensiamo al percorso che da allora è iniziato in città: alle migliaia di assemblee, di manifestazioni, di concerti, di iniziative politiche e poi alle altre occupazioni che sono nate, alle lotte studentesche, a Tebio, al G8, a quel movimento globale che voleva un mondo “diverso e possibile”. Fino alle battaglie di questi anni, contro la grande finanza, per i beni comuni, per la casa, per il reddito e per la difesa del territorio, ma anche contro la vergogna dei CIE ex CPT che fin dalla loro istituzione definimmo lager per migranti. Sono stati 20 anni intensi, difficili, anni di passaggio, nei quali il sistema degli Stati nazionali al quale eravamo abituati è entrato definitivamente in crisi (o ha definitivamente gettato la maschera) a vantaggio delle oligarchie neoliberiste transnazionali che governano oggi apertamente e direttamente le sorti del pianeta. Anche le nostre città sono cambiate molto in questi 2 decenni: deindustrializzazione e speculazione hanno trasformato i quartieri, impoverendoli, privandoli della loro identità; mala gestione, corruzione e mancanza di risorse hanno fatto il resto. Così spazi, servizi e trasporti pubblici diminuiscono di anno in anno ed intere zone della città sono abbandonate a se stesse ed alle mire degli speculatori.In questo difficile scenario, pensiamo che l'esistenza dello Zapata, dei Centri Sociali e dell’esperienze autogestite più in generale, in questi 20 anni abbia rappresentato qualcosa di fondamentale per la nostra città. L’esistenza in primo luogo di spazi di critica al pensiero dominante, di dissenso rispetto ad una idea di mondo che sembra immodificabile, ha rappresentato per moltissime persone uno strumento unico ed insostituibile.Molte battaglie sono state perse, alcune (poche) vinte, ma soprattutto si sono aperti luoghi (non solo fisici) dove già più generazioni hanno potuto elaborare e sperimentare nuove forme dell’agire comune. Spesso gli spazi autogestiti sono stati e sono gli unici luoghi di accesso alla politica, alla cultura ed alla socialità per intere generazioni di giovani.Se 20 anni fa l’Autogestione pareva una delle varie opzioni sul campo per chi volesse resistere all'attacco della grande economia e lottare per una società “altra” (in quanto erano ancora presenti sul territorio soggetti, spesso complici, che si proponevano però come “rappresentanti” dei bisogni della gente: i partiti, i sindacati, le associazioni tradizionali, la chiesa, etc.), in questi decenni (fra scandali, corruzione, contrattazione al ribasso, pedofilia, etc.) la storia ci sembra mostrare come l’Autogestione sia la sola scelta possibile. I partiti stanno scomparendo, sgretolandosi sotto il loro stesso peso, i sindacati non riescono a dare risposte non solo ai giovani precari ma neppure ai (sempre più scarsi) lavoratori tradizionali, la chiesa ha dovuto licenziare un papa per riprendersi dagli scandali sessuali ed economici, le forme di associazione “tradizionale” (cresciute sulla collaborazione con i partiti) vengono travolte dall’incapacità della politica di determinare alcunché. D’altro canto in questi decenni, a Genova, in Italia e in tutto il mondo, sono nati movimenti enormi (dal G8 alle lotte contro la guerra, dagli “Indignados” al popolo del “99%”, dalle primavere arabe alle battaglie per i beni comuni, dalla Turchia alla Valsusa) che hanno la partecipazione diretta e l’autogestione nel proprio DNA e che hanno sorpreso e travolto partiti e sindacati.Allo stesso tempo non possiamo non porci come elemento di riflessione come alcune delle nostre suggestioni siano oggi travisate sulla bocca di aggregati che esprimono una sintesi reazionaria e di come il nostro movimento non sia stato del tutto in grado di riempire quello spazio, pur previsto, di dissenso prodotto dalla crisi.

Insomma, forse vent’anni fa non siamo stati così pazzi: abbiamo fatto una scelta difficile, radicale e controcorrente, ma crediamo di aver avuto ragione e di aver per tanti aspetti saputo prevedere quel futuro che oggi è presente.Nessun rimpianto quindi e nessun rimorso per essere i pazzi sognatori, che attraverso l’orizzontalità e lo spontaneismo dell’autogestione, rifiutando deleghe e tessere di partito, camminando e domandando, hanno prefigurato e sperimentato la forma organizzativa che definisce ed innerva tutti i movimenti politici oggi esistenti.  Dopo vent’anni, siamo consapevoli di vivere in un mondo profondamente ingiusto  che non siamo ancora riusciti a cambiare. Sappiamo anche però che questo non è l’unico mondo possibile e che l’unico modo per sopravvivere alla crisi è immaginarne e praticarne uno nuovo, oggi come allora.  I Centri sociali non sono reduci o sopravvissuti di passate stagioni di lotta, ma sono l’unica forma organizzativa possibile per affrontare le sfide future, perché il nostro modo di vivere e lottare insieme è già il mondo che vogliamo.

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